Studi sui rischi celebrali della boxe: punch drunk e demetia puglistica le sindromi più diffuse tra ii pugili professionisti- Il pugile russo Roman Simakov è l’ultima vittima
fonte lindro.it
La scorsa settimana l’ultima tragedia: la morte del pugile russo Roman Simakov dopo essere stato messo a ko dal connazionale Sergei Koralev sul ring di un match valido per il titolo intercontinentale Wbc dei pesi mediomassimi. Periodicamente si ritorna parlare della pericolosità del pugilato. Da decenni esperti di medicina legale studiano la questione.
Tra la fine degli anni ’50 e ’60 un fiero avversario della boxe fu il professor Arthur H. Steinhaus, del George Williams College di Chicago, “Per ogni morto sul ring, per ogni decesso a causa di lesioni del cervello, vi sono numerosi casi più tragici .Quelli dei giovani ‘ubriachi di pugni’ che. vagano per il mondo senza rimedio e molte volte finiscono col commettere atti tragici per l’umanità, ragazzi che sono morti viventi” ci dichiarava negli anni sessanta.
Ciò non toglie che poi vi siano grandi pugili che di pugni in testa ne hanno preso in quantità che hanno terminato la loro carriera senza problemi di alcun genere, da Rocco Marchegiano, la roccia di Brockton che incontrò 49 avversari uno più duro dell’altro uscendone imbattuto, a Joey Giardello, peso medio del New Jersey, Armando Amanini, Paolo Rosi, Livio Minelli, il marchegiano Gianluca Scortechini, che il napoletano Carmine Tarantino allenò, con successo, sino al giorno del suo pensionato.
I medici sportivi, già in studi che risalgono al 1928, hanno identificato una sindrome tipica e non rara dei pugili professionisti denominata ‘punch drunk’ (ubriacatura da pugni) o dementia pugilistica, che presenta sintomi che vanno dalla perdita della memoria alla dislessia, all’alterazione della personalità. Fu proprio lo studio del ’28 a collegare i danni celebrali subiti dai pugili al Parkinson.
A livello dilettantistico si cerca di evitare la sindrome con l’utilizzo di caschi di gomma dura in testa. Nonostante ciò un colpo potente e ben assestato può provocare forti danni anche tra i pugili così protetti. Nella ‘noble art’, infatti, il pericolo si concentra sulla testa.
“La ferita molto spesso indica una microemorragia nel cervello del boxeur” spiega il professor Stefan Hahnel, senior consultant presso la Divisione Neurologia dell’University of Heidelberg Medical Center di Francoforte: “Non è dato sapere quando la microemorragia si verifica nel pugile, tale microemorragia potrebbe distruggere le cellule del cervello che poi verrà colpito da dementia e dal Parkinson”.
Il grande Muhammad Ali ne è uno dei massimi esempi: contrasse all’età di 40 anni la malattia, ma la medicina non è ancora riuscita a stabilire se la condizione è stata determinata dalla boxe.
La prestigiosa clinica neurologica di Cleveland ha dato il via, nell’estate, a un nuovo studio sui boxeur professionisti. “Noi sappiamo come appare un cervello danneggiato e conosciamo scarsamente le origini della causa e cosa succede durante il trauma” spiega Maureen Peckman della Clinica di Cleveland. La dottoressa Peckman è incaricata di coordinare i nuovi studi -finanziati con 400mila dollari dalla Lincy Foundation- tra la clinica Lou Ruvo Center for Brain Health di Las Vegas e la Nevada State Athletic Commission. Lo studio lavorerà su di un gruppo di 500 pugili volontari.
Lo scorso anno, il professor Hans Förstl, dell’Università di Monaco di Baviera, ha condotto uno studio sulla salute dei pugili negli ultimi 10 anni dal quale si ricava che il 20% dei pugili professionisti sviluppa almeno una malattia neuropsichiatrica. Secondo questo studio il K.O. in termini neuropsichiatrici corrisponde alla concussione cerebrale. Una lunga carriera fa aumentare il rischio di malattie neurodegenerative, Alzheimer compreso. Oltre alla testa, a rischio sarebbero il cuore e lo scheletro.
L’inchiesta del ‘Corriere dello Sport’ del gennaio 2011 restituisce 500 i pugili morti a causa dei colpi presi in combattimento in oltre cento anni di boxe. Gli italiani sono tre: Angelo Jacopucci (1973), Stefano Dell’Aquila (1995), Fabrizio De Chiara (1996).