Racconti
Secondo Premio a Bari: Premio Maria Mercuri indetto dalla LILT di Bari, un racconto vincitore, del montesilvanese Silvio Madonna
Percorreva con passo lento e cadenzato il lato più lungo della stanza dove si trovava. Uno spazio rilevante quanto scialbo, con due finestre che si affacciavano sul cortile adornato da piante scompigliate, e tre porte: quella spalancata da cui era entrato, la seconda, scostata, che dava su un corridoio, e la terza sbarrata.
Solo, con gli occhi bassi e la mente gremita dai pensieri, i più svariati. Un rumore metallico e la porta chiusa si aprì mostrando un uomo: il suo volto sorpreso di trovarsi un estraneo davanti, ma solo per un attimo.
“Le ho fatto così paura? Sembra spaventato di brutto!”
”No, non proprio: però ero convinto che a quest’ora non avrei trovato alcuno ad aspettarmi.”
“Ho la faccia di chi la stava aspettando forse?”, replicò l’uomo che sino a trenta secondi prima incedeva avanti indietro alla ricerca di un qualcosa che forse per neanche per lui era ben chiara.
“Non me, ma qualcuno si: e sicuramente, visto l’ambiente dove si trova, uno che svolge il mio mestiere.”
Rise di quella battuta, contagiando chi aveva di fronte.
“Strano modo di parlare il suo: non credevo che si potesse definire mestiere la sua titolata attività.”
“Lo è, lo è caro signore, glielo posso assicurare: del resto fare l’avvocato, il medico, il contadino, l’impiegato, non è forse un mestiere? Il mio ha la stessa valenza - un tantino in più, me lo concedo - di quello degli altri!”
Lo sentenziò con velata alterigia, quasi volesse ribadire una sua dignità da alcuni considerata minore.
“Non si alteri, dicevo per dire.”
“E io le ho risposto: come vede, siamo su piani simili. E che siano appianati, o inclinati, non sta a noi deciderlo.”
Si fissarono: quella scivolata filosofica, di dubbia comprensione, aveva gelato quel primo approccio.
“Allora… vuole accomodarsi?”
Il visitatore lo fissò incerto.
“In che senso?”
”Se è qui, anche se non è per me, è perché sentiva il bisogno di parlare con qualcuno che praticasse la mia attività: non le vado bene io? Se vuole mi presento, poi magari sarà lei a dirmi chi ho davanti.”
“Non occorre, la conosco.”
“Mi conosce?”
Questa volta fu lui a mostrarsi confuso: quell’uomo non ricordava di averlo mai incrociato.
“A voler essere precisi la conosco per interposta persona: mia madre.”
Sorrise e di rimando accese gli occhi del suo interlocutore.
“Mi dica chi è sua madre, a questo punto.”
”La signora Maria, colei che ogni santa domenica viene a trovarla per raccontarle, con scrupolo e devozione, i suoi turbamenti interiori.”
“La signora con il bastone forse?”
“Già, proprio quella che lo maneggia senza che ne abbia alcun bisogno.”
Ridacchiarono entrambi.
“Lei è Padre Carlo, vero?”
Annuì.
“Mia madre dice di lei le cose migliori: non solo perché è un prete, ma perché sa splendidamente svolgere quello che lei definisce il suo mestiere, e io invece ricordo si definisse missione.”
La bacchettata arrivò forte: il rimettere ordine ai concetti una strigliata necessaria per la sua mente già sin troppo confusa.
“Entri, che in privato parliamo meglio: non è venuto forse per questo?”
“Cos’è… un confessionale moderno, tipo quello mediatico del Grande Fratello?”
Il facile sarcasmo non sollevò lo spirito di entrambi.
“E’ una semplice stanza, come vede, con una scrivania, due sedie e qualche cianfrusaglia: ci si siede e si parla. Se parlare vuole, altrimenti…”
“Altrimenti cosa?”
”Altrimenti la saluto e vado a fare altro. Il lavoro a me non manca mai: ho un orario flessibile, e potrà non credermi ma i giorni feriali sono più impegnativi dei festivi.”
La piccata risposta pareggiò l’affondo precedente.
“Va bene, giacché ci sono mi fermo a far due chiacchiere con lei.”
Entrarono e si sedettero uno di fronte all’altro, nel silenzio scosso solo da una lieve musica che un PC acceso rimandava dalle sue minuscole casse acustiche.
“Da quanto?”
“Da quanto che?”
”Da quanto tempo non si confessa?”
Una risata ordinaria squarciò la quiete, e a seguire due colpi di tosse riparatrice.
“Mi scusi Padre Carlo ma non ho saputo trattenerla. Le sembro uno che stia per confessarsi?”
”Certamente, se non per questo per cosa è qui al mio cospetto?”
”Ma una volta non ci s’inginocchiava davanti ad una grata di legno e metallo che nascondeva i volti e storpiava le voci? “
“Ma una volta il prete non diceva la Messa dando le spalle al suo prezioso gregge?”
Il silenzio recuperò l’ambiente.
“Caro signore - mi scusi se evito di chiamarla per nome ma lei pur sapendo il mio ha evitato di presentarsi - la Santa Romana Chiesa pur immutata nel tempo aggiorna le sue liturgie. Il confessionale che lei ricorda in parte è stato abolito: ora ci si confida prendendoci negli occhi, comodamente seduti, mostrando il rossore se quello che si dice lo merita, o il pallore se lo sfogo è finalizzato al solo potersi meglio guardare allo specchio. Ma se è un nostalgico, e vuole procedere alla vecchia maniera, l’accontento all’istante: in fondo alla casa di Dio trova i soliti confessionali di legno, scuri, avvolgenti, che sua madre ancora predilige come tanti suoi coetanei.”
Il prete ad occhi chiusi si fece il Segno della Croce, senza curarsi di essere imitato dal visitatore, e ripeté inesorabile: “da quanto tempo non ti penti?”
Una coltellata allo stomaco: non si trattava solo di confessare i propri tormenti, ma anche di pentirsene.
“Diciamo che non parlo ad un religioso da quando ho fatto la prima comunione.”
Una pausa, e un cercare nella mente di entrambi una quantità di anni che fosse plausibile.
“Sua madre ha circa novant’anni, lei ne dimostra una sessantina, e siccome ai suoi tempi - risatina involontaria - ci si avvicinava alla Eucaristia intorno ai dieci anni… diciamo da mezzo secolo?”
“Diciamo di si!”, la conferma asciutta di rimbalzo.
“Avrà molto da raccontare allora, e io sono pronto ad ascoltarla.”
“Veramente ho da confessarle - ma si usa ancora dire così, oppure la liturgia in mutamento consente dire raccontarle? - un solo e grosso peccato. Almeno per me lo è, e mi tormenta la vita da quando ne ho avuto consapevolezza.”
Padre Carlo lo puntò avido: quell’uomo anonimo, peccatore spavaldo, dalla madre baciapile, gli stava dicendo che in mezzo secolo di vita vissuta riconosceva di aver peccato una sola volta.
Forse aveva bestemmiato, rubato, fatto del male al prossimo, fornicato, si era impasticcato: ma lui asseriva di aver peccato solo in un campo ben limitato.
“Se è come dice lei allora non è tanto grave: in tanti anni, tra mille occasioni che avrà avuto, riconoscere di aver infranto un solo precetto divino, anche se fosse infinitamente grave, ma già ammettendolo, sono certo che le permetterà di avere la mia completa e convinta assoluzione, e con essa la pace nel cuore.”
“Guardi che io non cerco alcuna indulgenza: tanto meno lei potrà concedermi quella conciliazione di cui parla. Magari fosse così semplice: sarei venuto molto prima non crede?”
“E chi può dirlo? Magari solo oggi le è riuscito di scalciare l’orgoglio dalla sua esistenza e mettersi a capo chino al cospetto di Dio. Perché è bene che io lo ricordi a chi magari, per troppi impegni, non ha avuto molto tempo per dedicarsi alla Sua infinita bontà: lei non ha un prete davanti ora, ma il vicario di Cristo. Non vorrei sembrare irriverente, ma le semplifico il messaggio: il suo modesto portavoce, le è più chiaro così?”
“Non occorreva che me lo ricordasse: e poi anche se non frequento c’è mia madre che non perde occasione per parlarmi di Gesù, la Madonna, il Santo Padre, i Frati… Anche se sta vedendo le previsioni del tempo riesce sempre ad infilarci un pistolotto a vostro favore: ma che gli fate alla gente voi?”
Ridacchiò, mentre il prete finse di non aver capito.
“Piuttosto mi ha dato il la per attaccare con la colpa che sento in me presente: il mio peccato, quello che le accennavo.”
“E sarebbe?”
La curiosità cercava di trattenerla, ma la si leggeva nella fissità dei suoi occhi.
“Ho creduto, ho peccato.”
Il prete sfilò gli occhiali, e con un fazzoletto tratto dalla tasca della giacca, attaccò a lucidare con meticolosità le lenti. Erano perfettamente trasparenti, ma aveva bisogno di tempo per capire cosa avesse voluto dirgli.
“Quindi credere per lei è peccare?”
“Per me è stato così, Padre Carlo.”
“Ammissione contorta ma interessante, come per me lo è ogni parola del vivente che incontro per strada. E che Dio manda al mio modesto cospetto.”
“Sinceramente non capisco come mai non intenda quello che le ho detto: ho creduto e ho peccato.
Lo trova così strano o mi sta prendendo in giro?”
“Non mi permetterei mai, in particolar modo in questo momento unico per noi cristiani. Non la capisco davvero, ma credo, anzi ne sono certo, che saprà darmi una spiegazione adeguata della sua per me contraddittoria affermazione.”
“Non sono due concetti antitetici, semmai l’uno conseguenza dell’altro. Cerchi di seguirmi: ho avuto, sin dalla nascita, una pressante educazione religiosa da mia madre: la stessa, ritengo, che ebbe dalla sua, mia nonna, e lei dalla sua genitrice.
Una sfilza di norme travasate con imperio, direi con furia, nella mia testa di bambino: regole, precetti, se fossi un giurista arriverei a definirli codicilli, scesi tra i miei giochi, tra i miei compiti, tra i miei primi respiri di vita. Da accettare senza capire, da adottare senza porsi domande. La religione affonda le sue radici sulla certezza, non sul dubbio, vero Padre Carlo?”
Il prete accarezzava la stola: più che altro la pizzicava, mostrando la tensione che lo stava assalendo.
“Il credere per mia madre era ed è tutto, e crescere un figlio adeguandolo alle sue convinzioni religiose un impegno da non poter fallire, pena la dannazione eterna. Una missione, come la sua, ma più impegnativa: perché in fondo lei ha di fronte solo il generico prossimo, lei invece aveva al suo cospetto il figlio. La sua carne, il suo sangue, il concepimento voluto da Dio per farne un suo nuovo soldato di fede. Non voglio con questo colpevolizzarla: credo fermamente che non sia stata una mosca bianca, anche perché sono certo che il suo morbo, e quello di tante madri della sua e delle trascorse generazioni, sia stato iniettato dal clero. In nome di Dio nei secoli dei secoli sono state compiute mille nefandezze, non trova Padre Carlo?”
Sapeva di aver esagerato, e che quel prete anche se avesse voluto mai gli avrebbe mai dato ragione: ma quell’asprezza non la volle trattenere.
“E così per rispetto, per mancanza di vie di fuga, per età infantile, ho dovuto credere. Come poteva mentirmi mia madre? Come poteva dirmi cose false su Dio, il Vangelo - la Bibbia a onor del vero non l‘ha mai citata, credo pensando che fosse un falso - i Santi, il Papa, i Miracoli? E poi mio padre non spendeva una sillaba che potesse aiutarmi a dissociarmi dalla sua ferrea dottrina. Ho creduto Padre, e credendo ho peccato!”
Il prete aveva rimesso gli occhiali, e faticava a non intervenire in quel discorso che a tratti sembrava interessarlo, a volte stizzirlo.
“E’ stato un crescendo il mio peccare: ci ho messo un bel po’ a dipanare la mia esistenza, a sciacquarla dei residui che mi sentivo incollati addosso, a prendere dimestichezza con la vita. Diciamo venti, forse trent’anni, ma poi ci sono arrivato: e non che oggi mi senta meglio! Anzi, se una confidenza posso farle, avrei preferito continuare a dibattermi nel dubbio che arrivare a scoprire la verità.”
“Quale verità?”
“Che credendo ho peccato: ma mi sta seguendo?”
Lo stava facendo, ma senza riuscirci.
“E come ha peccato?”
”Contro la vita, contro quanto di buono e bello potesse offrirmi. In sostanza contro me stesso, negandomi il piacere e il dovere di affrontarla con serenità, con equilibrio, con interesse.”
Il prete oscillò: cominciava a capire, anche se sentiva quelle parole con il fastidio con cui avrebbe affrontato una mosca.
“Se mi fosse stato concesso di non credere sarei stato libero. Dovendo credere ho avuto addosso una zavorra che mi ha tolto il respiro, sfiancato il passo, impedito di alzare lo sguardo: non sono stato me stesso, per molto, per troppo, e adesso so che il tempo perduto non potrò mai riaverlo. Quello migliore, quello delle fantasie, dei miraggi, della spinta emotiva, dell’amore, dei sogni ad occhi aperti. Non trova Padre Carlo che sia così?”
Non voleva una conferma, solo la sua attenzione.
“Ho peccato contro me stesso: se posso usare un’immagine forte direi che mi sono castrato. Rispettare passivamente quelle regole che avevo assorbito hanno distolto la mia vitalità dalla sacralità della vita: che non è servire ciecamente, ma fronteggiarla apertamente. Alzarsi ogni mattina sapendo cosa potere o non poter fare, arrancare nel sonno la sera smussando i lati alle asperità del quotidiano vissuto: un lavoro improbo. Ma Dio vuole davvero questo dalle sue Creature? Concedere loro di nascere per farle soffrire intimamente? No, Dio non può essere così meschino: siamo noi ad esserlo, sicuramente per colpa nostra.”
La spavalderia di quella sentenza sferzò il sacerdote.
“Il mio peccato è stato quello di comprenderlo troppo tardi, e aver rinunciato per anni, per decenni, alla gioia della vita: anche ai suoi dolori, per carità, ma senza doverli considerare delle condanne divine, prodromi di quelle che sopraggiungeranno dopo la morte per riparare a quanto di ingiusto sulla terra si è fatto. Per dover credere non ho vissuto, Padre, e questo non le sembra il più grosso delitto che un uomo possa compiere?”
Lo aveva detto, finalmente ci era riuscito: quel pensiero gli martellava le tempie da almeno dieci anni, rendendogli difficile sorridere, piangere, arrabbiarsi, persino prendere sonno.
La certezza acquisita di aver buttato la sua vita, nel bene e nel male, alle ortiche, e di non poterla recuperare, ma solo concluderla con quel peso sempre più insostenibile.
“La prego di non aggiungere altro: ho recepito quanto ha voluto raccontarmi, o confessarmi, per essere più precisi. Ovviamente non posso darle ragione, ma arrivo a comprenderla: ma voglio rassicurarla, non è stata colpa di sua madre, o di sua nonna, o di una tradizione asfittica tramandata per generazioni. Se hanno mancato lo hanno fatto in buona fede, credendo di farle del bene, certamente non del male: è difficile educare un figlio, dargli dei buoni principi, farlo crescere concedendogli percorsi diversi da quelli in cui si è ciecamente creduto. Ma ora acconsenta ad una domanda: cosa si aspetta lei da me, ora?”
Il visitatore abbassò lo sguardo: quell’istanza non aveva risposta.
“Nulla, volevo solo che qualcuno sapesse cosa da anni mi agita: a mia moglie dei miei tormenti non interessa nulla, ai miei figli neanche a parlarne, mio padre è morto da un secolo, e mia madre non avrebbe capito una sillaba di questo mio soliloquio, traducendo il tutto nell’ennesimo attacco a Dio di un figlio assurdamente ateo che le tormenta la vecchiaia. Glielo devo dire: mi parla sempre bene di lei, a volte quasi santificandolo, e il caso ha voluto che c’incontrassimo: magari con un suo collega mi sarei aperto lo stesso, o magari no, ma a questo punto conta poco.”
Si alzò e attese che il prete lo imitasse.
“Non importa se ai suoi occhi passerò come un maleducato: il mio nome non ha alcuna importanza, e se proprio la incuriosisce sapere chi sono, cosa faccio, lo potrà chiedere a mia madre. Ma essendo in un confessionale non credo che, per deontologia del suo mestiere, potrà farle sapere che io e lei ci siamo incontrati. E poi la farebbe inutilmente emozionare, offrendole ingiustamente la sensazione di riavere suo figlio vicino alla sua religione. Quindi, mi dia retta, che tutto resti tra noi!”
“Vuole che le dia l’assoluzione?”
“E da cosa dovrebbe smacchiare la mia anima? Dal mio peccato originale? Perché così io lo considero, non quello provocato dalla storiella di Adamo ed Eva, della mela e del serpentello. Questo che le ho riportato è il vero peccato originale: dalla nascita costringere l’uomo a peccare contro il dono della vita obbligandolo a credere. C’è chi si salva non comprendendolo, e chi ci annega arrivandoci: purtroppo io sono in questa seconda fascia. Quindi che assoluzione vuole darmi? Che pace pensa che io possa acquisire da un gesto ieratico? La ringrazio per il tempo che ha speso per me: già questo lo considero un buon viatico.”
Gli strinse la mano sollevandogliela, e uscì dalla stanza. Fuori non c’era nessuno, e la luce dalle finestre sfilava bassa mostrando la sera.
Pochi passi e si ritrovò all‘aria aperta, in quello spazio ora miseramente ristretto che da ragazzo sfruttava con i suoi amici per selvagge partite a pallone.
Anche quello un segno concreto del cambiamento della Chiesa: dall’attenzione ai bambini all’ostentazione di un porticato ben disegnato.
Il prete rientrò nella sua stanza e ci si chiuse dentro: afferrò distratto il rosario rimuginando sul fiume tumultuoso delle parole ascoltate. Vere o ingiuste che fossero certamente genuine: non un affronto gratuito e maligno al suo credo, ma lo sfogo di un uomo maturo che se avesse avuto meno incrollabili certezze, e uno sprone maggiore a guardare dritto negli occhi la vita, sarebbe diventato un fiero soldato di Cristo.
Forse un prete, un padre per molti.



