Racconti
Da quando la sorte aveva voluto oltraggiare la sua vecchiaia con quel malore non le era restato molto da fare: vedova da trent’anni, con due figli che non avevano mai tempo per lei, ottantasette primavere calate di peso sul suo fisico esile, una lucidità di testa da fare invidia a quella di un giovane, trascorreva le sue interminabili giornate inchiodata su una tecnologica carrozzina a rotelle elettrocomandata.
Non aveva voluto, rigettandone fieramente la sola proposta, la badante: mina la mia fondante libertà interiore, questa la sua inappellabile sentenza al rientro in casa dopo sei mesi vissuti in clinica a cercare di salvare il salvabile, per quell’ictus assassino che già sembrava un miracolo non l’avesse fatta sprofondare nella disadorna tomba di famiglia.
Con i suoi figli aveva raggiunto un compromesso: non una donna straniera che le ronzasse intorno ventiquattr’ore filate, quasi che si sentisse lei la tutrice di costei, ma una a ore, che passasse la mattina sul presto per aiutarla a svolgere le funzioni esistenziali, per poi riapparire, quel poco che serviva, dopo cena. Ci si era abituata al pannolone, che a volte considerava un incubo, altre una panacea: con testardaggine aveva imparato a farne solo un uso preventivo, attendendo la sera per farsi aiutare a posizionarsi sul water e sfogare la sgradita incontinenza.
Rugiada Angeli aveva scelto di condurre così il suo personale tragitto verso il trapasso: in solitudine ma con orgoglio.
I suoi figli si alternavano il sabato e la domenica, ma era più le volte che l’invitava a tornare dalle loro famiglie, che quelle che chiedeva loro di restare: e non è che si facessero pregare più di tanto.
Pur di mille anni indietro per come la scienza avesse corso durante la sua laboriosa esistenza, aveva imparato a destreggiarsi tra i tecnicismi che il progresso incalzante dispensava: non una ottusa carrozzina da spingere faticando sugli avambracci, bensì una dotata di potenti e leggeri accumulatori, con un yoistick da sfiorare con l’indice destro capace di farle compiere piroette degne di un funambolo. Ogni tanto la testava anche sui malridotti marciapiedi del suo quartiere, ma sempre meno, per via del fastidio che accusava nell’incontrare persone che fingevano sgraziatamente ancora stupore e pena nel vederla ridotta così.
Il suo signorile appartamento lo aveva dotato di tutti i comfort che una come lei poteva desiderare: interruttori della corrente all’altezza giusta da terra, mobili della cucina con l’incasso per potercisi addentrare con la sua agile quattro ruote, un bagno dove anche da sola potersi sedersi sulla tazza o il bidè, un letto con le maniglie che piovevano dal soffitto e la rete a doghe che si poteva sollevare con un clik del desiderato.
E quel che per lei più contava un’enorme parete a finestra che si proiettava sul suo adorato mare: aveva fatto commettere un abuso edilizio nel volerla, ma con la supponenza figlia del suo particolare stato di salute e d’età aveva dichiarato all’amministratore del condominio di fregarsene altamente, e che se qualcuno dei colleghi condomini avesse avuto qualcosa da ridire sicuramente in meno di dieci giorni si sarebbe ritrovato di fatto senza gambe a comprendere sulla propria pelle la sciocchezza di quel diniego.
E poi, con dichiarazione dal suo notaio di fiducia, aveva depositato, vincolandola in banca, la somma necessaria per rimettere tutto com’era in origine appena dopo la sua dipartita.
Lo scandì chiaro e forte in assemblea, nell’unica comparsata che si concesse, guardandoli uno per uno con durezza: tutti lessero in quelle gelide parole un anatema, e poiché quel punto all’ordine del giorno, ampliamento finestra proprietà Angeli, non poteva essere approvato, decisero pilatescamente di non discuterlo neanche, e di non volgere mai lo sguardo a quei lavori che arbitrariamente avrebbe portato a termine.
E così quell’apertura, che dal primo piano aggettava sulla riviera, trafficata d’auto d’inverno, e chiusa al traffico per favorire il passeggio d’estate, fu approfondita sino al pavimento, allargata del doppio, e dotata di una gradevole ringhierina che le consentisse, avvicinandosi più del dovuto, di non precipitare sul marciapiede sottostante.
Nessuno obiettò quella devianza del profilo architettonico, e lei si votò a quel passatempo che sentiva l’avrebbe accompagnata negli anni che il Signore aveva deciso di poterle ancora concedere: stare lì dieci ore al giorno a vivere di rimbalzo cosa fuori accadesse. Come un falco, appollaiata sulla sua poltrona semovente, con la radiolina sintonizzata senza sosta su Radio Speranza, con stretta tra le dita la coroncina del Rosario che il suo primo figlio Adelchi, ateo convinto, le aveva riportato in dono da un viaggio a Lourdes con la sua nuova, e mai ultima, compagna di vita.
Da quel posto da vedetta passava le ore osservando il mondo girare intorno a lei: il viale con le ordinate aiuole, il marciapiede che la separava dall’infinito arenile, e i due palazzoni gemelli ancorati a destra e a sinistra del suo.
Da lì ogni mattina salutava con un cenno elegante coloro che uscivano di fretta e si voltavano a cercarla per lanciarle un fugace saluto, e il postino, che ogni tre settimane mutava senza un perché, e contava le macchine, inquadrandone il colore e la forma e mai distinguendone la marca o la cilindrata.
Sapeva bene, visto che era un traffico di pendolari, quali sarebbero passate e in che ordine: conosceva i volti di chi le guidava, i loro vizi, se alla ricerca rassegnata di una sigaretta o del rossetto per l’ultimo e a volte inutile tocco di vanità.
E agitava la mano a coloro che dai balconi a vista si affacciavano per stendere i panni, ritirarli, sbattere con fragore i tappeti, o semplicemente sgranchirsi le gambe se il sole lo permetteva fumandosi una sigaretta.
Nessun contatto verbale, solo un gesto per affermare che tutto andava bene così.
In particolare due donne, una signora di tre anni più grande di lei, e sua figlia sessantenne, arrivate alla fine degli anni settanta, appena dopo che lei, rimasta vedova di suo marito per un terribile incidente stradale, decise di abbandonare l’ufficio dove lavorava e ritirarsi a vita privata da pensionata.
Tutte le sante mattine che Dio mandava sulla terra loro uscivano puntuali come svizzere alle dieci, si fermavano appena oltrepassato il cancelletto pedonale e si giravano a cercarla: un sorriso e via per il loro giro, forse sempre lo stesso. E così al rientro, stessa liturgia.
Ma solo la madre: la figlia immobile, a fissare senza capire, a seguirla due metri indietro, come una sin troppo riguardosa guardia del corpo.
Ogni volta era solita domandarsi cosa avesse fatto nella vita quella donna senza espressione: se avesse mai lavorato, se fosse stata moglie, madre, amante. Ma non lo avrebbe mai voluto sapere, altrimenti sarebbe finito quel gioco di supposizioni che le teneva allenato il cervello, vispo il ragionamento.
Erano cinque giorni che non le vedeva uscire, e la cosa la cominciò a preoccuparla: non amava essere una ficcanaso, però quelle assenze cominciavano a farla stare sulle spine.
Di non inquadrare la sagoma asessuata della figlia non che le interessasse un granché, ma quella sottile e ricurva di sua madre le dispiaceva: si sentiva solidale con quella donna, vedova anch’ella, provata dalla sorte, e temeva che qualcosa potesse esserle accaduta.
Ne attese altri due giungendo al sabato, e quando venne a trovarla il suo secondo figlio, Alfredo, più amabile dell’altro, lasciò andare il suo sfogo di ferma preoccupazione.
Lui l’ascoltò in silenzio, incerto se fosse il vaneggiamento di una donna consumata dal tempo, o il sistema tante volte percepito che i vecchi mettono in atto per attirare l’attenzione su di loro quando latita. Lasciò che sciorinasse le sue analisi, che raccontasse come un segugio della giudiziaria cosa queste due signore facessero ogni giorno, e perché si sentisse, per logica deduzione, convinta che qualcosa di brutto fosse loro accaduto.
Stava per alzarsi, dopo aver a lungo rigirato tra le mani il vistoso Rolex, quasi che la madre tra le tante parole pronunciate gli avesse detto come sempre che poteva anche andare, che tanto lì non serviva che restasse, che sentì il suo braccio esile scendere impetuoso sul polso e serrarglielo come delle manette.
“Forse non hai capito, Alfredo: devi immediatamente chiamare la Polizia perché vengano a controllare!”
La guardò incredulo: non stava scherzando, diceva sul serio, e se non lo avesse fatto l’avrebbe sollecitata lei da quel cellulare che padroneggiava.
Le disse di pazientare e salì al piano soprastante, che sapeva abitato da un Ispettore della Polizia di Stato, con la speranza, se per caso lo avesse trovato in casa, di convincerlo a scendere per convincerla che era un’esagerazione la sua.
Lui c’era, e per rispetto più che per dovere, non si fece pregare: dopo averla ascoltata imperturbabile nel suo monologo di dieci minuti chiamò dal suo telefono di servizio una volante per farla prontamente intervenire sul posto.
La salutò militarmente, anche se era in abiti civili, citando davanti a suo figlio esterrefatto che così ogni cittadino perbene dovrebbe sempre agire, in quanto la prevenzione è meglio di ogni intervento il più delle volte tardivo.
Quella donna, guardandolo negli occhi e sciorinando un taccuino mentale di appunti che duravano da anni, lo aveva convinto.
La pattuglia arrivò, senza sirene ma con i lampeggianti azionati: passò una mezz’ora, e arrivarono i Vigili del Fuoco con una autoscala. Il traffico fu fatto deviare, la riviera diventò spettrale: poi lentamente cominciò a riempirsi di passanti incuriositi che sfidando il freddo di inizio dicembre avevano deciso che era il caso di vedere cosa stesse accadendo.
La scala fu innalzata al terzo piano, sino al balcone dell’appartamento abitato dalle due donne, e un vigile come un gatto ci si arrampicò: la finestra, che aveva l’avvolgibile sollevato, fu forzata con facilità.
Alla volante intervenuta seguirono altre due, poi una gazzella dei Carabinieri, e due macchine civili con il lampeggiante sul tetto scortate da due motociclisti, sempre della Polizia.
A ruota si posizionò un’ambulanza: e tanta gente, sempre di più, trattenuta da un robusto cordone di vigili della municipale.
Dalle auto prive d’insegne scesero due uomini che subito riconobbe: il Questore ed il Capo della Squadra Mobile. Personalità pubbliche, infinite volte apparse in televisione e sui giornali.
Rimasero qualche minuto a parlottare in strada, proprio di fronte al suo punto d’osservazione, in compagnia dell’Ispettore: poi si volsero verso di lei, seguendo il dito del poliziotto che la stava indicando. Per riguardo li salutò sollevando la mano: loro ricambiarono con un sorriso e un cenno del capo. Lui aveva voluto informarli della sua preziosa segnalazione senza la quale nulla sarebbe emerso: già, ma cosa?
Ci volle l’intera mattinata di quel sabato perché si cominciasse a dipanare il bandolo della matassa.
Uscì un drappello di uomini con i camici bianchi della scientifica maneggiando una lettiga che fu fatta scivolare in un anonimo furgone: rientrò rapidamente nello stabile e ne venne fuori nuovamente con un altro carico.
I tre paramedici dell’ambulanza, anche loro con mascherina e occhiali di protezione, furono sollecitati bruscamente ad entrare da un graduato: riapparvero poco dopo in strada spingendo di fretta la barella completamente ammantata da un lenzuolo bianco, sotto al quale s’intravedeva un corpo con le ginocchia puntate verso l’alto. E via a sirene spiegate, probabilmente verso il locale nosocomio, scortati dai poliziotti in motocicletta.
Solo allora l’area antistante cominciò a svuotarsi: i lampi dei fotografi scomparvero come quelli di un temporale estivo, le macchine si dileguarono sgommando, la tranquillità, apparente, scivolò sull’asfalto. Pochi quelli rimasti a fare capannello, un modesto vociare sommesso condito di mille ipotesi da bar dello sport.
L’Ispettore salutò con delle strette di mano vigorose il Questore e il Capo della Polizia, ultimi a lasciare la scena: era mezzogiorno passato, occorreva moderare i morsi della fame.
Attese sull’attenti che sparissero dalla sua visuale, e si girò convinto di trovarla: alla signora, in posizione dalla sua tolda di vetro, fece il segno che stava salendo. Dal radiocomando fece scattare l’apri portone e lui varcò la soglia, rigido, senza un sorriso. Prima che glielo chiedesse afferrò una sedia e si accomodò: maneggiò avido un pacchetto di sigarette, osservò il volto contrariato di chi aveva di fronte, e lo ripose malinconicamente in tasca.
Lei non aveva domande da porgli, ma le si leggeva negli occhi una curiosità infinita: lui non aveva risposte da dare, ma sentiva che una spiegazione gliela doveva.
“Grazie a Dio tutto concluso!”
Così iniziò quel verbale che poi in caserma avrebbe digitato al pc tra mille sbuffi di fumo azzurrognolo.
“Una storia incredibile, mi creda, davvero da non poterci credere!”
La signora rimase impassibile, ma in cuor suo gli avrebbe strappato una cicca dalla tasca e l’avrebbe infuocata come non faceva dalla perdita di suo marito.
“Lei è stata utilissima, l’ho ribadito al Questore e al Capo della Polizia, che ritengo nei prossimi giorni verranno personalmente a salutarla e ringraziarla per la sua preziosa collaborazione, per il suo forte senso civico, per la sua capacità di analisi! Non è da tutti osservare un proscenio e trarre delle conclusioni: noi studiamo anni per pensare di poterci arrivare, per lei è un qualcosa di naturale!”
Diceva senza dire, forse perché non sapeva come dare sfogo alla verità. Lei lo fissò dentro, e gli fece capire che quei complimenti, li avrebbe definiti untuosi, non le interessavano: non lo aveva cercato, anche se avrebbe voluto farlo, ma ora che era lì la verità voleva sentirsela vomitare addosso, quale che fosse.
“Le due donne sono decedute: la madre per via di un’unica coltellata che le ha reciso di netto la carotide. Due minuti di agonia, forse anche meno, e poi è spirata. La figlia per avvelenamento da barbiturici aiutati a scendere da un’intera bottiglia di grappa: anche per lei una morte tutto sommato indolore.
Il tipico caso di omicidio-suicidio, di quelli che i serial televisivi, magari involontariamente, suggeriscono a chi ha davanti un percorso di vita non facile. Due donne sole, senza affetti, piene di soldi, ma con un futuro che già conoscevano: credo che la signora non abbia neanche provato a ribellarsi alla volontà di sua figlia, che sia andata a dormire convinta che quella fosse per lei la sua ultima notte: Ma questa è una mia supposizione, e lascia il tempo che trova!”
Tirò il fiato, e riprese a trafficare nervosamente con il pacchetto di sigarette: ne avrebbe avvampate due se avesse potuto, ma lo sguardo di chi lo stava fissando non glielo avrebbe permesso.
“Ma è inutile che io glielo nasconda, perché so bene che lei non si è persa un secondo di questa interminabile mattinata: c’è dell’altro…”
Solo allora la signora fece scattare dal suo radiocomando l’aprifinestra: il vetro scivolò a scomparsa nella parete lasciando entrare aria fresca nel salone, che sapeva di umido e di mare. Con quel gesto consentì all’ispettore di dare sfogo al suo calmante.
Fece spuntare una sigaretta dal pacchetto, meccanicamente volle offrirgliela, e lei inaspettatamente la sfilò: la mise tra le labbra, la solleticò con la lingua, e se le fece accendere.
“Saranno mille anni che non fumo, dalla morte di mio marito, per l’esattezza: ora credo di averne bisogno!”
Non si sbagliava, perché l’Ispettore aveva altro da confessarle.
“Sono ad un passo dalla pensione, gentile signora, ma un caso del genere non mi era mai capitato: glielo posso giurare sui miei figli, mi creda! Le posso dire sin da ora che su questo intervento sarà detto alla stampa e alla televisione lo stretto necessario: il Questore, di concerto con il Capo della Polizia, ha preteso dal personale intervenuto il più totale riserbo su quanto hanno visto: e guai se a qualcuno, poliziotto, vigile del fuoco o paramedico, sfuggirà una virgola di troppo! Con lui non si scherza, non sa perdonare!”
Cincischiava, non sapeva come andare al nocciolo del fatto.
“E allora?” Lo incalzò con semplicità, ma senza lasciargli scampo.
“E allora abbiamo trovato, attraverso la sua segnalazione, oltre che i due cadaveri anche un uomo: vivo, ma in pessime condizioni! Direi, ma non sono un medico, mentalmente instabile, con il cervello andato in fumo. Rinchiuso nella panic-room dell’appartamento, un vano blindato dove potersi nascondere in caso di rapina o di guerra, e poter resistere diversi giorni con acqua, luce, viveri e un piccolo bagno: negli anni della paura atomica, e dei frequenti rapimenti di persona, chi poteva permetterselo, o si sentiva particolarmente a rischio, non si faceva mancare questo particolare optional abitativo!
Trasformata in una prigione per quell’uomo, in una gabbia infernale. Quando ci siamo resi conto dai lamenti percepiti che dietro quella porta che non si apriva c’era un essere umano è stato un susseguirsi di ipotesi: mentre i vigili del fuoco a fatica sono riusciti a scardinarla, e ci sono volute quasi due ore, io mi sono messo a cercare qualcosa che potesse far luce su quanto stava accadendo.
E ho trovato, seguendo il mio istinto che immodestamente da sempre non mi ha mai tradito, sul retro della foto incorniciata in salotto che ritraeva la signora con suo marito nel giorno delle nozze, una lunga lettera che rendeva ampia confessione di quel fatto. Cara signora quell’uomo era rinchiuso in quella gabbia da tredici anni, dalla lontana primavera del ’95. Un barbone, forse un francese, che la figlia aveva portato in casa impietosita dal suo averlo trovato a dormire, ubriaco, davanti al portone di casa: dopo averlo sfamato, e concesso di farsi un bagno, lo aveva fatto nuovamente bere, per poi, una volta stordito, trascinarlo in quella stanza e lì seppellirlo vivo.
Una vicenda non premeditata, ma di una gravità inaudita! Quella sua unica figlia era pazza, e sua madre lo aveva capito in quel preciso momento: le fece giurare che non avrebbe fatto nulla per contraddirla, e da allora, quando era in casa, non fece altro che osservarlo attraverso la telecamera a circuito chiuso. Una specie di Grande Fratello, credo che lo abbia visto qualche volta! Quando dormiva stremato gli passava i panni e del cibo, quando voleva vederlo nudo alzava all’impossibile la temperatura interna, quasi a soffocarlo, per costringerlo a spogliarsi.
Quella donna, sua figlia, aveva dei problemi mentali che sua madre aveva vergogna a rendere pubblici: lei lo guardava, non vista, e ne godeva. Quell’uomo era suo, come un cane, un oggetto, e sua madre non poteva negarglielo: era stata sempre viziata, le era stata sempre concessa ogni cosa. La gabbia come la sua casa: dal suo punto di vista paranoico molto meglio di un giaciglio per strada fatto di giornali e cartoni!”
La signora si spostò con la sua carrozzina verso il mobile bar, e ne trasse una sambuca.
“Lo so, alla mia età non dovrei, soprattutto a quest’ora e a digiuno, ma credo di averne bisogno: mi fa compagnia Ispettore… mi perdoni, ma non conosco il suo nome!”
“Sono io a dovermi scusare, entrando non mi sono neanche presentato: Ispettore Capo Ugo Parlione, un cognome che è uno sfottò tenendo conto del fatto che raramente apro bocca, e solo per dire l’essenziale. Ma non con lei, come ha potuto vedere gentile signora…”
Sorrise mieloso per pareggiare quel conto in sospeso.
“A dirla tutta neanche io mi sono presentata, o come dite voi della polizia nei film, qualificata: mi chiamo Rugiada Angeli, e sono una dirigente in pensione delle Poste. Lo sa che lei è una persona piacevole?”
Lo scavò dentro scandendo le ultime sillabe, sino a farlo vagamente arrossire.
“La ringrazio, troppo buona, credo di non meritarlo questo complimento: in ogni caso è vero, mi nascondo dietro questa maschera rigida che indosso da quando avevo vent’anni, con la prima divisa. Ma se mi lascio andare posso anche riuscirci ad essere, se non piacevole, sopportabile!”
Fissò avido le sigarette poggiate sul tavolo: sotto uno sguardo consenziente gliene porse una e ne infilò un’altra tra le labbra..
“Ma si, fumiamoci sopra, questa è la vita!”
Si lasciò andare ad una boccata soddisfatta.
“E dell’uomo in gabbia, ora che è stato liberato, che ne sarà?”
La domanda lo scosse: era un investigatore, non uno specialista della riabilitazione fisica e mentale.
“Per ora è ricoverato nel reparto infettivi: non dovrebbe avere nulla in tal senso, ma almeno lì sarà meno visibile per qualche eventuale curioso. Poi credo che sarà affidato ad una struttura protetta fuori regione: i medici e gli assistenti sociali dovranno lavorare duramente sulla sua mente per aiutarlo a superare lo stallo di questi lunghissimi anni. Forse lo aiuteranno con delle particolari terapie a dimenticarli, a ricostruirsi una nuova identità da spendere negli anni a venire. Direi che ha circa quarant’anni, non è un uomo da buttare, come in ogni caso non lo sarebbe se ne avesse cento!”
La signora annuì: la ricordava bene quell’età, con la voglia di prendere a schiaffi l’intero mondo.
“E le due donne… Ispettore Capo?”
Quel capo lo fece sobbalzare: in privato così lo chiamava solo sua moglie, ma solo per fargli capire che di capo, in casa, c’era solo lei.
“Domani autopsia, come di routine, per escludere violenze esterne: poi il Giudice darà il nulla osta per il funerale e la tumulazione. Ai cronisti sarà divulgata una nota ufficiale: omicidio legato ad una malattia degenerativa della madre che sua figlia, per troppo amore figliale, non sopportava più di vedere soffrire, e conseguente suicidio da parte sua per manifesta incapacità di sopportare una vita in solitudine.
Dell’uomo in gabbia nessuna parola, e se anche qualcosa dovesse emergere verrà prontamente repressa: con le buone o con le cattive!”
Mostrò uno sguardo duro: questo era stato deciso, così sarebbe stato.
“E ora signora… o Dottoressa Angeli, la prego di scusarmi ma debbo proprio andare: oggi era il mio giorno libero, e a mia moglie avevo promesso che almeno a pranzo sarei stato puntuale. E come ben sa con le donne non si scherza, soprattutto se sono le mogli di un anziano poliziotto!”
Si alzò e si stirò i pantaloni meccanicamente: la signora mosse la carrozzina verso il portone e prima di aprirlo volle issarsi in piedi.
“Come vede, quando voglio, anche se a fatica, ci riesco: è stato un piacere conoscerla, caro Ispettore Capo Parlione. Ho gradito molto la sua visita, così come la chiacchierata: era tempo che non mi sentivo così presa dalla realtà. Quando vuole passi pure a trovarmi: raramente esco, come potrà ben immaginare. Mi saluti sua moglie, e le dica di perdonarmi se ho rubato del tempo prezioso al giusto desiderio di averla con lei.”
Tese la mano e gliela strinse con vigore: lui accennò ad un sorriso e lasciò da parte ogni parola superflua.
Questa è la vita… lo aveva confessato in un avido sbuffo di fumo azzurrognolo: e in quella mezz’ora era stato l’unico momento in cui le era sembrato davvero sincero.



