Racconti
Un racconto erotico consigliato solo ed esclusivamente agli adulti.
Di Silvio Madonna
"Alfio è un uomo oscuro: solo poche donne, la maggior parte di loro di alto profilo economico e sociale, hanno avuto la possibilità d’incontrarlo, e di viverlo per qualche ora. Con un passa parola solo sussurrato. Pur non conoscendolo di lui si fidano: e a lui si affidano per ritrovare se stesse nei momenti bui della loro concitata esistenza.
Un momento di sublime incoscienza che lui regala a determinate condizioni."
Alfio era un uomo sui cinquanta anni, o per meglio dire di un’età indefinita visto che nessuno avrebbe potuto dirla con esattezza.
Così come alcuno sapeva che lavoro facesse, o avesse fatto: si fantasticava di lui come di un ex legionario francese, alcuni lo davano per un ex sacerdote, altri ancora per un nulla facente che viveva elle spalle della signora Carmelina.
In casa sua abitava: nel suo appartamento a Roma, nel quartiere Trieste.
C’era anche chi affermava che fosse suo figlio, ma che lei non lo avesse mai voluto riconoscere, forse anche farglielo solo sapere: era stata la dama di compagnia tutto fare di una coppia senza prole scomparsa anni addietro, assai ricca, che le aveva lasciato quell’appartamento per ringraziarla della sua devozione.
Si mormorava sfacciatamente che lei lo avesse avuto da una relazione clandestina con il suo padrone: così si diceva, così sussurravano gli anziani memori in parte di quegli anni lontani.
Alfio era un uomo prestante, assai taciturno, che indossava sempre dei jeans, una camicia a quadri o una polo in estate, e se faceva freddo una giacca a vento per ripararsi.
Di professione faceva l’uomo a ore.
Ma non il prostituto, il mantenuto o il mezzo servizio.
Usciva la mattina sul tardi, faceva la spesa per la signora Carmelina, e poi stazionava al bar, dove riceveva chiamate sul suo cellulare e selezionava appuntamenti per il pomeriggio.
Dopo le quindici andava a lavorare, non fino a tardi, mai dopo la cena.
Aveva tre regole, ormai conosciute da tutte le sue clienti solo di genere femminile: niente donne sposate, niente sesso, niente droga.
E soprattutto niente coinvolgimenti emotivi!
Lo chiamavano per svariati motivi, per tante richieste: c’era chi lo voleva per farsi aiutare a fare il bagno, per farsi toccare e massaggiare,… chi lo cercava solo per parlargli e sfogarsi,… chi per spogliarlo e masturbarlo per sentirsi eccitare,… chi per farsi da lui depilare,… chi per farlo stare solo a guardare mentre faceva l’amore proibito con la sua amica, con lui in mezzo al letto, come a fare da rete in quella partita da giocarsi tra donne senza regole e limiti.
Lui andava, chiedeva quanto dovesse restare, e prendeva quanto chi lo aveva preteso sapeva volesse: mai la stessa somma, solo il denaro rapportato al benessere di chi lo stava usando.
Raramente gliene davano poco, o il non giusto: e se accadeva lui si alzava e se ne andava, per mai più tornare.
Una mattina, al bar, vibrò il suo cellulare: lui rispose e si sentì domandare da una voce di donna non a lui abituale se quel pomeriggio fosse stato libero.
Lui annuì per le quindici: annotò il suo indirizzo e si avviò verso casa.
All’orario stabilito suonò al portone di quello stabile antico e di valore in Via Salaria.
Secondo piano...- precisò una voce di donna - interno otto.
Salì a piedi lungo la scala ampia e arricchita da un panno rosso ben spazzolato a fasciare i gradini di marmo toscano: suonò nuovamente.
La signora aprì: il suo nome era Leondina.
Una donna molto alta, un po’ soprappeso, con un corpo da tenere a bada con una certa fatica, sui cinquant’anni, dal viso ancora giovanile illuminato da occhi verdi e penetranti, scalza sul parquet levigato, che indossava una gonna a tubo nera sopra il ginocchio, una maglietta di cotone con tanti bottoni, ed un foulard che le fasciava il collo più per velare le sue rughe che per regalarle un calore non necessario.
L’appartamento grande, lussuoso, molto caldo.
Fin troppo… si colse a pensare senza invidia.
Sembrava una donna in carriera, una professionista, magari separata: un notaio o un avvocato?
Lei lo invitò con un gesto a seguirla.
Un lungo corridoio a elle, con tante porte di noce massello scure che si aprivano ai suoi lati.
Soggiorno, salotto, camere, bagni,… per finire con la cucina.
Moderna, assai luminosa, strutturata nelle sue sottili e preziose rifiniture per aver poco o nulla da fare: inutile, veramente superflua.
Si sedettero a distanza dall’inutile tavolo, l’uno di fronte all’altra, cercandosi con attenzione.
“Quando vuole che resti?”, fece lui con professionalità stemperata.
“Due ore”, rispose lei non da meno sicura del fatto suo.
Dopo quelle prime scarne battute Alfio si accese una sigaretta e guardò i soldi che erano pressati sotto un porta frutta prismatico desolatamente vuoto in cristallo massiccio al centro tavolo: duecento euro tutti d’un pezzo, una bella somma, più di quanto avesse pensato.
Tirò fuori dalla tasca una vecchia sveglia con la carica a molla, le regolò la suoneria per le diciotto,… poteva anche stare di più per tutti quei soldi, tirò ancora del fumo e chiese alla donna cosa avesse voluto che facesse per lei.
“Voglio venire: è tanto che non mi succede…”, rispose lei con freddezza.
E dicendolo si alzò, tolse la gonna, mostrandosi nuda ai suoi occhi: girò su stessa, si piegò mostrandogli il suo culo rotondo,… tornò frontalmente a sedersi aprendo le gambe, e mostrando il suo pube del tutto privo di peli e arrossato da una depilazione recente e selvaggia.
Alfio non fece una piega, ne aveva viste tante: si accese un’altra bionda, un po’ pensieroso.
Lei era nervosa, nonostante cercasse di mantenere la calma, e impaziente: cercava il suo sesso con le dita stuzzicando le sue labbra già arrossate.
Lui si alzò e cominciò a spogliarsi: senza fretta, senza abusare del tempo prezioso.
Pensava ad altro, alla sua regia…
Pochi minuti,… tanti per Leondina, nudo del tutto cominciò a mostrarsi davanti a lei bloccata sulla sua sedia: un trono scomodo, di quelli moderni, stilizzati, costosissimi,… dal sedile piccolo e stretto, rivestito da un lieve cuscino di stoffa giallastra, e dallo schienale alto e rigido fuori misura, a doghe orizzontali, verniciato di nero lucido.
Le girò intorno avvicinandosi alla sua pelle con il suo sesso, facendolo scorrere sotto il suo volto, sotto la sua bocca, sotto il suo naso dalle narici già dilatate, per concederle i suoi sapori:… un po’ alla volta.
Un uomo ben messo, dalla pelle ambrata, muscoloso non di palestra, con un filo di pancia, un sesso normale e un sedere sodo su due gambe ben modellate: e uno sguardo magnetico che maneggiava con abilità consolidata dal tempo.
Leondina aprì ancora di più le sue cosce, mostrando ancor meglio le labbra lievitate e il rossore di una pelle strisciata senza grazia da una lametta poco sensibile, come in un atto cercato di perversione gratuita e sterile.
Lui, in piedi e al suo cospetto, le pose le mani sulle spalle e le sfilò il foulard: ne respirò i profumi emanati per poi prenderle le mani, alzargliele sino a distendere verso l’alto le sue braccia e posizionarle poi ripiegandole a ritroso dietro la testa, a stringere rabbiose l’ultimo limite di quello schienale.
Legò un polso al legno con il foulard, girò quel che restava intorno al suo collo due volte, stringendo abbastanza, e bloccò con l’ultimo lembo rimasto l’altra mano allo stesso appiglio.
Leondina la pretese così: tesa, con le gambe nude ed aperte e la possibilità di alzarsi e di andarsene, le braccia bloccate, il collo fasciato stretto quasi a farle mancare il respiro.
Alfio riprese il suo muoversi felino intorno a quel corpo: a sfiorarle con il suo membro eccitato il naso, le labbra, ma solo e volutamente di sfuggita, senza fermarsi.
Poi, con il solito scatto, ripose le mani,… forti, curate, che davano sicurezza, sulle sue spalle, le scese sino alla vita, incrociò i pollici sulla sua pelle cercandone l’ombelico,… quella innocua fessura, e risalì, lentamente, staccando uno ad uno i bottoni.
Li staccò, non li sbottonò: anzi… li strappò!
Le spinse la maglia all’indietro liberando i suoi gonfi seni da un balconcino steccato, rigido, scomodo.
Bianchi e solcati da smagliature: i capezzoli duri, già anneriti dal momento che stavano vivendo.
Lo staccò dal davanti, da quel gancetto che lo teneva a fatica, …e lo tolse.
I seni caddero giù per il peso, ma non persero la loro genuina bellezza.
Girò ancora intorno a lei, passando il suo gonfiore arrossato e scolpito sulla sua bocca serrata, sulle labbra segnate dalla matita.
Avvertì il suo ansimare: il foulard stretto alla gola le toglieva il respiro, e l’eccitazione la stava prendendo.
Alfio ne accese un’altra, respirò quel fumo pesante, si passò le mani sulla sua pelle, giocandoci un po’ con quel sesso che stava crescendo, sbattendolo un po’, scoprendolo ancora.
Poi prese quel seno ingombrante stringendolo.
Lo solcò con le dita, martirizzandolo per la tanta pressione.
I capezzoli rossi, tesi, turgidi….
Lei, impietrita sullo sgabello, ormai aveva il respiro pesante, e il volto sempre più rubino: avrebbe potuto dirgli di fermarsi, ordinargli di farlo, ma non voleva, e se lo avesse voluto non era quello il momento.
Anche Alfio era eccitato: il suo sguardo correva su quel corpo che sovrastava e che voleva e doveva far godere.
Con i seni scomparsi tra le sue mani alzò un ginocchio e lo fece sgusciare di prepotenza tra le gambe, a colpire la guaina irrorata, sino a farle emettere un gemito di dolore non trattenuto.
In quel precario equilibrio spinse il suo sesso assetato tra i suoi seni, cominciando con questi a fare l’amore.
Il ginocchio giù, a percuotere quei centimetri di pelle arrossata che altro non cercavano forse da sempre, il suo glande scomparso nel godere di quel bianco irreale, il suo ventre peloso contro il suo viso a farle ingoiare il suo odore, il suo sudore, la sua forza animale.
Le sbatté contro con forza lasciando che anche l’udito potesse godere di quei colpi secchi e continui: e quando la sentì gemere, la vide viola sul viso, con gli occhi strizzati che andavano e venivano e poi si aprivano spogli delle pupille scomparse per il troppo piacere,… quando capì che stava venendo, che quel corpo era ad un passo dalla sua morte mentale, dall’orgasmo più sordido e nello stesso tempo sublime,… quando realizzò che la sua resistenza era finita, che il collasso del suo sesso c’era stato anche a livello mentale, venne anche lui, imbrattandola del suo seme, fluido e pannoso, dall’odore intenso e dolciastro, che scivolò tra i suoi seni straziati lungo la pancia, tra le cosce, sino a terra, ai suoi piedi.
Alfio tornò in se: era tutto sudato, con un ghigno sul viso di chi sa di aver dato piacere, di chi l’ha avuto.
Guardò quella donna,… quella che una donna potente doveva essere, completamente annullata: con le gambe aperte, il collo segnato da quella stretta, i seni marchiati dalle sue dita, e lo sperma sfioccato un po’ dappertutto.
Ne prese un po’ con un dito: glielo fece sniffare e poi lo spalmò sulle sue labbra,… sulla sua lingua non trattenuta, facendola ancora scuotere di piacere.
Poi la slegò, con calma, rimettendosi a sedere davanti a lei.
La osservò con piacere mentre si stava riprendendo: accese una sigaretta, respirò, e la fece fumare.
Non sapeva se lo avesse mai fatto, ma accettò.
Guardò la sveglia: c’era ancora del tempo.
Senza un motivo le avvicinò la bocca alla sua e la baciò: lei lo lasciò fare, continuando a massaggiarsi i polsi meccanicamente e a deglutire,… a massaggiare le sue labbra con quelle di quell’uomo sconosciuto, dopo aver sofferto per vari minuti quell’eccitante soffocamento.
Alfio si rivestì senza smettere di restarle attaccato con gli occhi.
Lei lo imitò.
Con uno sguardo, l’ultimo, le fece cenno che era ora di andare, e conoscendo la strada si avviò verso la porta blindata.
L’aprì, si girò, e la vide ad un passo da lui: diversa da come l’aveva accolto, con un’espressione del viso cambiata, sempre fiera, ma più dolce,… distesa.
Le porse la mano, lei fece lo stesso, e lui inchinandosi, in uno slancio mai fatto o pensato, gliela baciò.
Lo fece guardandola,… ancora guardandola, facendola venire ancora una volta, ma in maniera diversa, con quel bacio profondo e quegli occhi che non lasciavano scampo.
La vide piegarsi sulle gambe, lievemente, sussurrare qualcosa, passarsi una mano sulla fronte imperlata di un freddo sudore, e chiudere la porta, mal volentieri,… ma farlo.
Non l’avrebbe mai più chiamato, e se anche fosse accaduto, lui avrebbe declinato l’invito, per altri impegni già presi o da prendere.
Un uomo a ore non conosce sentimento…: un uomo a ore è un oggetto.



