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Formigoni, indagato, "Non mi dimetto, notizie false"

Politica

In ambienti giudiziari l'indiscrezione circolava da tempo: Roberto Formigoni, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano con l'accusa di finanziamento illecito e corruzione, in un filone dell'inchiesta sulla sanità lombarda partita con il crack del San Raffaele.

"Sono sereno e tranquillo.Se c'è un'indagine la prima persona a dover essere informata è quella indagata. Io non ho ricevuto alcuna informazione e, conoscendo la correttezza della Procura di Milano, escludo abbia inviato un'indagine su di me senza informarmi. Quindi la notizia del Corriere della Sera è falsa", ha provato a difendersi Formigoni durante la conferenza stampa convocata per "comunicazioni del presidente", quindi senza possibilità di fare domande.

La stessa modalità scelta dall'ex ministro Claudio Scajola per annunciare le proprie dimissioni dopo la scandalo dell'acquisto della casa con vista sul Colosseo a Roma pagata in parte dal costruttore Anemone. Tuttavia di fronte alle lamentele dei giornalisti, Roberto Formigoni ha concesso la possibilità di fare domande e così, immediata, è arrivata la richiesta di chiarimenti sull'ipotesi di presentare le dimissioni.

"Assolutamente no (non presento le dimissioni ndr), perché le accuse sollevate sono false e ingiustificate. Se l'indagine - ha affermato Formigoni - si rivelasse vera sono pronto a difendermi, perché le accuse non corrispondono a verità. Inoltre, se fossero vere (le indiscrezioni, ndr) raggiungerei le condizioni di altri miei colleghi presidenti di Regione e amministratori locali oggetto da tempo di indagini e nessuno si è dimesso per essere stato raggiunto da un avviso di garanzia". L'ipotesi di dimissioni, ha concluso Formigoni, potrebbe essere presa in considerazione "solo nel caso in cui, un tribunale giudicante dimostrasse che io ho compiuto favoritismi nei confronti di Daccò, ma ricadiamo nel caso del periodo ipotetico dell'irrealtà". Oggetto dell'indagine per il reato di corruzione sarebbero i circa 70 milioni di euro che il polo privato della sanità, Fondazione Maugeri, avrebbe pagato negli anni al consulente-mediatore e amico di Formigoni, Pierangelo Daccò, in carcere dallo scorso 15 novembre, per ottenere più finanziamenti da parte della Regione attraverso le delibere sulle funzioni sanitarie non tariffabili, assegnate in modo discrezionale. Il capitolo sul finanziamento illecito, invece, è legato a un contributo di oltre 500 mila euro per le elezioni regionali del 2010 che Formigoni avrebbe ricevuto da un gruppo sanitario privato. A convincere la procura ad iscrivere Formigoni del registro degli indagati sarebbero state le ultime dichiarazioni rese da Daccò in un interrogatorio di metà maggio rimasto secretato, ma al quale gli organi di stampa hanno avuto accesso. Nella mega inchiesta insieme a Daccò è finito in carcere anche un altro amico di Formigoni, il consulente ciellino Antonio Simone assessore Dc alla sanità negli anni 90.

Per quanto riguarda il reato di corruzione, l'ipotesi della procura sarebbe che Daccò, attraverso numerosi regali dall'elevato valore patrimoniale come vacanze in resort esclusivi, crociere in barca a vela, utilizzo di jet privati, cene di pubbliche relazioni a margine del Meeting di Rimini e, non ultimo, le condizioni favorevoli concesse a un coinquilino di Formigoni nella comunità laicale dei Memores Domini per l'acquisto di una villa in Sardegna, esercitasse indirettamente pressioni sul governatore per ottenere più finanziamenti pubblici per il polo sanitario Fondazione Maugeri. Sempre per questo filone dell'inchiesta era stata già indagata per l'ipotesi di riciclaggio la ex dirigente regionale nell'unità organizzativa di Programmazione sanitaria, Alessandra Massei.

Ma Formigoni è solo l'ultimo di una lunga lista di indagati nell'ambito della maxi inchiesta che intende far luce sugli intrecci fra interessi privati e pubblici nella gestione della sanità lombarda, che gestisce un budget annuo di oltre 17 miliardi di euro. E' di pochi giorni fa la notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati in un altro filone dell'inchiesta del braccio destro di Formigoni, il potente direttore generale Carlo Lucchina, che secondo gli inquirenti avrebbe gestito un complesso sistema per far pagare i costi della sperimentazione di sofisticate apparecchiature scientifiche per la cura dei malati non alle case produttrici ma allo Stato. Il tutto attraverso bandi su misura e prendendo accordi sottobanco. Insieme a Lucchina, ci sono altre 27 persone accusate a vario titolo di rivelazione del segreto d'ufficio, peculato, associazione per delinquere e turbativa d'asta. Tra gli indagati spiccano i nomi dei direttori generali di Niguarda e Busto, Pasquale Cannatelli e Armando Gozzini, gli ex direttori generale e sanitario di Lecco Ambrogio Bertoglio e Giuseppe Genduso, il responsabile dell'unità operativa di cardiologia di Saronno Daniele Nassiacos e rappresentati di sei società o aziende private tra cui General Elettric, Telecom e Assomed.

- A caratterizzare l'avvio dell'inchiesta, sono state le dichiarazioni contrastanti di Formigoni per difendersi dalle accuse di aver ricevuto regalie da Daccò, in cambio di delibere accomodanti per i clienti del mediatore. In prima battuta Formigoni aveva spiegato di aver solo fatto con Daccò "vacanze di gruppo" ai Caraibi al termine delle quali i costi venivano equamente divisi fra i partecipanti. In un secondo, momento invece, complice anche l'impossibilità a presentare giustificativi che confermassaro la teoria della divisione dei costi, Formigoni aveva precisato che "non c'era stato bisogno di alcun conguaglio". Infine per l'acquisto della casa in Sardegna, Formigoni aveva detto di aver "potuto accumulare risparmi per un milione di euro che ho prestato a un amico" (Alberto Perego) "per acquistare una casetta in Sardegna", cioè la villa venduta per 3 milioni a Perego da Daccò.

Unanime il coro di proteste e le richieste di dimissioni avanzate dalle opposizioni in consiglio regionale. "Chiediamo che Formigoni distingua il suo ruolo personale da quello istituzionale: che si possa difendere dalle accuse, ma faccia anche un passo indietro da presidente della Regione Lombardia", ha dichiarato il capogruppo del Pd, Luca Gaffuri. "Chiediamo anche alla Lega - ha aggiunto Gaffuri - di prendere una posizione chiara di fronte ai nuovi eventi e di prendere le sue responsabilità, del resto esprime l'assessore alla Sanità...". Di Pietro invoca un passo indietro come "naturale conseguenza di un'indagine". L'Italia dei Valori chiede da mesi "le dimissioni o la sfiducia del governo regionale, perché una cosa è la responsabilità penale, altra cosa è la grave responsabilità politica", ha affermato l'ex pm. "Le dimissioni di Formigoni sono ormai un atto dovuto ai Lombardi", hanno dichiarato Chiara Cremonesi e Giulio Cavalli (Sel).

tmnews

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