
Ormai in Libia è strage. Quasi 300 morti si contano oggi, ora che la protesta ha lambito Tripoli. Fonti mediche parlano di 285 morti a Bengasi dallo scorso martedì, quando è iniziata la protesta, ma purtroppo il numero delle vittime è destinato a crescere a dismisura, soprattutto nelle ultime ore quando le autorità libiche stanno fronteggiando la rivolta con un continuo scontro a fuoco. Addirittura i manifestanti sarebbero stati attaccati con armi pesanti e con l'ausilio di elicotteri, per cui non è possibile dare tuttora una conta precisa delle vittime.
Bandiera della Libia
Il fuoco è stato fatto persino da cecchini contro donne e bambini, in un disperato tentativo di resistenza da parte del regime che dura ormai da 40 anni. Girano voci a Bengasi secondo le quali sarebbe in corso un golpe, guidato dal generale Abdelfattah Younis. Il regime ha risposto con tutta la ferocia di cui è capace un uomo come Gheddafi, ma certamente non è tollerabile che una democrazia come la nostra risponda con un silenzio ed una indifferenza volta a preservare un'amicizia in cui solo Berlusconi ancora crede. Oltretutto il generale libico avrebbe ricattato l'Unione Europea con l'abbandono degli accordi sull'immigrazione qualora essa simpatizzasse con i rivoltosi. Tra le file dell'opposizione, Rutelli definisce "sbalorditive" le dichiarazioni del premier italiano che avrebbe esposto ufficialmente la sua linea di "non disturbare Gheddafi".

Nella sua interpellanza, Rutelli, leader dell'Alleanza per l'Italia, si chiede "se sia compatibile con i fondamenti di un paese democratico quale è l'Italia l'acquiescenza ad una repressione tanto crudele" e pone un inquietante interrogativo: "Quali conseguenze può avere sulla sicurezza energetica, il controllo dei flussi migratori, gli investimenti economici effettuati dall'Italia e dalle imprese italiane in Libia, l'involuzione drammatica del 40ennale regime di Gheddafi?". Anche secondo Lapo Pistilli, responsabile delle Relazioni Internazionali del Partito Democratico, "è grave il silenzio e l'inerzia del nostro governo".

A questo punto, in effetti, è lecito domandarsi quanto è stata azzeccata la politica estera del governo Berlusconi, che ha investito fiducia e denaro su un uomo scellerato come il colonnello Gheddafi, che dei massacri di massa non è certamente inesperto. Forse il beneplacido di Berlusconi verso la Libia voleva rinverdire "i fasti di un Italietta" che già all'inizio del Novecento aveva preso a simpatia l'idea della conquista dello "scatolone di sabbia".
Libia, "Lo scatolone di sabbia"
La colonizzazione italiana della Libia iniziò nel lontano 1911, una strana coincidenza di date e ricorrenze, visto che proprio nell'anno in cui festeggiamo i 150 anni dell'Italia, avremmo potuto festeggiare anche il centenario della nascita della colonia nel nord Africa, e chissà poi perchè proprio nell'anno in cui si sta profilando la dissoluzione del regime spietato ed "amico" di Gheddafi. Giovanni Giolitti, allora primo ministro italiano, spinto da industriali, da gruppi finanziari che avevano investito in Libia, e dai nazionalisti, portò l'Italia in guerra contro l'anziano Impero Ottomano inviando a Tripoli 1732 marinai ed una fanteria di 100.000 soldati.
Giovanni Giolitti
La guerra Italo-Turca, iniziata il 5 ottobre 1911, durò un anno, durante il quale il nostro Paese trovò una strenua resistenza soprattutto nei villaggi arabi interni, mentre la conquista delle città della costa fu più facile. Con la pace di Losanna del 18 ottobre 1912, la Libia divenne colonia italiana, anche se solo la Tripolitania era effettivamente controllata dal Regio esercito italiano.
Sotto il regime fascista, il controllo della Libia subì un impulso e si raggiunse il controllo di tutto il territorio. Fu inoltre favorito l'afflusso e l'insediamento di coloni, in particolare dal Veneto e dalle regioni del sud Italia, tanto che nel 1939 i nostri connazionali erano ben 108.419, quasi il 13% della popolazione.

Quando, nel 1934, fu proclamato il Governatorato Generale della Libia, Mussolini iniziò una politica favorevole agli Arabi libici, costruendo villagi, moschee, scuole, ospedali, strade e ferrovie. Il primo governatore fu Italo Balbo che divise il territorio in quattro provincie (Tripoli, Bengasi, Derna, Misurata), più un territorio sahariano con sede a Hun. L'immigrazione italiana cessò quasi del tutto nel 1940, con gli inizi del conflitto mondiale, e si concluse definitivamente nel gennaio 1943 quando la Libia venne occupata dalle truppe degli Alleati, anche se gran parte degli Italiani vi rimase ancora. Per gli italiani della Libia iniziò nel dopoguerra un difficile periodo, quello dell'emigrazione. Dopo un parziale controllo italiano, inglese e francese, la Libia ottenne l'indipendenza il 24 dicembre 1951. Fu instaurata una monarchia con a capo re Idris I, e con due città-capitale, Tripoli e Bengasi. La Libia è entrata nel 1953 nella Lega Araba e nel 1955 nell'ONU. Il primo settembre 1969 ha successo un colpo di stato contro re Idris, ardito da giovani ufficiali che accusavano la reggenza di essere troppo servile verso USA e Francia.
La monarchia fu così rovesciata e fu proclamata la Repubblica araba di Libia.

Il governo, presieduto da Gheddafi, nazionalizò tutte le imprese di estrazione petrolifera e le più grandi imprese del Paese, chiuse le basi militari statunitensi e britanniche, e adottò misure sempre più restrittive nei confronti dei circa 35.000 italo-libici che ancora vi vivevano. Col decreto di confisca del 21 luglio 1970, gli italiani furono privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti all'istituto libico corrispondente, e furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre 1970. Dal 1970 al 2008, ogni 7 ottobre in Libia si è celebrato "il giorno della Vendetta", in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell'espulsione di 20.000 coloni italiani. Negli anni ottanta, Gheddafi adottò una politica anti-israeliana ed anti-americana che portò a sostenere gruppi terroristici.

Si rese persino responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, fortunatamente senza danni. Gli Stati uniti, sotto la presidenza Reagan, tentarono di rovesciare il suo regime, emarginandolo dalla NATO ed attaccandolo militarmente il 15 aprile 1986. Durante il bombardamento fu ferita mortalmente la figlia adottiva del colonnello, ma lui rimase illeso, dopo essere stato avvertito dell'attacco americano da Bettino Craxi, alla Presidenza del Consiglio in Italia. Nel 1986, dopo la crisi politica tra Stati Uniti e Libia, il numero degli italiani si ridusse al minimo storico di 1.500 persone, cioè meno dello 0,1% della popolazione.
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