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"Il terzo si".

Racconti

di Silvio Madonna

Silvio Madonna, montesilvanese, ha già pubblicato con la nostra testata, sin dalla sua fondazione, diversi racconti. Fedele ad uno stile romantico, enigmatico, rivela sempre un finale a sorpresa come in questo breve scritto, insinuando maliziose fantasie  anche nel lettore più ingenuo. Buona lettura. ( Angela Curatolo)

Guidava a velocità moderata lungo una strada che costeggiava la pineta della sua città: una via a senso unico, stretta, parallela della più ampia litoranea ma assai più riservata. Era l’ora di cena e il buio nonostante fosse agosto incalzava, sostenuto in questo dalle chiome folte dei pini e dalle murature dei palazzoni che facevano da ala al nastro d’asfalto.

Sulla destra una fila interminabile di auto parcheggiate spezzata in prossimità degli incroci da grappoli di cassonetti della raccolta differenziata. Ordinati lampioni dalla luce dorata, pochi esercizi ormai chiusi, nessun bar o ristorante. Una via di transito, non di passeggio, per recuperare casa dopo esserne usciti al mattino per andare a lavorare. Uniche presenze in quel deserto urbano alcune ragazze che si materializzavano e svanivano fulminee: prostitute bianche, giovanissime, senza magnaccia alle spalle, probabili studentesse scappate dall’Europa orientale o dalle nostre asfittiche metropoli per fare i soldi facili. Nell’intimo per duellare con la sorte, sconvolgere i benpensanti, punire i genitori che tarpavano le ali.

Guidava a velocità contenuta per poterle apprezzare e scegliere colei con cui vivere un momento colmo di diversità.

Ne scorse due che sbraitavano al cellulare probabilmente con dei clienti pidocchiosi accarezzandosi come due innamorate. Un’altra si stirava la gonna avara del superfluo. Una quarta, spalmata senza grazia sulla portiera dell’auto, sbuffando fumo agitava la mano nella borsetta.

Appena sbarcate sul marciapiede, ancora con la temperatura bassa di chi deve carburare.

Tirò oltre e diede un occhio al retrovisore: lo tallonava un auto con il solo guidatore. Gli lampeggiava per ordinargli di farsi da parte, forse temeva di vedersi soffiare la ragazza giusta e doverne stanare un’altra in preda al fermento dell’eccitazione.

Lasciò che passasse, non era il caso di accapigliarsi. Altri cento metri e ne inquadrò una appollaiata sul cofano di una cinquecento bianca, con lo sguardo infilato nel vuoto di una finestra spalancata. Indossava un mise color panna che appariva succinta per l’estensione straripante delle sue gambe. Capelli lunghi e ricci, trucco impercettibile, nessun orpello sulle braccia e alle dita e, cosa rara, assenza di tatuaggi orribili. Un surplus di piacere incontenibile lo folgorò nelle calzature: niente tacchi, zeppe o stivali. Delle ballerine rosa con un sottile fiocco a spezzarne l’impalpabilità.

Accostò, scese il finestrino e attese che lei infilasse gli occhi nell’abitacolo curvandosi. Che assurdità non poterne scorgere il lato nascosto della sua fisicità, concesso generosamente ai merli appollaiati sui rami dei pini. Non si sciolse nel saluto andando subito al sodo.

“Sessanta euro.”

La risposta fu un girare avido di occhi che pareva volessero mangiarsela viva.

“Ha capito signore? Sessanta euro. Se non le va bene se ne vada e mi lasci lavorare.”

Di nuovo il silenzio.

“Stasera è un mortorio, danno in tv l’amichevole della nazionale di calcio. Facciamo cinquanta e contenti tutti.”

A quel rilancio non aprì bocca ma offrì un vago sì muovendo la testa. Uno scatto e la portiera scivolò lateralmente.

“Figa stà monovolume, con gli sportelli che si aprono a comando. Tiri dritto e alla prossima svolti a sinistra, li non ci darà fastidio nessuno.”

Obbedì arrestandosi dove ella aveva indicato. Spense il motore e girò lo sguardo verso di lei. Si stava tirando su la veste per scendere il perizoma e concedersi. La trattenne con un gesto intimorendola. Accennò un sorriso per trasmetterle fiducia, mostrò il portafoglio e cavò un bigliettone da cento euro: glielo passò ma lei non lo volle.

“Non lo sa che bisogna venire con i soldi contati? Non sono un bancomat caro signore.”

Cercò di sorridere ma non le venne. Lui insistette. Le prese la mano e ci spalmò sopra la banconota stringendole le dita.

“Non si aspetti da me alcun extra signore. Io sono una professionista e offro solo quello che mi si chiede, ma quando me lo si chiede. Perché sono io che valuto se accettare o meno. Lei non mi ha chiesto nulla di particolare e quindi mi è sembrato ovvio che volesse andare sul sicuro, la solita minestrina. Se ha degli appetiti, come dire… diversi, li esprima chiaramente e io poi decido se sfamarla e a che prezzo.”

Vomitò la metafora mangereccia con foga. Lui rispose con un sorriso sincero: gli era piaciuta quella strapazzata. Le prese l’altra mano e la portò alla bocca per baciarla.

Deciso visto che per istinto voleva ritrarla da quel contatto.

“Lei è una donna bellissima come poche, mi creda!”

La scioccò, non era abituata a un complimento di classe: strafiga, gran culo, pezzo di figa… Parole volgari da accompagnare ai sensi dilatati. Mai donna bellissima sussurrato con tanta grazia.

“Da dove viene?”

Non le diede tempo di rispondere che uscì dall’auto, aggirò il cofano e tastando il radiocomando aprì la portiera invitandola con un gesto a scendere. Era dieci centimetri più alta di lui che non poteva dirsi un nano.

“Non vuole che lo sappia?”

“Sono di Genova e sono qui in vacanza.”

“Come tutte”, sorrise il signore.

“E’ vietato forse essere in vacanza ospite di amici?”

Ringhiò mostrando i denti bianchi sulle labbra disegnate dalla natura.

“Sicuramente no, ci mancherebbe. Cosa studia signorina?”

Non avrebbe voluto aggiungere una sola sillaba, ma quel signorina che aveva cancellato dal suo vocabolario fu più incisivo di un grimaldello.

“Veterinaria. Mi è rimasta da discutere la tesi, già stilata da un pezzo, e poi cercarmi un lavoro.”

“Complimenti davvero, anche se trovare uno sbocco soddisfacente non sarà facile.”

“Non ci si metta anche lei! Il mio caro paparino mi ha rotto le scatole sin dal primo giorno che mi sono iscritta ricordandomi ogni volta che c’incontravamo che io perdevo tempo e lui denaro per mantenermi. Così ho preferito farmi vedere il meno possibile e darmi da fare… mi ha capito no? Se l’è meritato quello stronzo.”

Tirò su un singhiozzo strozzato e infiammò una sigaretta. Il signore a sorpresa gliela sfilò dalla bocca, fece un paio di tiri, poi la riposizionò tra le sue labbra.

“I genitori per un figlio sono difficili da comprendere, spesso persino da accettare. Quando sarà madre anche lei capirà.”

“Lei lo è?”
”Madre?”
”Scemo… padre.”

Risero entrambi dell’insulto benevolo quanto azzeccato.

“Lo sono di tre maschi ormai adulti. Uno dalla prima moglie e due dalla seconda. Con la terza, ormai prossima, cercherò di astenermi.”

“Lei è d’accordo nel non restare incinta?”
”Naturalmente no, anche perché non è vecchia come me. Ma per farsi voler bene da una donna bisogna negarsi ostinatamente per poi acconsentire con generosità. Solo così lei potrà credere di aver vinto e saprà amare senza risparmio.”

Lo guardò incerta se ridere o mollargli uno schiaffo. Dal suo punto di vista erano le donne a comportarsi così con i propri uomini. Li facevano vincere per poi comandare loro.

“Le andrebbe signorina di concedermi il piacere di poter cenare assieme?”
La supplica cadde perchè in lontananza apparve un lampeggiante della polizia e un faro li accese entrambi.

“Che fate qui?”

Brusco lo sbirro, certo di trovarsi davanti una puttana e il suo cliente.

“Stiamo discutendo, agente, di quale ristorante scegliere e cosa farci servire.”

“Non faccia lo spiritoso e favorisca i documenti.”

Scese innervosito dalla macchina: la radio gracchiava, il collega giocherellava con il telefonino probabilmente a inondare di messaggi la propria amichetta. Con la torcia gli prese il volto e indietreggiò pallido come un cero.

“Mi scusi Eccellenza, non l’avevo proprio riconosciuta. Mi perdoni, credevo…”

“Torni in auto agente e la prossima volta non si mostri prevenuto. Può accadere che un uomo e una donna, anche se lui è particolarmente maturo e lei eccessivamente giovane, possano intrattenersi sulla buona cucina.”

“Mi perdoni di nuovo Eccellenza. Auguro a lei e alla signora una piacevole serata.”

Scattò sugli attenti e s’infilò nell’auto. Il collega fu invitato sbrigativamente ad allontanarsi. Sgommarono via disattivando il lampeggiante. Poi gli avrebbe spiegato in quale pasticcio si era infilato. Lei lo fissò seria, poi sbottò a ridere piegandosi in due.

“Non sarà per caso il Capo della Mobile?”
”Se così fosse stato mi avrebbe chiamato dottore. Un tempo passato si, ora solo Questore.”

Le cadde la sigaretta a terra e strinse al petto le mani incrociandole a difesa.

“Le ricordo che non mi ha ancora risposto.”

“A cosa?”

“Se è così gentile da volermi fare compagnia in un buon ristorante.”

Lo fissò stralunata. Non era un mitomane, il poliziotto mortificandosi l’aveva certificato. Era un pezzo grosso delle Istituzioni.

“Certo che mi andrebbe, ma acconciata così…”

“Così come? Non ricorda quanto le ho detto pochi minuti fa prima che il poliziotto c’importunasse? Lei è una donna bellissima, così e basta.”

Fece scattare la chiusura elettronica delle portiere e la prese sottobraccio. Percorsero un vialetto soffocato dai cespugli e sbucarono sulla riviera affollata. Attraversarono e si ritrovarono sul marciapiede che costeggiava la spiaggia, tra gli chalet e le persone accaldate che ciondolavano in attesa di tornare a casa. Passeggiarono pigramente senza guardarsi, riordinando i pensieri, incuranti degli sguardi appiccicosi di chi li fissava senza misura. Si accomodarono in un locale e ordinarono due aperitivi.

“Tutto sommato un angolo tranquillo, non crede? Mi piacerebbe conoscere il suo nome.”
Tossì incerta se offrire quello vero o di battaglia.

“Susanna di nascita, Jessica in azione. Sai che fantasia…”

Rise mostrando la perfezione della sua dentatura. Lui restò serio. Accese una sigaretta e gliene offrì una: all’aperto si poteva così come al chiuso se avesse voluto. Lo staff del locale l’aveva riconosciuto, lui era il Questore.

“Bel nome Susanna, demodè ma assai musicale. Mi fa tornare bambino pensando alla pubblicità in bianco e nero che vedeva protagonista una bimba paffutella e i suoi formaggini preferiti. Non può capirmi, secoli prima che lei nascesse. Vuole amarmi Susanna?”

Scostò la sedia come se una vipera l’avesse morsa.

“Ma è impazzito?”

“Mai stato così lucido.”

“Ma sa cos’è l’amore… Eccellenza?”
”Penso proprio di no per non averlo mai provato sulla mia pelle. Ma ora, avendola conosciuta, ritengo di poterne definire i sottili confini. Se dovessi offrirne una stringata definizione direi un momento di limpida allergia alla materialità.”

Aprì la bocca senza riuscire a proferire una sola sillaba: di frasi strane ne aveva sentite, ma una definizione così mai.

“Vuole farmi credere che con due mogli e una terza in arrivo non ha mai amato? Non mi prenda in giro per favore.”

“Può non credermi ma è così. Comunque non è detto che con la terza possa andare meglio, mi conceda il dubbio che sarà da scoprire il suo volermi amare.”

“La sposerà senza sapere se sarà contraccambiato?”
”Le altre due mi promisero amore eterno mentendo sin dalla prima notte, on la terza il film è ancora da scorrere. Chi vivrà vedrà.”

“La futura sposa è al corrente del tormento che l’assilla?”

“Come non potrebbe esserlo, per questo attendo una risposta. Ma questa volta scaverò nel tono, non mi limiterò al contenuto. Se sarà suadente bene, altrimenti… vado oltre.”

“La sua supponenza è insopportabile.”

“Non sia frettolosa nel giudicarmi, la mia è una naturale difesa. Chi si scotta con la pentola colma di acqua bollente in seguito la maneggerà con i guanti. Io ho l’epidermide gravemente ustionata, non solo quella delle dita.”

Tirò i muscoli facciali e indurì lo sguardo raggelandola.

“Crede di farcela ad amarmi Susanna?”

Il silenzio si fece incolmabile, ogni risposta le sembrava sciocca.

“Anche se volessi la sua futura moglie come la prenderebbe?”

“Lo chiedo a lei perché è lei la donna che sento di voler sposare.”

Il bicchiere le cadde di mano ma nessuno se n’accorse per il trambusto che si era acceso.

“Se crede di poterci riuscire la implorerò di sposarmi. Altrimenti assaggeremo un guazzetto di cozze, una frittura di calamari, un sorbetto al limone e ce ne torneremo ognuno a casa propria.”

Stese le mai aperte sul tavolo e attese che lei ci planasse sopra con le proprie. Portandosi avanti con il busto gli consentì di baciarla sulla fronte, come un padre affettuoso avrebbe fatto con una figlia.

“L’hai voluta tu questa recita, per me non era necessaria.”

“Te lo riconosco. Ma ancora oggi, dopo sei mesi, stento ancora a credere che io e te ci siamo conosciuti in quel modo bizzarro. Mai avrei pensato di fermarmi al cospetto di una donna di strada, adescandola invece di lasciarmi sedurre.”

Il gestore del locale, che lo conosceva da tempo, vedendolo sorridere si decise a farsi avanti premuroso.

“Posso farla servire Eccellenza?”

“Un pasto leggero Vittorio. Domani, come ti ho confessato l’altro ieri, vogliamo dirci si in Municipio. Alla mia età una colichetta per un peccato di gola vorrei proprio risparmiarmela!”

Il titolare si voltò per nascondere una schietta risata e sparì sul retro a dare ordini.

“Posso ripetertelo come un mantra, sino a sfinirti: per me conoscerti è stata la più grande fortuna che potesse capitarmi. Sei stata dal primo istante che ho incrociato i tuoi occhi un calice di vita nel deserto dove avanzavo confuso. Lo hai detto ai tuoi di domani?”
Scosse la testa fieramente.

“Non lo meritano, se lo sapranno non prima del nostro primo anniversario. O per il battesimo…”

“Susanna?”
”Dimmi Aldo.”

Faticava ancora a chiamarlo per nome, pur sapendo che ancora poche ore sarebbe diventata sua moglie sentiva per lui una deferenza che non sapeva spiegarsi.

“Non mi hai ancora risposto.”

“Su cosa?”
”Se ti senti di amarmi.”

Scostò la sedia, gli si parò davanti, abbozzò un inchino piegando la gamba e il busto, lo invitò ad alzarsi e lo trascinò al centro della pista. Un lento accattivante stava spingendo i presenti a lasciarsi andare in un guancia a guancia. Mimando un gesto ottenne il microfono, lo strinse, attese che un faro li inquadrasse soffocando gli altri nel buio e con fermezza liberò l’anima.

“Un attimo di attenzione per favore. Signore e signori voglio farvi partecipi che io amo quest’uomo, che sposandolo lo renderò felice. Domani gli dirò sì, diventerò la sua fata, quella che ogni grande bambino vorrebbe avere al suo fianco per piangere, ridere, raccontarle ogni storia. Lui sarà il mio principe, il mio custode amorevole, la mia certezza. Tra qualche mese anche il padre della principessina che ho dentro di me…”

Un applauso interminabile, mille auguri strillati, uno schiocco di tappi di spumante impreziosirono quell’annuncio a cuore aperto. Il remake del primo giorno in cui si presero recitava che dopo avrebbero traslocato nel monolocale di Susanna per amarsi. Aldo aveva inseguito la scossa, preteso la certezza di sapersi amato davvero. Ora quell’ultima ammissione - completamente inattesa, brutale nella sua infinita dolcezza - l’aveva raddoppiata.

Avrebbe avuto l’amore che da una vita attendeva, la figlia che sognava senza più crederci.

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