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Storie fantastiche dal cratere aquilano Disturbo da stress post-traumatico

Racconti

di Luigi Fiammata

L’AQUILA - Se almeno stanotte potessi dormire. Sdraiato, sulle pietre bianche della chiesa di Santa Maria Paganica. Dentro un cassone giallo di camion. Pronto ad essere polverizzato nella apposita discarica. Rimango invece con gli occhi aperti verso questo cielo notturno e freddo. E mi accorgo che nel centro dell'Aquila si possono guardare le stelle, come se fossi sul Gran Sasso. Non ci sono più luci che nascondono lo sguardo delle stelle su di noi. Non ci possiamo nascondere, dentro i neon e le insegne dei negozi. Ci guardano. Tutti interi e nudi. Non possiamo più darla a bere, alle stelle. Siamo talmente nudi, che le nostre ossa sono fuori dal nostro corpo. Come i puntellamenti alle case.

 

 

Non mi ricordo più, se la fontana della piazza butta acqua o sta zitta. Ormai, ho fatto l'abitudine al silenzio estraneo, e, dentro un centro commerciale, non so più dove sia la mia auto. E non so più dove siano le persone. Se solo stanotte potessi smettere di camminare, tra queste vie. E se solo accadesse che chi incontro mi saluti, anche chi non ho mai visto, come fossi su un sentiero di montagna, forse allora vorrei smettere di spazzare tutto via dal tavolo, con un gesto pesante della mano. Forse riuscirei a rompere la solitudine ampia della natura, che mi pulsa nelle tempie e mi svuota la testa di sangue.

Non sto camminando davvero, però. Sono sul balcone della mia casa, a guardare luci lontane che non danno calore. Che spezzano le strade. E soltanto via Paganica è rimasta dritta, a scendere. Perché ormai la strada più breve tra due parcheggi è una rotonda. Le Grida spagnole hanno trasformato una città medievale in un gocciolante barocco. Mi serve un amministratore di condominio. E un tecnico. E mi scelgono con chi aggregarmi. Ma non so quando mi passeranno sotto l’asfalto con acqua, luce e gas; ammesso che mi passino sotto in modo intelligente o rozzo. Ammesso che ci mettano un anno o tre lustri. Mentre i miei elaborati progetti di abitazione,  prima, viaggiavano tra Università e compagnie d'Assicurazione, e oggi aspettano consulenti e nuovi impiegati, e qualche collaboratore residuo. E domani aspetto una banca, che mi asseveri e contribuisca, e tutto intorno puzza di bergamotto. Come prima puzzava di parrucchini e napoleoni. E servilismo conformista.

Su un angolo di via Paganica, invece di dare il via all'abbattimento del moncone rimasto in piedi di un salotto sospeso nel cielo, hanno obbligato i muratori a salire fino al terzo piano, e a dare una mano di cemento sui monconi di mura che pencolano nel vuoto. Per sicurezza. Mentre in basso, scolano ferraglie e coperte, intombate dal tempo e dalla neve, come i residui di una fossa comune del passato che deve restare visibile, mentre si decompone. E allora, in questa assenza  lontana nella quale abito, non mi basta più nessun orologio per contare il tempo che vivo. E guardo le cose con gli occhi di ieri, e con quelli di oggi. Contemporaneamente. E mi lacero. E non mi accorgo che li ho persi, gli occhi.

Mi ci vorrebbe un pezzo di legno, di crugnale marino, che cresce duro e dritto solo sopra i mille metri d'altitudine, per farmi un bastone e camminare, con la mia cecità invisibile. Perché, in realtà, mi rifiuto di guardare quello che vedo. E vado a sbattere contro ogni treno che non parte. Dovrei rientrare al caldo, in casa, e invece resto qui. A sentire i cani uggiolare. E magari a guardare i movimenti del pesce rosso nella boccia d'acqua. Divinando tra le viscere della mia paura.

In attesa perenne di un intruso che m'entri in casa scuotendo tutto. E senza poter mai accettare che accada, che sia accaduto. Che mi brucia ancora il cuore rotto dentro. Dovrei rientrare al caldo di una vita che non ho più. Anzi. Dovrei rientrare al caldo di una vita che dovrebbe essere bello inventare. E invece resto qui fuori a sfiorare le gemme sotto i rami. Le gemme di una primavera che nasce nonostante me. Lo so che dovrei capirlo. Che dovrei tagliarmela, questa barba da naufrago. Lo so che dovrei ascoltare il vento senza cercarci dentro risposte che solo io posso darmi. E mi passo la mano sulla faccia, e sento le rughe e le lacrime.

Dovrei mettermi a camminare verso il bosco bruciato di Roio. E guardare le pietre del paese, ora incatenate alla terra, e ridare loro l’altezza di una casa tra i ciottoli sotto i piedi. E guadagnarmi il giorno col lavoro fatto per dar luce alla bellezza. E smettere di recriminare. E stringo i denti, ora, al ferreo freddo di maestrale. E’ il blues triste di una cella che ho scelto di abitare, mentre intorno a me ogni pezzo di terra verde lo ricoprono di cemento e catrame, come un urlo osceno che ustiona la pelle. Che mastica l’aria intorno e toglie respiro e vista.

Il cielo di questa notte digrignante si rompe, lentamente, ad est. Dammi un raggio di sole che non mi faccia cadere. Dammi una viola umile che nasca. Dammi le ali che accarezzino queste rocce spaccate. Fammi essere un contadino che si spezza la schiena sull’argilla. Fammi essere un muratore che ride. Fammi essere una ragazza che cresce una vita. Fammi essere un gatto che sconfigge le ombre. Fammi smettere d’oscillare al chiuso della mia impotenza. E porta via tutta l’indifferenza di quelli che hanno già finito di vivere.

Mi capita, su questo balcone di stringermi le braccia intorno. Di abbracciarmi da solo. Di sentire sulle labbra il fresco dell’acqua di una fontanella in piazza del Duomo. Dopo la corsa dietro un pallone. Mi capita di sentire che la notte può scivolare via dalle mie mani. La luce si immerge dentro la neve all’orizzonte, e fa lacrimare gli occhi. E vorrei che le lacrime, stamattina, mi pulissero la vista.

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