Per l'Abruzzo affacciato sul mondo...


 

Teologia positiva dell'incarnazione: la redenzione

 

In questo articolo Amedeo GAetani spiega, in termini filosofici, l'incarnazione positiva di Gesù e il simbolo di redenzione

L'esperienza di vita cristiana all'interno delle comunità parrocchiali è fondata, a tutti i livelli, su una visione distorta e ingannevole della fede in Cristo. Se interroghiamo la maggior parte dei cristiani sul motivo dell'Incarnazione, sul perché il Figlio di Dio è venuto al mondo, ci sentiamo rispondere che lo ha fatto per venire a riparare il peccato originale commesso dall'uomo ai primordi dell'umanità, dopo la creazione.

 Il Battesimo stesso è considerato dai cristiani il rimedio al peccato originale, al punto tale che, anche nel rituale del battesimo, si pone l'accetto principalmente sulla rinascita del bambino da una condizione di peccato trasmesso attraverso la generazione umana. Questa concezione del Cristianesimo è la dolorosa conseguenza di una predicazione continuata e ostinata, che parte proprio dal considerare l'Incarnazione solo come il rimedio al peccato. La conseguenza di questo stato di cose è che si crea, nella Coscienza delle persone, sensi di colpa a non finire, perciò la vita stessa diventa una continua attenzione a non commettere il peccato, pena il sentirsi in colpa nei confronti di Dio. Per spiegare meglio questa penosa situazione è necessario fare un'analisi accurata sul significato della Teologia della Redenzione, tuttora presente, non solo nella Coscienza di molti cristiani, ma soprattutto nella predicazione dei pastori della chiesa. Descrivere la teologia “negativa” della redenzione significa osservare, come già detto, la realtà dei cristiani d'oggi, per vedere come vivono la loro fede e quale fondamento ha questa fede.

 Siamo cresciuti tutti con questa mentalità: La teologia cattolica corrente, legata ancora a doppio filo alla teologia tridentina (Concilio di Trento), nonostante viviamo nel post-Concilio Vaticano II che ha riaffermato con forza la positività dell'Incarnazione, afferma che Gesù Cristo, in un dato momento storico, è venuto al mondo per volontà del Padre, al fine di “riparare” il peccato originale commesso dall'uomo, così come ci descrive il libro della Genesi. Ma il libro della Genesi è stato scritto nel periodo del primo esilio del popolo d'Israele in terra di Babilonia intorno al 720 avanti Cristo: L'autore biblico, considerando la sorte capitata agli ebrei, riflette su questa condizione e si chiede: “Se il popolo eletto si trova in esilio, vuol che Dio l'ha abbandonato a se stesso. Ma può Dio abbandonare il popolo che si è scelto? Se è avvenuto questo, significa che il peccato d'Israele è la punta dell'iceberg di un peccato che l'uomo si porta dentro”. Fin qui la riflessione è buona. Ma, a partire da questa consapevolezza, l'autore della Genesi descrive lo stato di peccato “originario” dell'uomo come un peccato di ribellione a Dio che ha fatto sì che il popolo eletto, intensificando tale peccato con il passare del tempo, cadesse in quelle misere condizioni sociali dell'esilio in terra straniera. Questo stato di cose però non significa nulla, in altre parole non ha alcuna forza per dare corpo a ciò che chiamiamo “Peccato Originale”. Ci dice solo che l'uomo è di sua natura fragile, limitato, ed essendo dotato di libero arbitrio può compiere il male, quello che noi chiamiamo peccato. Basta ragionare un po' e acuire la logica razionale per capire che è proprio il libero arbitrio (dono di Dio) che permette all'uomo di fare una scelta tra il comportarsi bene o fare del male. Dunque il libro non ci dice altro che questo: l'uomo è limitato e può peccare; ma questo fa parte della sua creaturalità.

 Quindi l'autore del libro della Genesi ha interpretato il peccato delle origini alla luce della situazione di peccato del popolo d'Israele e non perché avesse una visione chiara della realtà creaturale dell'uomo in generale. L'autore biblico riflette sul peccato di un singolo popolo. Da questo ad universalizzare tale peccato ce ne passa. Ma è proprio questo l'errore che ha compiuto il cristianesimo, soprattutto ad opera di Paolo che, pur se ha dato grandi contributi allo sviluppo teologico, però, su questo punto ha preso una grossa cantonata. Tornando all'autore della Genesi, egli non era un antropologo; questa scienza infatti era a lui sconosciuta, così come tutte le altre scienze umane. Questa ignoranza delle scienze umane ( giustificata dai tempi storici in questione ) portava l'autore biblico a spiegare il male commesso dall'uomo a livello esclusivamente “Religioso”: Non potendo attribuire a Dio l'origine del male, l'autore sacro, che non conosceva la psicologia e l'antropologia, rimandava ad un essere superiore la causa dei mali commessi dall'uomo. Ma siccome la causa del peccato, come ho già affermato, non poteva essere Dio, a questo punto non poteva che essere una creatura malvagia decaduta che era il capro espiatorio di tutti i mali che l'uomo era in grado di compiere. Così è nata la tradizione dell'angelo ribelle a Dio, simboleggiato poi dal serpente che, secondo la concezione dell'autore biblico, permise ai nostri progenitori di disubbidire a Dio, prima della creazione. Il serpente era il simbolo del dìo dei Cananei. Comprendiamo, allora, perché l'autore della Genesi lo adotta per farne il simbolo “personificato” del male, per contrapporlo al Dio d'Israele. Da qui è nata la tradizione sulla presenza del “Diavolo”. Da questa situazione, ma ancora di più per opera di Girolamo, che con la traduzione di tutta la bibbia, dal greco in latino, ha accentuato ancora di più la certezza della presenza del diavolo tentatore dell'uomo, è venuta fuori quella linea teologica negativa, ormai presente nella Chiesa, da secoli e che è parte integrante degli schemi mentali di molti cristiani e che ha generato nelle menti degli uomini e delle donne una consapevolezza negativa circa la figura del Padre che, intanto avrebbe relegato l'angelo decaduto all'inferno (altra invenzione cattolica) e quindi, in seguito, avrebbe preteso, dal Figlio, l'espiazione dei peccati dell'umanità per placare la sua ira e per soddisfare la sua infinita giustizia. Da qui viene fuori la figura di un Dio vendicativo, che, pur creando l'uomo per amore, essendo stato non corrisposto dall'uomo fin dalle origini, generando così il peccato originale, avrebbe preteso dall'uomo stesso la riparazione al danno fatto nel rapporto tra lui e Dio. La stessa teologia cattolica corrente continua affermando che: “Siccome l'uomo era incapace di riparare ad un peccato di superbia così grande nei confronti del suo Creatore, era necessario che venisse al mondo il Figlio di Dio a soffrire per i peccati dell'umanità e per ricevere Lui stesso la punizione destinata all'uomo”. In questo modo era soddisfatta la giustizia di Dio Padre. Questa è la “teologia negativa della redenzione”, fondata sul sacrificio di Gesù voluto dal Padre e che ha prodotto nel cristiano, lungo i secoli, una mentalità deleteria verso la figura di Gesù Cristo che, pur essendo amato da tutti, viene a tutt'oggi visto come colui che ci giudicherà secondo le nostre azioni buone o cattive che siano.

 La teologia negativa, nel suo sviluppo storico, ha creato l'uomo religioso, vale a dire l'uomo che per ottenere la salvezza eterna deve necessariamente rispettare delle regole comportamentali e rituali per aggraziarsi Dio ed essere preservato dal peccato. Dunque, ci è stato insegnato quanto segue: “Gesù Cristo è morto per noi per riconciliarci con il Padre, il quale ha preteso che il Figlio andasse in croce per noi (al posto nostro) per riscattarci dal peccato”. La conseguenza di questa affermazione, ancor'oggi presente nella Coscienza delle persone, è che i cristiani, essendo stati riscattati da Cristo a caro prezzo, a loro volta devono soffrire, come Cristo ha sofferto, per i peccati dell'umanità e per guadagnarsi il Paradiso. Questo modo di concepire la fede in Cristo genera, nella Coscienza dell'uomo, scrupoli e sensi di colpa nei confronti del sempre più attuale decalogo, che, ancor oggi, è messo al primo posto nella catechesi di iniziazione cristiana per i bambini, ragazzi e adulti; dimenticando che Gesù aveva già sostituito la legge mosaica, negativa (fatta solo di divieti), con la dinamica dell'Amore presente nelle Beatitudini descritteci nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 5.

 Ma dallo sviluppo delle scienze umane, in particolar modo della Psicologia del profondo, della Pedagogia e dell'Antropologia, conosciamo che non è assolutamente possibile osservare, alla lettera, tutti i precetti religiosi senza creare, nell'animo delle persone, una situazione di profondo disagio interiore che ha, come conseguenza, l'ossessione di andare continuamente ad emendarsi ad un ministro della chiesa attraverso la confessione sacramentale, solo ed esclusivamente per essere perdonati dai presunti peccati commessi e ricevere la soddisfazione dell'assoluzione, con conseguente penitenza (che non ha alcun fondamento evangelico), che soddisfa il penitente di turno solo temporaneamente ma che, poi, lo proietta di nuovo nell'ossessione di non commettere più quei peccati che, erroneamente ritenuti peccati, non sono altro che le naturali fragilità che la natura umana ci presenta nelle sue svariate forme di comportamento morale. Questa prassi religiosa è il risultato di una teologia non fondata sulla Bibbia, ma esclusivamente su una speculazione filosofica che, facendo leva sul racconto biblico della caduta originaria, si è legata, nel suo sviluppo storico, alla visione neo-platonica della realtà e del corpo dell'uomo. Infatti la filosofia neo-platonica è stata ripresa più volte anche da alcuni padri della Chiesa (per esempio Agostino) per insegnarci che l'anima è prigioniera del corpo, ritenuto strumento di peccato e anéla alla liberazione totale da esso per ricongiungersi al Dio trascendente iperuranico.

Un'altra conseguenza di ciò è la visione trascendente di Dio nel cristiano, in continuità con la religione ebraica che voleva che tra Dio e l'uomo ci fosse un abisso profondo, causato dal peccato originale, che poteva essere colmato solo con l'osservanza di precetti religiosi, gestiti dall'istituzione religiosa del tempo (farisei, scribi, anziani del popolo). Questa visione negativa della realtà, compattatasi nel tempo attraverso la fusione, in un unico blocco teologico, di tutte le realtà negative di cui abbiamo già parlato, ha portato alla formazione di una solida teologia negativa ripresa in blocco dalla tradizione medievale post-costantiniana e portata ancora avanti per secoli fino ai giorni nostri, resistendo perfino all'evidenza evangelica dell'Amore e della Misericordia predicati da Gesù. La stessa teologia negativa è stata il fondamento di tutta l'educazione religiosa e non, ricevuta dai nostri progenitori. La teologia negativa ha portato ad una visione a sua volta negativa dell'essere umano e che, avallata dalla teologia cattolica ancora in voga, ha generato il terrore di Dio, la paura dell'inferno, come possibilità data all'uomo peccatore, la paura del demonio e ancor più la paura del peccato, anche nelle sue minuzie e ha destabilizzato la Coscienza umana , nonostante Essa fosse uscita come un Gioiello dalle mani del Creatore. Inoltre, nel suo sviluppo storico, questa visione negativa dell'uomo, da parte del suo simile, ha senz'altro generato sfiducia reciproca tra gli esseri umani al punto tale che, non è azzardato affermare che la delinquenza dell'uomo è aumentata a dismisura proprio per una visione negativa, reciproca, tra esseri della stessa specie. E' nato, così, anche l'ateismo per il rifiuto , da parte di molti uomini e donne, della figura di questo Dio tiranno che esige il sangue del Figlio per avere giustizia e, ancor più, esige la sofferenza dell'uomo per la salvezza della propria anima. Da qui è nata la pressante richiesta, nei confronti dell'uomo credente, di digiuni, penitenze, astinenze, visione negativa della sessualità perché il corpo è strumento di peccato.

 Tutto questo ha menomato l'uomo nella sua interiorità, lo ha reso infelice, triste ma, al tempo stesso, sempre desideroso di felicità, anche questa ritenuta un peccato. E allora si ritiene, erroneamente, che l'uomo d' oggi, l'uomo religioso-cattolico, abbia bisogno di essere accompagnato continuamente da qualcuno, un padre spirituale, un confessore, nella sua ricerca di Dio, un ipotetico Dio che nessuno sa dov'è. E viene prospettata, all'uomo cattolico, un cammino cosiddetto privilegiato per la ricerca di Dio. Un cammino che va ancora, ostinatamente, nella direzione sbagliata e che porta l'uomo, ancor'oggi, alla negatività della visione di Dio e cioè verso un cammino pseudo-spirituale fatto essenzialmente di rispetto delle norme rituali, liturgiche e morali che spersonalizzano sempre di più il credente, il quale, spaventato da eventuali presunti castighi se non fa digiuno, se non prega, se non partecipa alla messa, se va in spiaggia a divertirsi, se “tocca” la fidanzata o il fidanzato prima del matrimonio, se si masturba, se è omosessuale ecc. ebbene, questo povero credente, ridotto ad una larva umana, finisce per accettare di obbedire ad uomini che si arrogano il diritto di dirigere le Coscienze secondo un cammino, cosiddetto spirituale, che non ha nulla d'evangelico.

Non c'è schiavitù peggiore di questa. Accade così, anche oggi come succedeva ai tempi di Gesù, quando i farisei, gli scribi e i dottori della legge si ritenevano gli unici possessori della legge divina e si sentivano autorizzati a dividere l'umanità in buoni e cattivi e a dirigere le Coscienze secondo la loro visione di Dio. Qual è la conseguenza di tutto questo discorso? L'uomo è diventato nevrotico a causa della sua fede. Più che di fede parleremo, in questo caso, di religione. L'uomo religioso pensa solo alla sua salvezza, osservando i precetti religiosi, che diventano, per lui, la cosa più importante della sua vita, in quanto sarebbe proprio l'osservanza dei precetti e delle norme a dargli in premio, secondo la sua concezione religiosa della vita, quell'agognato paradiso che gli sarebbe stato promesso da Gesù. Dico “sarebbe” perché Gesù non ha promesso il paradiso a nessuno che osservi dei precetti religiosi.

Gesù ha solo affermato che chi Ama ha la Vita Eterna; in altri termini, solo chi ama vive in eterno e non chi rispetta delle regole sterili e magari non ama nessuno, ma il più delle volte si erge a giudice spietato nei confronti di coloro che, dette regole, non le osservano (vedi il figlio maggiore della parabola del Padre misericordioso, impropriamente chiamata parabola del figlio prodigo, in Luca al capitolo 15). L'uomo di fede, invece, ama perché Dio è Amore. Amare vuol dire già Salvezza, già in questo mondo e che diventa Motore per costruirsi quella Personalità Eterna in grado di resistere alla morte stessa e di vivere oltre la morte. Ora, nella Sacra Scrittura, essenzialmente nel Nuovo Testamento, la visione dell'uomo è Positiva. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, al capitolo 3,16-18 nel colloquio tra Gesù e Nicodemo, Gesù afferma quanto segue: “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui”. Questa espressione contrasta profondamente con la teologia negativa che concepisce il Figlio di Dio solo ed esclusivamente come un restauratore di un'umanità perduta a causa del peccato originale. Chiediamoci inoltre: Quale portata poteva avere questo peccato originale commesso da uomini per lo più culturalmente limitati e che non avevano certamente una conoscenza limpida di Dio? Ragionando su tale contraddizione vediamo l'infondatezza di questa teologia ormai vecchia, non più al passo con i tempi storici che viviamo.

Top News