L’ottobre nero di Moore e Wheldon

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New York - Dodici anni or sono, esattamente il 31 ottobre 1999, il giovanissimo pilota canadese Greg Moore periva in uno dei piu’ drammatici incidenti che le corse ricordino.(Greg Moore nella foto)

Dan Wheldon

Alla curva numero uno del micidiale ovale di Fontana (California), mentre le vetture stavano percorrendo il decimo giro, Moore perdeva il controllo della sua monoposto bianco-azzurro numero 99 e finiva con inaudita violenza contro il muro. La Reynard-Mercedes del magnate di Wheeling Jerry Forsythe esplodeva carambolando senza nessun controllo nella parte interna del tracciato, rovesciandosi e sbattendo poi lateralmente contro la protezione. Moore, che aveva riportato una forte contusione del polso sinistro, investito da uno scooter nei pit alla vigilia, era stato costretto a partire dall’ultimo gradino della qualifica. Uno fra i piloti piu’ stimati e benvoluti della categoria ci lasciava. Greg era un amico, oltre che “pupillo” del patron della macchina. Il canadese amava l’Italia che aveva visitato, con il compagno Max Papis. Vi era andato perché ”l’Italia mi e’ sempre piaciuta per la sua storia”, diceva. Da Como ed il Lago Maggiore aveva guidato sino a Giulianova e, in un ristorante locale, assaggio’ i maccheroni alla chitarra “imparando ad usare la forchetta e il cucchiaio”, si scherniva.

Annata drammatica quella del 1999 per la serie Cart e il disastro si era verificato proprio in un ovale che egli amava “domare per vincervi…”.

Greg ci lascio’ “con le lacrime nel cuore, ma con il sorriso nei nostri ricordi” afferma Jerry Forsythe (qui a sinistra, con Manocchia) che preparo’ e costrui’ moralmente il giovane campione di combattivita’ il quale, in breve tempo, aveva regalato maggiore notorieta’ al team “Player-Folrsythe”. Un legame di gratitudine e affetto reciproci.

Lo scorso 16 ottobre, per una triste analogia del destino, la sorte tradì il pilota inglese Dan Wheldon, dopo 134 gare di campionato e una vittoria anche nella mitica 500 miglia di Indianapolis. Dan, quel giorno, avrebbe potuto vincere 5 milioni di dollari se, partendo ultimo, avesse vinto la corsa. La Dea Bendata

sfasciò il programma, la speranza, la certezza di una magica realizzazione sportiva.

Si correva il decimo giro della gara, con 34 macchine ammassate in un miglio di strada, sull’ovale di Las Vegas, tramutato in autodromo da un defunto ippodromo… Il “rookey” Cunningham toccava, involontariamente, un’altra macchina accendendo la torcia dell’Apocalisse.

Macchine che si urtavano, ferramenta infuocate, detriti in aria, e incendi indescrivibili.

La macchina di Wheldon piroettava, quindi s’involava per ricadere capovolta, contro la rete di protezione per il pubblico, sostenuta da un palo.

Un colpo violento, una fumata nera, e il corpo esanime di Dan, veniva trasportato prontamente nel vicino Medical Center i cui dottori non facevano altro che constatare il decesso della popolare, amata star della serie Indy car.

A distanza di circa 2 mesi, finalmente, la direzione della serie annuncia il risultato delle indagini connesse con il tragico evento.

Il direttore delle corse Bryan Barnard, con un mal sceneggiato annuncio, parla di urto del pilota contro il palo che sorregge la rete di protezione e mette a dormire il doloroso avvenimento, ricevendo, ovviamente, severe critiche per il presupposto fantomatico annuncio e, putacaso, qualche giorno dopo veniva degradato sotto accusa di avere travisato i veri motivi dell’incidente.

La Indy car, dopo il mea culpa del nuovo presidente Randy Bernard, il quale e’ venuto fuori zoppicando, dopo le descrizioni, con accenti soffici della stampa circa gli sforzi da lui compiuti in quella branca sportiva, e' proseguita, sin da quando il pupillo di casa Hulman, inizio’ la sua “guerra fredda’ contro il magnate Jerry Forsythe, fondatore e padrone della rispettata CHAMP CAR, senza spiragli positivi.

La passione sportiva, l’acume, il buon senso di Forsythe (nella foto con Manocchia) lasciarono le redini della guida della traballante serie automobilistica, a Tony George, “falso profeta sportivo”, bramoso di gloria e ricchezza.

Ma tutti gli aggettivi di gloria non ressero ed il decaduto duce della Indycar si dileguo’ col passare delle ombre notturne.

“Personalmente lasciai, con rimpianto, la serie Champ car, che creai con l’amico Keven Kalkhoven ma fiducioso che le cose avrebbero preso una via piu’ prolifica. E’ stata una illusione. Le macchine di Matusalemme, sono ancora in pista,e dopo un concorso, fatto in casa, con almeno sei grosse ditte, e’ stata annunciata la macchina che dovrebbe essere la “diva” di Dallara serie 2012, ma mi sembra che i commenti stampa non parlino un giusto linguaggio . Comunque personalmente faccio loro gli auguri, di Buon Natale ed un Buon Anno carico di successi

Potendo, ricostruirebbe un’altra serie simile alla Champ car?

“Non ci penso affatto. Con la crisi che circonda lo sport, e con gente preoccupata soltanto a diventare “BIG” senza possedere le qualita’, c’e’ poco da sperare”

A Jerry Forsythe piacciono le piste ovali?

Io sono per gli stradali, ma bisogna far contenti anche gli appassionati degli anelli, che poi sono quelli che hanno causato, sino ad oggi, la maggioranza degli incidenti mortali”