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Il nome oltre i tuoi occhi

Racconti

di Ezio Riccardo Epifani

L'ultimo racconto di Ezio Riccardo Epifani, classificato 4° al concorso letterario di Montesilvano, "Una storia di Natale".

"Sai, Chiara, il nome che porti, l’ho scelto per Te ben oltre i tuoi occhi nel mondo. Eri già un fiume dentro, la forza che avevi allora non mi saziava mai. Il giorno di Natale di quell’anno in cui sei venuta al mondo, tirava vento e il sole era nudo, ma già di un magico inverno, in cui pensi che nulla possa nascere, essere e rimanere immobile. Gironzolavo in casa impaziente, mentre tua madre, non poteva più trattenerti al buio, nel mondo prima del tuo respiro.

 

 

 

 

Vedi, a quel tempo ero giovane, il mio sguardo era ancora indifeso ai tuffi del cuore e alle sciocche frasi di quanti sapevano del tuo arrivo. Ma cosa vuoi che potessero capire gli altri. Ricevere una battutina, un commento, brutte copie del senso di incoraggiamento, non serviva a risolvermi dentro.

Discorsi illusi e semplici, come se la nascita dei figli di altri, potessero in qualche modo rendere uguale i pensieri alla nascita del proprio figlio, rendere piatta la fiamma degli affetti, dei desideri, della gioia. Renderli cioè, uniformi, si, questa è la parola giusta.

Ti confesso, figlia mia, che quel giorno provavo immenso timore ma lo tenevo per me. Non era da uomo aver paura ma, pensa, la si aveva anche a chiamare con il proprio nome il male che poi mi ha portato via da Te, in un giorno d’autunno. Si preferiva, in maniera sbrigativa definirlo “ un brutto male” .

Si, non davo retta agli altri e a rodermi dentro, l’anima, con aguzzi incisivi, c’erano i sentimenti della paura, speranza, felicità, ma erano miei e lo sarebbero rimasti anche in seguito. Sono stato sempre di poche parole, lo sai. La paura si nutriva sulla speranza che tutto dovesse andare bene. La felicità era quindi figlia delle prime due, quando risolte. L’augurio, anche del colore rosa che avrebbe riempito il mio cuore e i miei occhi, la felicità, quella che avrebbe scaldato il mio stomaco ed il mio viso al suono della tua voce nella vita, le mie mani callose che immaginavo stringere le tue.

Quando mi hanno permesso senza tanto rumore, di entrare in camera, non credo di aver respirato normalmente, ma non te lo posso giurare. I miei occhi erano andati solo su Te. Dio, quanto eri bella quando ti ho pretesa in braccio, silenziosa e leggera, brillanti i tuoi capelli neri, la tua pelle nell’eburneo dell’appena nata. Liquido il cuore a guardarti, solo allora ho cominciato a sentirmi padre e paura, felicità, speranza erano fuse nei tuoi occhi aperti a fissarmi, nelle tue manine a sfiorarmi.

Son rimasto nella stanza più del tempo che si era solito concedere ad un uomo. Avrei voluto rompere quell’abitudine ma non ci ho provato. Ne ho il rimpianto ora, come quando spesso mi ripetevi : “Se proprio non riesci a far cambiare il mondo, almeno fai in modo che questo non riesca a far cambiare Te”. Ma il mondo, la vita, mi aveva regalato Te ed io ero in Te, Chiara.

Ma Dio non ha voluto che ti godessi abbastanza, arrabbiata o felice, sorridente o incompresa, completa o disillusa, muta tra gli uomini che hanno governato le tue giornate, loquace con le donne che hanno cercato di condizionartele.

Dove sono ora, ho sempre tempo per guardarti e nessun filtro per la tua anima ai miei occhi. Ti so in pena e sola nella giostra della vita. Ma, figlia mia, spiegami buon Dio, hai visto gli occhi, la pelle del cuore di quell’uomo, che chiede di amarti, che spesso viene a fare visita qui dove riposo? In silenzio, entra e mentre mi guarda, non dà retta al mio nome. Credo che guardi me, ma nel mio sguardo vede e pensa solo a Te. Donagli il tuo cuore e sorridimi.

A proposito figlia mia, perla d’inverno, Buon Natale. A entrambi."

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