Racconti
Un racconto erotico consigliato solo ed esclusivamente agli adulti.
Di Silvio Madonna
"Acquistare un paio di stivali è la scusa per rivedere un uomo di un lontano passato: a maggior ragione se costui, ricordato come un giovane molto attraente, è indicato dalle giovani donne del paese come un omosessuale.
E poterlo incontrare, visto che lui fa il commesso del negozio di maggior spicco della città, senza essere riconosciuta è ancora più intrigante."
Pochi giorni ancora e Fiorella sarebbe andata in ferie: tre settimane a cavallo tra luglio ed agosto.
Per il suo lavoro era il momento critico, ma ne aveva bisogno, e poi dopo dieci anni nei quali non aveva mai chiesto nulla, per una volta la si poteva anche accontentare: è una hostess di una grande linea internazionale, e passa il suo tempo più in cielo che in terra. Aveva deciso che avrebbe trascorso le ferie in casa: ci tornava ogni volta che poteva, ma per poche ore, e sempre con la valigia da non sfasciare.
Fiorella ha due sorelle: è la terza in quella nidiata arrivata in tre anni di seguito, dove tutte le femmine hanno il nome che comincia con la F, l’iniziale della nonna materna.
Se fosse stata maschio avrebbe avuto un nome con la S, in ricordo del nonno paterno.
Ha trent’anni, alta, formosa, usa pochissimo trucco e solo agli occhi, che graffia e griffa con la matita, facendo esondare quel verde intenso che stucca il fiato a chi osa sfidarli. Unica delle tre sorelle ancora nubile: le altre, Fabiola e Filomena, anche loro fascinose ed intriganti, si erano sposate presto, e conducevano una vita di lavoro e famiglia come era stato loro insegnato con l’esempio dalla madre.
Lei la pecora nera: di matrimonio non ne aveva mai voluto sentire parlare, di restare a vivere in paese neanche e a dirlo. Ma era la più piccola, e come tale la prediletta: tutto le era perdonato, e quando tornava era veramente un momento di gioia per tutti.
Quando avvertì i suoi che avrebbe passato quel lungo periodo di ferie da loro quasi stentarono a crederle! I primi giorni li passò a parlare, a mangiare, a dormire, ad ascoltare pigramente i pettegolezzi che a turno le sue amiche di sempre le raccontarono su questo, su quella.
In particolare su Guido, uno del posto con cui era andata a scuola alle elementari, del quale non ricordava neanche il cognome: su costui le comari si dilungarono molto con accortezza di particolari. Tra i pochi ad essere rimasto a vivere in paese scapolo, lavorava in zona, a Vicenza, in un negozio del centro specializzato nel fornire calzature solo per donne.
Unico commesso maschio, sentenziò quasi fosse una colpa la Mara, tra le tante quella che più le era rimasta amica davvero. Un negozio frequentatissimo da bambine, fanciulle, donne d’ogni età, con prodotti dai costi proibitivi, ma unici.
Aveva iniziato come magazziniere, poi il caso volle che una commessa si ammalò - era il periodo di Natale, un momento d’intenso lavoro - e serviva una persona che fosse in grado di sostituirla al momento, che conoscesse gli articoli, che ci sapesse fare: la titolare lo puntò decisa nella pausa per il pranzo e lui la ricambiò. Si capirono al volo: si sfilò la tuta da lavoro, indossò un pantalone scuro, un maglione adeguato, e da quel giorno iniziò a lavorare, alla grande, per tutte le donne che nel negozio passavano. Ne divenne il simbolo, il motivo per volerci entrare.
Fiorella fissò Mara sbalordita: era chiaro cosa pensasse di quell’uomo, e con lei ogni altra che gliene aveva parlato, e le chiese se davvero era tutto quel fascino, quel turbinio di sensi, quell’icona da volere, sognare. Le annuì seriosa, come per dirle che non poteva capire.
Ancora incredula, ribadendo che non lo ricordava per niente come suo coetaneo di un’infanzia lontana e felice, le domandò come mai fosse ancora single, non avesse una compagna, visto che era tanto richiesto, mitizzato per dirla giusta.
Mara sospirò rilasciandosi dalla tensione e le disse di un fiato: non ci crederai, uno così bello, così attraente, così virile… poi vieni a sapere che è gay, che ama un uomo, che vive con lui!
Fiorella scoppiò a ridere: trovava normale l’omosessualità, nel suo ambiente tanti lo erano, sia uomini che donne, però, quel sentire che fosse così desiderato dalle sue amiche, pur sapendo che lui non le avrebbe mai viste come dei richiami sessuali, questa era nuova anche per lei.
Il mattino successivo, si bolliva in un caldo insopportabile, volle scendere in città a fare spese: in tempi di saldi poter acquistare qualcosa da mettere era sempre un affare.
Pensò a degli stivali invernali, di camoscio nero, e qualcosa le disse che in quel negozio del centro, a Vicenza, sarebbe andata. Alle undici di un mattino affollato, in una città per metà in vacanza e per l’altra ancora assonnata, varcò la soglia di quell’emporio. Molti clienti già dentro, la titolare alla cassa a controllare con discrezione, e quattro commesse a servire.
Sapeva di non passare inosservata, e che se voleva, forzando un po’, poteva anche offrire l’idea di essere una donna sopra le righe: non una mignotta, ma una che con gli uomini non aveva difficoltà a concludere affari. Affari intimi, affari carnali!
Indossò una maglietta sbarazzina, scollata, che lasciava immaginare poco di cosa a fatica coprisse: un seno alto, dirompente, l’ombelico graziato da un piercing di oro bianco, e le fossette in fondo alla schiena, anticamera al preludio dei sensi, il sedere.
E una gonna, a righe falsamente orizzontali, di una stoffa sottile, trattenuta alla vita da una spessa catena, esagerata per il compito da svolgere, significante per quelle emozioni che da cilicio, strusciandosi sulla pelle nuda, riusciva a regalare a chi l’osservava.
Spaccata su un lato sino alle caviglie, esili esageratamente, che ben raccordavano le sue cosce tornite ai piedi nudi.
In quell’emporio di classe era andata così, senza calze, tacchi alti su scarpe aperte, quasi impalpabili: centimetri aggiunti a quei tanti che già la natura le aveva concesso generosa.
La titolare la squadrò contrariata, come se la trovasse inadatta, ma vedendo il suo uomo avvicinarla tornò alla naturalità emotiva: sapeva che avrebbe saputo trattarla con stile, magari facendola andare via rapidamente, sorridente e soddisfatta. Le si avvicinò e le chiese in cosa avesse potuto servirla.
Fiorella era lì, a Vicenza, in quel negozio, per lui: voleva toccare con mano cosa ci fosse in quell’uomo di tanto diverso da aver fatto impazzire, sognare, tormentare tante donne, facendole parlare di lui senza freni come occorre quando si ha bisogno, svuotandosi l’anima, di trovare un tassello di pace.
Lo fissò! Sapeva di avere uno sguardo magnetico, di poter sostenere quello di un maschio sino a sfibrarlo, renderlo umido.
Lui ricambiò! Percepì i suoi occhi frenati dal suo flusso nel tentativo di penetrarlo.
La voce di Guido le tolse la concentrazione: si guardò intorno e gli sparò con un sorriso dei suoi se avessero degli stivali, di camoscio neri. Era estate, faceva molto caldo, e quella richiesta era inusuale: ma Guido era lì da una vita, ne aveva viste e sentite tante.
Annuì con il capo, fece segno di seguirla, e la fece accomodare su un divano affossato, di fronte ad uno specchio a parete, in un angolo celato all’esterno: le guardò i piedi, con un misto di professionalità e di malizia, a lungo, con ammirazione, e le domandò se un quaranta potesse andarle bene. Arrossì: quel sentirsi puntata sulle sue estremità le dava imbarazzo. Senza che lei rispondesse si allontanò di qualche metro, salì su una scala argentata, mostrando la schiena ben strutturata - assai maschio e per nulla gay, ardì mentalmente - afferrò una scatola e la posò su un tavolino basso di vetro. L’aprì e ne trasse quanto cercato.
Stivali di camoscio oltre il ginocchio, dai tacchi alti, spazzolati neri, con una cerniera trasversale, sino alla suola, fascianti per chi poteva esibire caviglie lunghe e sottili.
Li guardò compiaciuto, poi si decise mostrarli alla cliente: per lui già andavano bene.
Li porse dopo averli gustati con il tatto, accarezzati con gli occhi, e senza neanche avvertire le sue mani, si accorse che le stava sfilando una scarpa, poi l’altra, lasciandola scalza: la sua mano stretta alla caviglia quasi insensibile e l’altra a tirarle giù via la scarpa leggera da dietro al tacco.
Non glielo aveva chiesto di volerli provare, ma lui lo voleva. Avrebbe voluto fare da sola: cominciava a sentirsi impacciata, stregata da quell’uomo che continuava a divorarla negli occhi, sui piedi, di nuovo negli occhi, muovendo le mani su quei calzari vellutati, che stava palpando, massaggiando, eccitando con il suo scorrerci sopra come farebbe chi sta accarezzando un volto, un’intimità nascosta e preziosa.
Guido le chiese in silenzio se poteva fare: lasciò andare la schiena all’indietro, rilassandosi, dicendo di si con quel gesto così plateale. Gli porse il piede, inarcandolo: lui le afferrò la caviglia e le fece scivolare sulla pelle la guaina fredda dello stivale.
Ne prese i lembi e li spinse verso il suo bacino, puntando il suo piede ormai coperto al suo petto, ma senza farlo toccare. Senza tentennamenti, senza strappi, sino a sentire il tallone fermarsi, e il dorso delle mani sconfinare sulle sue cosce, calde, appena sudate. Tirò la lampo veloce e passò all’altro.
Calzavano da Dio, anche da seduta, quelle due interminabili fodere nere!
Prima di alzarsi volle ammirarsi allo specchio, e facendolo, allargando e spostando i piedi da uniti che erano, si accorse che, sotto la gonna, non indossava niente: era nuda, aveva dimenticato di non indossare il perizoma.
Guardò tra lo spacco della gonna, alta ed aperta sino all’inguine, e vide il suo sesso ben defilato: e allo specchio, di rimbalzo, lo mostrò all’imperscrutabile Guido.
Di scatto serrò le cosce: lui sorrise dolcemente, come per rassicurarla che non era successo niente! Del resto, lo intuì in un attimo, lui già l’aveva vista, ammirata, goduta molto prima, togliendole le scarpe e poi lentamente infilandole quei lunghi stivali. C’era andato vicino con le mani al suo nido, ricordava il calore delle sue mani. Dopo tutto lui non sapeva chi fosse, non l’avrebbe più vista, e nessuna delle sue amiche sapeva che fosse andata in quel negozio.
E poi era gay: quindi uno sguardo senza malizia.
Gli porse la mano, si fece aiutare ad alzarsi da quel divanetto in cui era fin troppo sprofondata, e si guardò in piedi, frontale, con le gambe aperte di poco a compasso, davanti a quel vetro.
Lui, arretrato di poco, al suo fianco, soddisfatto, compiaciuto.
Si girò su se stessa, per guardarsi da dietro: si vide stupenda, come magnifica lui, continuando a fissarla, dovette trovarla. Fece un cenno con la mano, come per dire faccio da sola, scese da quegli stivali che la fasciavano divinamente, si riappropriò delle calzature leggere che prima portava, e disse a Guido che li avrebbe acquistati.
Erano, sia per i saldi che per il fuori stagione, ad un prezzo ancora più basso per via del numero alto, poco commerciale. La titolare batté lo scontrino, e senza enfasi la salutò invitandola a tornare.
Guido l’accompagnò alla porta d’ingresso, le diede la mano con fare inusuale, e quando la sentì stringersi alla sua, le disse: spero di rivederti, Fiorella: anche se erano anni che non ci vedevamo ti ho subito riconosciuta. Sei una donna bellissima, lo eri anche da bambina. E’ stato un piacere servirti, una forte emozione: non mi succedeva da tanto, forse da sempre.
Per fortuna il mio compagno lavora in un altro posto, sennò, chissà, ne avrebbe sofferto, lo avrei fatto ingelosire! Forse avremmo litigato, ci saremmo potuti anche lasciare: per un attimo, credimi, ammirandoti ho pensato di farlo. Sei una femmina straordinaria, hai uno sguardo che toglie il respiro, che confonde il cervello, devasta i sensi, annulla le certezze. Ma sei soprattutto una donna cui chiedere amore certi di averlo!
Lo lasciò dire, ormai del tutto persa e indifesa: lo stesso permise la titolare impietrita.
Avvertita di nuovo libera la mano da quella stretta dolce e soffocante uscì silenziosa, il commesso chiuse la porta, la padrona respirò forte.
La vita continua… dovettero tutti pensare.



