L'Arch. Marco Volpe, di Montesilvano, è stato un giovanissimo presidente dell'ordine degli Architetti di Pescara, ha elaborato molte delle più importanti opere montesilvanesi, che ricorderemo nei prossimi giorni. L'architettura di Marco Volpe ha tracciato, volenti o nolenti, l'inizio di un'era nuova per la città. Un passaggio da comprendere che si legge, ad esempio, nell'opera di Piazza Suor Cristina Zecca, ora parcheggio, il cui monumento rappresenta un'ampia finestra aperta su un muro maestro che si affaccia sulla piazza che guarda la Chiesa di Sant'Antonio. Questa finestra potrebbe essere interpretata come uno "stargate" attraverso cui poter guardar lontano, immaginando una Montesilvano più consapevole che riesce a tirare fuori la sua identità, una città che spera e sogna. Allo stesso tempo, però, è il simbolo di una città indispettita che non ha più voglia di sognare e spesso rimane alla finestra a giudicare, cercando di scoraggiare l'operato di chi invece crede ancora in Montesilvano.
"Mi fa piacere vedere tra le pagine del giornale che si vuole innescare finalmente un dibattito sui luoghi della città di Montesilvano, luoghi legati alla storia (seppur recente) nella loro lettura contemporanea e nella loro reinterpretazione e modificazione dettate dalla città di oggi e dal suo uso. Mi fa ancor più piacere contribuire al dibattito sulla Colonia Stella Maris (iniziato con un’intervista a Renzo Gallerati), con alcune ulteriori brevi note di storia dell’edificio legate ad un suo possibile nuovo utilizzo che gli ridonerebbe quella agognata nuova vita che merita.

PAESAGGIO ITALIANO CON AEROPLANO
Molte architetture della modernità giacciono oggi come relitti abbandonati, con intonaci caduti, lastre di pietra spaccate, infissi di legno ormai fradicio, vetri presi a bersaglio; altri, sottoposti a nuovi usi, hanno subìto modifiche ed aggiunte del tutto incongrue; fino addirittura ad arrivare alle recenti demolizioni, allorquando la cinica logica imprenditoriale mal si sintonizza con la conservazione di quelle tracce storiche che pure hanno contribuito alla costruzione della città e della sua ‘immagine’ contemporanea.
Nella cosiddetta area metropolitana Chieti-Pescara la modernità tra le due guerre mondiali ha avuto il più delle volte l'immagine aulica, retorica, austera dell'architettura del regime fascista.
Tre edifici si staccano mirabilmente per maestrìa compositiva, per invenzione formale o per simbolismo: l'ex-G.I.L. (oggi Liceo Scientifico ‘G.Galilei’) in via Balilla a Pescara, l'ex-dopolavoro E.N.A.L. (poi cinema Garden) in Largo Trento e Trieste a Chieti, l'ex-colonia marina Costanzo Ciano (Stella Matutina, poi nota come Stella Maris) a Montesilvano Spiaggia.
Tre indiscutibili monumenti che, quale più quale meno, soffrono il tempo, il pregiudizio culturale, laddove proprio la distanza temporale richiede oggi una rilettura più leggera e disincantata, tutta interna alle qualità dei manufatti, dei loro rapporti con la città e con la natura, ed ipotesi di un rilancio in grado di salvaguardarli.

È recente la tematica del restauro di questi manufatti, non ancora presi in carico dalle Sovrintendenze perché paradossalmente ‘troppo giovani’, malgrado le ferite del tempo abbiano talvolta danneggiato maggiormente opere relativamente recenti, evidentemente più fragili di quelle antiche, anche per questioni intrinseche al tipo di ricerca sui materiali e sulle strutture: la cultura del cemento armato, della struttura in ferro, i grandi pannelli di vetro.
Per l'architettura del periodo fascista va messa a punto una riflessione ed una strumentazione del tutto particolare, centrata sullo studio dei materiali autarchici impiegati all'epoca delle ‘sanzioni’, che privarono l'Italia del ferro e di altri prodotti di importazione alla base dell'edilizia moderna, e sull'ipotesi di possibili sostituzioni con altrettanti materiali contemporanei ritenuti compatibili con quelli ormai scomparsi.
Ma é ovvio che la compatibilità principale deve essere legata agli usi, evitando sconvolgimenti dovuti ad attribuzioni funzionali che nulla hanno a che vedere con quelle originarie, che portano a manomissioni eccessive all'atto del restauro, di per sé già necessariamente modificatore con interventi quali la nuova impiantistica, la messa in sicurezza, la ricerca di un comfort contemporaneo.
Per la Colonia di Montesilvano va detto che le prime modifiche, pur compatibili, vennero introdotte nell'immediato dopoguerra, trasformando la Colonia in ricovero per sfollati, perimetrando il portico del piano terra; ma elementi di vera e propria incompatibilità sono stati introdotti successivamente, dopo l'uso attivo di nuovo come Colonia fatto negli anni '50 e '60: una ristrutturazione non portata a termine (anni ’80), che aveva alterato soprattutto la ‘carlinga’ dell'aeroplano, aggiungendo nuovi volumi, ed introdotto una forte modificazione dei prospetti tanto finestrati, con la posa in opera di ornie e soglie in pietra assolutamente inadeguate, riducendo la leggerezza dei prospetti e, conseguentemente, dell’immagine complessiva.
Ma la preoccupazione maggiore resta proprio quella dell'immissione di usi inadeguati che stravolgerebbero necessariamente l'edificio, è inutile a tal proposito ricordare quelli più variegati ed estemporanei che sono stati proposti (centro di formazione alberghiera, osservatorio astronomico, caserma militare ed altri più puntualmente riportati da Renzo Gallerati).
Paradossalmente, negli anni più recenti, gli usi maggiormente adeguati sono apparsi quelli provvisori, dalla potente e fugace presenza di una edizione di ‘Fuori-Uso’, a ‘Kid-Town’, la città dei ragazzi, oltre che a sede di rappresentazioni teatrali estive di tutto rispetto e di alto livello, che hanno ridato il soffio della vita all’allora rudere, con l'obiettivo, condiviso, di ribadire che il ‘grande aereo sul mare’ é nato per l'infanzia e per i giovani e che una possibile destinazione culturale dello stesso probabilmente è la più compatibile, è inoltre importante che la sua relazione con il mare sia esaltata attraverso un uso ‘mediterraneo’, in relazione all'ampio spazio libero, alla spiaggia, al mare ed alle terre che lo circondano.
Il carattere ‘nautico’ dell'edificio é del resto già proposto architettonicamente dagli oblò che interagiscono con le finestre a nastro verticali dei prospetti e dalle ringhiere a tubolari orizzontali, tipiche delle navi e degli stabilimenti balneari.
Quanto al più evidente carattere di ‘aereo’, questo é dato dalla sagoma planimetrica, con le ali e il motore, la cabina centrale e la fusoliera, la torretta di avvistamento e la coda.
L'architetto Di Berardino, che lo ha progettato, come Colonia Marina per i Fasci di Combattimento di Rieti (1935-37), affonda le sue scelte nel clima simbolista-macchinista che aveva orientato alcune realizzazioni del Fascismo, in particolare proprio per manufatti balneari:
la colonia marina di Cattolica ‘28 ottobre’ ora ‘Le navi’, realizzata nel 1932 su progetto di Clemente Busiri-Vici;
il padiglione d'Italia all'Esposizione di Chicago del 1933, a forma di timone;
l'aeroporto Nicelli al Lido di Venezia, in forma di treno;
la sede dell'Associazione Motonautica AMILA a Tramezzo, progettata nel 1926-27 da Pietro Lingeri in forma di battello.
I recenti lavori che hanno interessato la Colonia hanno riportato, condivisibilmente, l’edificio allo stato originario, eliminando le evidenti superfetazioni, le chiusure del piano terra che, costruite in epoca post-bellica, avevano ‘tarpato le ali’ dell’aereoplano ed operando una pulizia delle facciate da quegli elementi che le appesantivano; la cosa che però colpisce è che tali lavori (più che condivisibili, ripeto) purtroppo non hanno pensato ad un edificio con una destinazione definita, ci potrebbe andare tutto o l’esatto contrario.
La suggestione proposta dall’amico Renzo Gallerati è affascinante, soprattutto per la sua valenza simbolica, l’edificio comunale che è metaforicamente capace di volare, di spiccare il volo verso il Mediterraneo e l’oriente, capace di protendersi sul mare, il mare è tanta parte di Montesilvano, la Montesilvano ‘liquida’ che ha bisogno di essere recuperata ed essere ripensata più densa di nuovi contenuti e significati.
Scendendo un po’ più nel particolare, la nuova destinazione dovrebbe avere, a mio parere, dei presupposti invariabili per non snaturare l’edificio: nelle ali è importante che vi siano individuate le destinazioni più pubbliche e culturali (‘trasparenti’), sale per esposizioni temporanee, sale per conferenze, biblioteca, che prefigurano un uso dello spazio assolutamente compatibile con la spazialità dei locali in questione; mentre gli uffici ed i servizi potrebbero risiedere nei tre piani della carlinga o addirittura pensando a piccoli edifici nello spazio esterno (staccati dall’aereoplano), magari parzialmente interrati per lasciare intatto il rapporto tra l’edificio principale il suo intorno e tra questi ed il mare.

Dunque è importante mantenere la leggerezza delle ali, per permettere alla Colonia ancora e per sempre di protendersi verso il mare.
Mi piace infine ricordare che nel 1999, con il Prof. Carlo Pozzi e con i colleghi F. Mulone e P. Pandolfi, abbiamo elaborato una proposta di recupero, destinando l’edificio e l’area circostante a centro per i giovani, caratterizzato dalla contemporanea presenza di una mediateca-centro di formazione e da un ostello-piccolo albergo; la validità di tale proposta è testimoniata dal fatto che è stata pubblicata sulla storica rivista ‘L’Architettura Cronaca e Storia’ (rivista fondata da Bruno Zevi) n° 578 del Dicembre 2003, dedicata all’area metropolitana Pescara-Chieti.