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" RESPIRA" Storia della nascita di un padre

Racconti

di Valeria De Luca
(Romanzo in attesa di pubblicazione)
Foto di Ilias Fragkakis. Tutti i diritti riservati

Estratto dal Capitolo IV:

E' così che si entra nel paradiso, si disse, congratulandosi con se stesso. E non un paradiso di sesso, di sesso e basta! E poi che significa? Quello era il risvolto visibile, due che vanno all’unisono, il ritmo, una cosa primaria, e mai che l’avessero dovuto concordare. Non era un’unione borghese la loro, tu accontenti me io te e così via, senza sorprese, senza temperatura, come nella rivoluzione industriale la catena di montaggio applicata all’amore. E perché mai? per fabbricare un tipo sociale? un’istituzione, la famiglia nei secoli dei secoli, inossidabile, amen? E il personale dov’è finito? la variabilità, la tempesta, il libero sfogo? A loro non succedeva, erano due con tutte le variazioni del caso.

Per esempio li si vedeva in giro, a volte attaccati per l’intera giornata, dalla mattina che cominciavano le lezioni, parevano due passeri variopinti che saltellano insieme e non c’è verso di separarli. Beccavano dallo stesso piatto, parlavano, discutevano fino ad agitarsi, ma erano armonici anche nell’immagine, usciti da una stessa covata, le stesse piume, lo stesso canto. Altre volte, invece, potevano passare anche giorni, e tanti, che se ne stavano staccati e non perché fosse successo un litigio, no, così, perché ognuno in quei giorni era un pianeta che aveva bisogno di roteare attorno a sé e basta. Le lezioni per lui si complicavano e aveva bisogno di finirci dentro. Oppure lei spariva, e lui se ne dava una minima pena? affatto, sapeva che viveva a modo suo, che alla libertà non avrebbe rinunciato neppure per il bene più grande del mondo, le lasciava prendere il volo. Gli appariva come uno di quei gabbiani nei porti della Manica, il mare di fronte gonfio, grigio, un mare minaccioso e di avventure salate, il gabbiano si esercita da sempre con quel mare. Verso miglia sempre più consistenti, a quote sempre più coraggiose. Se no che senso avrebbe, la sera, saltellare sugli scogli del porto, se non avesse intriso tra le piume il brivido dell'avventura? Stavano in un loro porto immaginario, con nessuno lo condividevano. In giro li si vedeva, ma al pari di quanto poteva darsi uno spettacolo per sconosciuti. Mai una serata che coinvolgesse altri e non perché non si volesse o ci fosse qualcosa da nascondere, non accadeva e basta. La vita era qualcosa d’asciutto, essenziale. Una famiglia alle spalle lei l’aveva, per lungo tempo doveva essere stata ingombrante. Lui faceva poche domande su questo, subodorava a intuito, perciò lasciava stare. Lei le dedicava i ritagli dei ritagli, erano alcuni mesi che stavano insieme e non ci si era incontrata più di un paio di volte. E lui non era certo tradizionale, era fuggito diciottenne in uno squallido anfratto di Roma. Adesso pensava alla madre, se le avesse dedicato di più sarebbe cambiata la storia? Erano pensieri strani, li ricacciava all’istante, faceva bene Véronique a non fissarsi coi rituali. Il fatto che non l’avesse presentato alla famiglia, quindi? ma bisognava rendere conto di cosa e a chi? Gli piaceva essere uno di cui non si sapeva niente, un fantasma che entrava e usciva dalla vita di lei senza chiedere il permesso a nessuno. Ma un giorno stava per capitare. Era una ricorrenza che aveva a che fare con la memoria inglese, si dovevano essere mossi diversi membri del governo e l’ambasciatore era coinvolto. L’aveva chiamata per tempo, l’aveva avvisata di questa tal festa, porta chi vuoi. Lei era uscita a comprarsi un abito, se l’era provato sere prima e gli era scorsa accanto fluttuante di seta, luminescente, anche il tramonto fuori era meno inafferrabile al confronto, ma chi sei, forse Biancaneve? Cenerentola? Chi è il tuo re padre? Erano stati abbracciati, lui a cercare di afferrare quel corpo inafferrabile, avevano fatto l’amore e Véronique gli aveva bisbigliato un mucchio di cose, che l’avrebbe presentato a suo padre, pareva l’incontro si facesse. Ma la sera della festa l’aveva chiamato, aveva tagliato corto, erano successi dei casini e punto, nient’altro. E lui non aveva battuto ciglio, non gli interessava, se nel disinteresse ci fosse anche la voglia di non trovarsi faccia a faccia col potere, be’ può essere. C’era qualcosa che li univa nel sottrarsi al potere altrui.

Chi se ne frega! si era detto quindi dopo la buca ricevuta, la settimana dopo era stata la più eccitante da che stavano insieme. C’era qualche giorno di sospensione lì alla scuola, avevano preso e se n’erano andati fino in Normandia, la prima volta che varcassero le soglie della città, e che salto era stato. A volte l’ignoto fa traballare la barca, ognuno si chiude in coperta sulle certezze, e loro? Ma zero, il contrario, erano due spericolati, due marinai in cerca di tempesta, niente che li facesse inclinare per il calduccio di una casa piuttosto che il vento in faccia, sembravano nati per stare al vento. Così, arrivare in quella terra davanti proprio le scogliere altissime, davanti i precipizi lungo i quali pare scivolare pure la coscienza con tutti i suoi pensieri, non potevano chiedere di più. Girare a piedi nel freddo frizzante, fermarsi a mangiare frutti di mare e crepes a non finire innaffiate col cidre, per colazione gelatine di mele spalmate a ripetizione e poi, davanti, proprio davanti agli occhi, le distese infinite di prati. Sembrava che un pezzo di confine inglese fosse stato trasportato a forza su quella costa, anche se l’aria era diversa, l’aria era francese, naturalmente superba, diamine. In quei momenti gli comparve davanti la sua Roma! Che ne era della potenza antica? Dei pini paterni, di quel calore spalmato sui rossi dei muri? Che ne era del sole che sapeva d’unguento, d’unguento profumato, tutto l’anno, l’odore di agrumi di certi giardini? Che pezzo di vita era quello che adesso viveva, aveva cambiato pelle? Pareva fossero passati secoli dalle sue lezioni da docente, dalle domeniche dalla madre, dal trenino di Prima Porta, dagli zingari, già! Gli zingari! Che fine avevano fatto? Impossibile immaginarseli ora, eppure a volte succedeva, per contrasto il cervello suo aveva uno spasmo a ripensare a tutta la pressione della sua città. Pressione odiosa, maleodorante, a tratti tuttavia agognata, persino invidiata in quelle tribù, e ora? C’era pressione tra lui e Véronique, sentiva il suo corpo stretto al suo? Era strano il corpo di Véronique, era pazzescamente intenso ma di un’intensità volatile, il corpo di un gabbiano, ecco, caldissimo e soffice, profumato di mare, di grandezze incommensurabili, eppure fuggevole per natura, colmo di vibrazioni, di istinti di fuga. Lui si incantava certe mattine che si svegliava per primo e la contemplava, era un essere perfetto, bastevole a sé, le serviva il suo amore? Se lo chiedeva perché non c’entrava, lei, con tutte quelle donnine bisognose di rassicurazioni, struggenti, stucchevoli nell'elemosina, lei era altrove, un essere a parte, l’indipendenza fatta persona, di una delicatezza tenace quanto quella dei gabbiani e di una bellezza mozzafiato, carnale e spirituale, non poteva distinguersi. E gli veniva da tremare come se si ritrovasse all’alba nel freddo di un porto, senza sapere di che specie fosse lui, se fosse un uomo o un gabbiano anche lui. O magari un pesce, un pesce d’altura, di quelli che scompaiono nell’acqua alta e tra gli scogli di un porto non ci tornano più.

Quando una notte si sveglio'

 

Quando una notte si svegliò. Non gli era mai successo di svegliarsi dopo il flusso d’amore, perdeva i contatti. Ma era capitato per via di un breve film che s'era ritrovato davanti agli occhi nel dormiveglia. Sarà che la scuola lo stava drogando di film. La sequenza partiva con un primo piano sullo sguardo di Véronique, che puntava un confine molto lontano. Quel primo piano lentamente s’ingrandiva e comparivano gli zigomi, rosa come mele acerbe da mordere, quante volte le aveva morse! L’immagine s’ingrandiva ancora e i capelli scendevano morbidamente sugli zigomi. Poi dal buio compariva tutta la testa, di gabbiano, di cigno forse. Finché, improvvisamente, il corpo nudo di Véronique occupava tutta la scena. Un corpo caldo come se il creatore ci avesse allora smesso di alitare. E quel corpo era rigonfio di un mistero. Qualcosa delle sue pieghe o profondità era nuovo. I seni era appena più curvi, infatti, l’ombelico sembrava custodire un tesoro, l’inguine scivolava tra le cosce in un'altra maniera e queste parevano più divaricate, anche nel sonno. Il nastro del film scorreva veloce e poi slittava in un daccapo, e daccapo ancora, senza lasciargli il tempo di scoprire altro che quel poco. A un tratto aveva spalancato gli occhi. Turbato. S'era voltato di fianco, lei c’era e pareva dormire tranquilla. Si era alzato per bere, aveva mosso qualche passo solitario nel buio e poi era ripiombato tra le lenzuola. All’alba aveva sentito lei che si alzava, non aveva tirato fiato, zitto zitto s’era girato nella sua direzione mentre usciva dalla stanza. In quel lasso di pochi secondi era rimasto ad osservarla nella penombra. No! S’era pizzicato le guance per capire se fosse ancora addormentato, ma era sveglio, eppure il corpo di Véronique era tale e quale alla sua visione notturna. Con una nuova e misteriosa… rotondità. Si era stropicciato gli occhi. Che cosa? Poteva essere… forse… no… forse… L’ipotesi assurda l’aveva contratto. Vuoto. Poi d’improvviso il sangue aveva ricominciato a scorrere. Talmente veloce da temere che schizzasse fuori. La sua testa era partita a ruota libera, mille pensieri si erano addensati come nuvole in tempesta. Loro due che erano uccelli migratori, e di migrazioni frequenti, come avrebbero fatto a trasformarsi in animali stanziali? entro uno stesso nido in continuità? ad aspettare che l'uovo schiudesse? e poi, poi che sarebbe successo? Lui, lui che aveva appena iniziato la scuola e non rimediava che lavoretti, che avrebbe fatto? Ma, appena l'incalzare delle domande era rallentato, una sicurezza placida aveva cominciato ad invaderlo. Una corrente in controtendenza. Tutto si illuminava. Londra, la scuola, il laboratorio fotografico, Véronique. Come se avesse avuto un velo sino ad allora davanti agli occhi, ed ora era caduto via. Nella stanza c’era buio. L’odore della notte. Stava sul bordo del letto, un guscio di noce scampato alla burrasca. Qualcosa di arcaico che era sepolto dentro di lui scuoteva la sua immaginazione. Si alzò, mise i piedi giù, camminò sino all'imposta e la sollevò, respirò l’aria della strada deserta. Risvegliato dal freddo guardò il cielo, il movimento dell'alba gli sembrò più scattante di un videogioco. Le ultime notti le aveva trascorse così come questa. Una domanda diretta? non se ne parla neppure! Non era uno sbirro, l'avrebbe infastidita, magari lei stava fantasticando ancora su ciò che era capitato e avrebbe rovinato tutto. No, c'era da andare morbidi. Forse meglio provocare casualmente il discorso. Ma se anche questo stratagemma fosse risultato troppo invadente? O era di lui che si preoccupava? Non era che questa rivoluzione lo stava cambiando a tal punto da non riconoscersi? Ci pensava e ripensava ma di trovare il modo di far uscire il discorso niente. Fissava il buio, e apparivano un sacco di cose dentro, la sua memoria si divertiva a svuotarsi e sul nero, allora, si disegnavano una foresta di ricami, antichi, spariti dalla circolazione, suo padre e sua madre: come avevano accolto a loro tempo la gravidanza? Era la prima volta, era passato quasi un anno, che ripensava alla notte in ospedale. E se suo padre, invece, fosse ancora vivo? Quasi certamente lo era. Dov’era? Valeva la pena incontrarlo? Stava per diventare padre anche lui. No, al diavolo, bastava questo. Essere un uomo, altro da suo padre, padre anche lui. Non era prodigioso questo moltiplicarsi dell'essere, non vinceva anche la morte?

Una delle mattine successive la voce partì da sola.
-Véronique? -
-Eh... -
- Senti, è un po' di tempo che non parliamo io e te... mi manca così tanto...- con l’espressione sorniona dei gatti quando si predispongono alle fusa.
- Ora no... ora no... – aveva mormorato sbrigativamente lei, mentre si preparava correndo, senza indugiare nei particolari della sua bellezza. Ma anche senza vanità, quella bellezza si spandeva per le stanze occupandone l’intero volume. E quelle mattine, strappate allo scorrere del tempo nell’appartamentino di Véronique prima di finire a scuola tra gli altri, erano il completamento ozioso della notte. Il chiarore della pelle di lei sui lineamenti assonnati, la sua lentezza lieta erano più potenti di qualsiasi sballo. Stare con Véronique era per lui come ritrovarsi su un’isola sperduta e senza convenzioni, dove la legge di natura governava indiscussa.
- Ok, ok... quando vuoi, stasera – ma parlando s'era avvicinato gattescamente.
- Ho detto no, adesso no… Jack mi uccide sennò – respingendo il suo respiro vicino.
- Pensavo... – e si era riallontanato. Si era lasciato prendere dall’aroma drogante del caffè, l’unico rito di appartenenza al suo paese e, dentro quella pozione nera e bollente, l’idea di una nascita prossima di mesi era la schiuma gustosa che ammorbidiva il forte. Raccolse quella schiuma col cucchiaino separandola dal resto e la portò alla bocca come una profezia.

[.Diritti riservati)..]

 

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