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COSSIGA E IL CASO MORO

Dopo la morte di Francesco Cossiga, in molti abbiamo creduto, e forse ancora speriamo, nella possibilità di scoprire nuovi scenari e di intravedere un barlume di luce in quella interminabile serie di misteri, contraddizioni ed incongruenze che a distanza di 32 anni ancora incombono sul defunto Aldo Moro, presidente del partito della Democrazia Cristiana e cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri della nostra Repubblica.

 

Infatti dubbi ed interrogativi non sono ancora stati spazzati via in questo lungo tempo, nonostante i racconti dei pentiti brigatisti, i cinque procedimenti giudiziari e le decine di sentenze, la ventina di libri scritti, e il lavoro delle commissioni dedicate a questo caso. Però, proprio questo schiacciante mistero rafforza l'ipotesi che alla volontà dei brigatisti, si sia associata quella dello Stato che ha gestito l'intera vicenda a proprio vantaggio, attraverso uomini dei servizi segreti, della loggia massonica Propaganda Due, e della Banda della Magliana.

Il problema che si era creato nell'assetto geopolitico era notevole, perchè dopo l'avanzata alle elezioni del 1976 del PCI, Moro aveva concepito l'idea di dar vita a governi di "solidarietà nazionale" realizzando un insolito ponte tra DC e PCI conosciuto come secondo "compromesso storico".

Quest'ultimo, a differenza del primo, realizzato con i socialisti di Nenni che dopo la Primavera di Praga avevano intrapreso una strada autonoma, era più "pericoloso" perchè prevedeva una diretta collaborazione di governo con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che si ispirava ancora al sisteva sovietico. In realtà, i motivi per rassicurare il mondo occidentale c'erano, anche perchè è vero che il PCI partecipava alla maggioranza, ma di fatto non aveva la facoltà di far entrare propri ministri nel governo, limitandosi a non sfiduciarlo. Inoltre Berlinguer, in un celebre discorso a Mosca, condannò i metodi antidemocratici del comunismo, affermando che questo doveva andare di pari passo con il rispetto della libertà di pensiero, di religione e di cultura, ed occorreva rinurciare in via definitiva alla pretesa di partito unico.

Le sue teorie eurocomuniste erano in sintonia con i leader comunisti di Spagna e Francia, e miravano alla costruzione di un socialismo autonomo dal controllo sovietico, e semmai alleato con le forze marxiste asiatiche. Ma questa attenzione di Aldo Moro al progetto di Berlinguer finiva in definitiva per scontentare sia gli USA che gli URSS. I primi temevano che i possibili contatti dei comunisti italiani con il partito comunista sovietico avrebbe consentito loro di venire a conoscenza di piani militari Nato, gli altri invece, come detto prima, soffrivano una emancipazione del Comunismo Italiano dalla sfera sovietica e addirittura un suo possibile avvicinamento agli USA.

Il tentativo di far fuori Aldo Moro c'era stato già prima dell'agguato di via Fani, quando venne accusato da alcuni giornali filo-americani, durante lo scandalo Lockheed, di essere il destinatario delle tangenti versate da un'impresa aerospaziale americana, in cambio dell'acquisto di aerei da trasporto militari C-130. Moro fu assolto, ma tredici giorni dopo fu assassinato.

Così, proprio il giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro alla Camera dei deputati, fu crivellata di colpi.

Qui cominciano i misteri.

Nell'agguato, la maggioranza dei colpi (49 su un totale di 93) fu sparata da una sola arma, e i testimoni parlano di un killer freddo, spietato e di altissima professionalità, certo non un autodidatta delle BR, per lo più dotato di un'arma i cui bossoli e proiettili erano di matrice statale-militare, non conformi certamente al tipo usato normalmente nelle armi dei terroristi.

Ma chi era questo killer, da dove proveniva, se non dalle fila dei terroristi?

 Secondo le testimonianze del brigatista Renato Curcio e del giornalista Mino Pecorelli, c'erano nelle BR degli occasionali alleati, gruppi legati alla delinquenza comune che avrebbero prestato alcuni propri uomini per compiere quella strage. Proprio Renato Curcio avrebbe potuto rappresentare il tramite ideale fra i brigatisti liberi e gli ambienti malavitosi ai quali chiedere temporaneo soccorso. D'altra parte la sua presenza in Sicilia e in Calabria nel 1976, con Barbara Balzerani, presso alcuni hotel del posto, fu in seguito accertata in sede processuale, destando persino stupore tra gli stessi imputati, visto che gli incontri avvennero a loro insaputa.

 La conferma verrebbe da alcune foto scattate da un fortuito spettatore, Gherardo Nucci, consegnate alla magistratura, e delle quali non si saprà più nulla. Probabilmente queste avevano immortalato qualcuno vicino alla malavita calabrese, come risultò dagli elementi di una intercettazione telefonica tra l'ambiente DC e i malavitosi. Come mai queste foto erano stranamente entrate nell'interessamento della 'ndrangheta, visto che si era parlato di un omicidio di stampo terrorista, e quindi politico?

Ma è strano anche il fatto che la volante della polizia, che stazionava ogni mattina proprio nel luogo dove stavano per giungere le auto dei brigatisti in fuga, quella mattina si allontanò per un ordine-allarme improvviso. Proprio in quella via infatti, via Bitossi, era parcheggiato il furgone dove fu fatto salire Moro poco dopo il rapimento in via Fani, ed è agghiacciante la certezza che tra gli appunti sequestrati a Morucci c'era quello recante il numero di telefono del commissario in servizio proprio la mattina del rapimento, commissario che risultò poi affiliato alla P2. Un altro mistero del giorno del rapimento è quello della sparizione di due borse delle cinque che normalmente, secondo la signora Moro, il presidente della DC portava con se abitualmente.

Sull'auto infatti ne furono trovate solo tre, e delle altre due non è stata ritrovata nessuna traccia, nonostante l'enorme quantitativo di materiale sequestrato negli anni successivi nei covi delle BR. Corrado Guerzoni, braccio destro di Moro, affermò successivamente che con ogni probabilità quelle borse contenevano le prove della manovra americana complottata contro di lui dal segretario di stato americano Kissinger, nello scandalo Lockheed. La cosa, a mio avviso, più bizzarra, è che la polizia pochi giorni dopo la strage, grazie ad una soffiata, arriva ad un passo dalla "prigione del popolo" di Montalcini 8, ma all'interno 1 gli agenti non bussano. Verso la metà del luglio 1978, l'avv.Mario Martignetti segnalò all'On. Remo Gaspari che una Renault 4 rossa era stata vista in via Montalcini nel periodo del rapimento ed era scomparsa dopo la morte di Moro. Gaspari informò il ministro Rognoni il quale attivò le indagini, ma queste diedero come risultato che gli inquilini dell'interno 1 non destavano sospetti.

Quindi anche la seconda segnalazione non venne presa, per assurdo, in seria considerazione. La "prigione del popolo", in pratica, era situata proprio nel quartiere della Magliana, dove abitavano numerosi esponenti della Banda, ed era quindi notoriamente controllata in modo capillare da quel tipo di malavita, che in seguito venne riconosciuta come vicina ai servizi segreti deviati e al terrorismo nero. Ma le messinscene non finiscono qui.

L'indirizzo del covo di via Gradoli a Roma, la "centrale operativa" del sequesto Moro, venne fuori grazie ad una segnalazionGiorgio la pirae anonima poco dopo il rapimento, tanto che, nel giorno 18 (due giorni dopo l'agguato), furono mandati cinque agenti a perquisire tutti gli appartamenti dello stabile di via Gradoli 96, ma i funzionari di polizia si limitarono ad identificare solamente gli inquilini che aprirono loro la porta. L'interno 11 fu uno dagli appartamenti dove non rispose nessuno, e gli agenti chiesero solamente frammentarie informazioni ai vicini di casa, che chiaramente non sapevano nulla di importante. Il nome "Gradoli" venne in seguito di nuovo fuori, nientemeno che in una seduta spiritica tenutasi in una casa di campagna del bolognese, al quale avevano partecipato anche Romano Prodi e Mario Baldassarri.

I partecipanti, invocando lo spirito di don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira, ricevettero la parola Gradoli. Prodi la menzionò due giorni dopo all'ufficio stampa della DC e l'indicazione arrivo al ministero dell'Interno. Cossiga fece rastrellare il paese di Gradoli vicino al lago di Bolsena, ma non fece perquisire nuovamente lo stabile di via Gradoli, nonostante la sollecitazione della moglie di Moro, alla quale furono date due differenti risposte: prima le fu detto che quella via non esisteva a Roma, e poi, dopo l'evidente errore, le fu risposto che la zona era stata perquisita, ma avevano trovato solo appartamenti chiusi. Nel 1995 venne fuori che la indicazione Gradoli, seppur imprecisa, era in realtà filtrata dall'ambiente universitario bolognese di estrema sinistra, che non era concorde con le BR nella decisione di uccidere lo statista.

Gli stessi Andreotti e Craxi furono in seguito del parere che la storia della seduta spiritica era una montatura architettata "per non dover inguaiare qualcuno". Certamente sembra comunque molto strano il fatto che i brigatisti abbiano voluto mantenere il covo in via Gradoli, strada in cui i servizi segreti italiani disponevano di un ufficio, e strada da tempo sotto controllo per la presenza di un furgone Volkswagen di proprietà di un militante di Potere Operaio. Alla fine, il 18 aprile, il covo delle BR in via Gradoli venne scoperto, ma in modo casuale, per via di una perdita d'acqua causata da una doccia lasciata aperta proprio nell'appartamento dove il leader delle BR Mario Moretti andava a dormire. I pompieri, chiamati dagli inquilini del piano di sotto, trovarono una montagna di armi, documenti e volantini.

Poche ore dopo , un altro colpo di scena: viene trovato il falso comunicato numero 7 che annunciava che il cadavere di Moro si trovava sul fondo del lago della Duchessa. Per ore i sommozzatori delle forze dell'ordine cercarono inutilmente nel lago ghiacciato. Il comunicato fu scritto da Toni Chichiarelli, uomo della Banda della Magliana. La prova che il documento non poteva essere appartenente alle Brigate Rosse è anche il fatto che esso era scritto con un tono sarcastico ed era sgrammaticato, differentemente dai precedenti. La messa in scena sarebbe stata un diversivo per distrarre l'opinione pubblica da quanto accaduto in via Gradoli. Come ricompensa il Sismi consentì addirittura alla Banda di compiere alcune rapine impunemente, come quella avvenuta nel 1981 all'aeroporto di Ciampino, quando i malavitosi, travestiti da personale aeroportuale, sottrassero dall'aereo una valigetta contenente diamanti provenienti dal Sudafrica.

La mattina del 9, proprio quando la direzione della DC si prestava finalmente ad adottare la linea della trattativa, suggerita da Fanfani, socialisti e radicali, spingendo il Quirinale a chiedere la grazia ad una terrorista gravemente malata, pochi minuti dopo l'inizio della riunione, arriva la notizia della morte di Moro. L'autopsia rivelerà che il presidente della DC fu ucciso a non più di 50 metri dal posto dove venne ritrovato. Sui suoi vestiti e sui pneumatici dell'auto vennero ritrovate tracce di alghe e sabbia di mare riconducibili ad un tratto di litorale romano compreso tra Focene e Palidoro. Anche questo è un mistero. I brigatisti sostengono che si trattò di un espediente per confondere le acque, ma resta l'interrogativo di quali vantaggi si proponessero di ricavare facendo credere agli inquirenti e all'opinione pubblica di aver custodito Aldo Moro sul litorale laziale piuttosto che in un appartamento al centro di Roma.

Cossiga diede le dimissioni da ministro dell'Interno in seguito al ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani. In seguito dichiarò che i suoi capelli bianchi e le macchie sulla pelle dipendevano dal fatto che mentre lasciavano morire Moro, lui stesso se ne rendeva conto. La morte politica di Francesco Cossiga è stata fatta risalire, da molti commentatori, al momento del ritrovamento del corpo dello statista; questa fu vissuta come una sconfitta, istituzionale e personale, anzi di tutta la classe dirigente della DC. Per tragica coincidenza, l'uscita di scena di Cossiga, avvenuta quest'anno, a 82 anni, coincide tragicamente con la morte della vedova di Moro.

Il fallimento della sua politica ha aperto la strada al degrado politico e morale, preannunciato dalla scoperta della loggia massonica P2 nel 1981, e che raggiunse il suo culmine negli episodi di corruzione di Tangentopoli, passando per il ritrovamento del memoriale di Moro, avvenuto nel 1990, a fine guerra fredda, a Milano nel covo di via Montenevoso che portò alla scoperta della Gladio (la Stay Behind), organizzazione paramilitare paralela alla Nato, che aveva lo scopo di fonteggiare il Comunismo, dopo una eventuale affermazione delle forze di sinistra alle elezioni nazionali.