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La scrittura è in crisi? L’Università reagisce

scritturaLa scrittura è in crisi? Educatori, sociologici e linguisti lo ripetono da tempo. Minata dal primato dell’oralità, la crisi della scrittura è legata necessariamente a una crisi della lettura. Tra i giovani si legge sempre di meno, si legge con difficoltà. Di conseguenza si scrive in maniera semplificata, usando frasi brevi e un dizionario ridotto. La scrittura tende ad essere didascalica, discontinua, al pari della conoscenza, che si è fatta frammentaria, casuale e incerta, quanto la società dell’incertezza descritta da Bauman. Una scrittura più adatta alle pagine web che alle pagine di un libro.

 

 

 

Ciò che resta della scrittura è stravolto, prosciugato, contaminato dalle immagini. Preval-gono i segni tachigrafici, le icone e le emoticons, quasi un tentativo d’integrazione tra segno e disegno, dietro cui sembra far capolino una volontà demistificatoria della scrittura e la sua riduzione a livello triviale. Nel migliore dei casi si propende per un’iconografia visiva della parola scritta, ricavando dalla forma grafica una sorta di contenuto estetico (come nella pubblicità).

Ma anche la grafia, tra i giovani, è cambiata. Un monitoraggio delle pratiche di scrittura nella scuola dell’obbligo ha evidenziato un disuso crescente del corsivo in favore dello stampatello. I giovani lo preferiscono perché più pratico o forse asettico, e anche più vicino al tipo di scrittura usato per il computer e il telefonino.

Quanto ai contenuti, la mutazione è ancora più evidente e dipende dalle nuove modalità di approccio alla lingua. La scrittura digitalizzata, soprattutto nelle nuove generazioni che speri-mentano il digitale ancor prima dell’esperienza scolare, finisce per privilegiare l’emotività, la conoscenza istintiva e accompagnarsi a una grafismo spontaneo.

Non a caso le facoltà umanistiche tendono oggi a rivalutare le competenze della scrittura. E con essa la logica e la razionalità, recuperando l’antico obbligo di “linearità e sequenzialità”, già espresso nella lontana Poetica di Aristotele, che sembrava messo in discussione dalle reti. Il ritorno alla scrittura è più che mai necessario per non perdere i contenuti scientifici della tradizione scritta. Fioriscono ovunque corsi di scrittura e di lingua italiana, rivolti soprattutto ai giovani che si accingono ad affrontare gli studi universitari e che devono colmare lacune che hanno origini lontane.

Non solo.

Della necessità di coniugare il mondo digitale alle scienze umane (e in particolare alla scrittura), si sono fatti carico diversi corsi di laurea, tra i quali spicca, per eccellenza, quello di “Informatica Umanistica” a Pisa. Un corso triennale interfacoltà, costruito tra Lettere e Ingegneria informatica, che si accinge a varare una sua specifica laurea magistrale in quattro percorsi (“Editoria elettronica”, “Grafica, interattività, ambienti virtuali”, “Management della conoscenza”, “Tecnologie del linguaggio”) e che può vantare, tra i suoi allievi, il dottorando Michele Coscia: carrarese, classe 1984, al momento a Boston, presso il laboratorio di Albert-Laszlo Barabasi – è risultato uno dei dieci vincitori di un concorso internazionale bandito da Google, il famoso motore di ricerca, per il finanziamento di un’analisi delle reti sociali.

 
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