Intrattenimento
Per strana sorte, la morte del regista Mario Monicelli è avvenuta proprio una settimana prima del quarantennale del "golpe dell'Immacolata", meglio noto come "golpe Borghese", avvenuto durante la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970. Il regista italiano ne fece una feroce caricatura con il suo film "Vogliamo i colonnelli" del 1973, nel quale si prefigurava un colpo di stato nel nostro Paese, da attuare sulla scia dell'omologo fatto della Grecia, e con l'appoggio del servizio segreto greco.
Nel celebre film Ugo Tognazzi interpreta il ruolo di Giuseppe Tritoni, ex ufficiale dell'esercito, divenuto poi deputato missino. Questi, non più d'accordo con la politica troppo democratica del suo partito, organizza un colpo di stato, contattando alti ufficiali delle forze armate, ottenendo finanziamenti da industriali e appoggi dalla Grecia dei Colonnelli. Il golpe inizia ma va subito male: gli incursori, che dovevano paracadutarsi sul palazzo del Presidente della Repubblica, finiscono in un allevamento di polli, e il gruppo della Forestale, a cavallo di motorette, arriva in ritardo.

Il Ministro dell'Interno però, informato preventivamente del tentativo di golpe di Tritoni, finisce per rubare l'idea a questi, realizzando il suo progetto, ma senza di lui. Tritoni, sconfitto, si rassegnerà a vivere nel Paese golpista che lui stesso sognava, ma senza contare nulla, tanto che cercherà di vendere il suo progetto a corrotti politici di nuovi stati africani.
Ma lasciamo la finzione per venire alla realtà. Dopo il colpo di stato militare anticomunista avvenuto nel 1967 in Grecia, anche in Italia si era creato un clima favorevole ad un eventuale golpe nero. Durante il periodo della dittatura, il governo greco ebbe stretti rapporti di collaborazione e sostegno sia col Movimento Sociale Italiano, sia con frange della destra extraparlamentare come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, nonchè con alcuni ambienti eversivi dei servizi segreti italiani.

Si creò un mito della Grecia: scritte sui muri inneggianti ai Colonnelli greci, giovani neofascisti italiani che si recavano ad Atene per studiare, e rampolli della nomenclatura greca che venivano nelle università italiane. Lo stesso Almirante, in una celebre intervista durante una tribuna elettorale del 25 maggio 1970, definì l'esperienza greca come dovuta a necessità, e si dichiarò favorevole anche ad un eventuale analogo colpo di stato militare nel nostro Paese al fine di scongiurare il Comunismo. L'MSI avrebbe infatti in tal caso dato il suo consenso al regime.

Il progetto di golpe in Italia partì da Genova e per opera del principe Junio Valerio Borghese. Costui era dunque un membro nobile di una delle più importanti famiglie della storia italiana. Entrò in Marina a sedici anni e ne divenne Ufficiale. Durante la seconda guerra mondiale si rese celebre per alcune audaci imprese nel Mediterraneo. Entrò a far parte della Decima Mas, e come comandante combattè nella Repubblica Sociale Italiana al fianco dei tedeschi contro i partigiani e gli anglo-americani. A Liberazione avvenuta venne imprigionato, ma grazie all'intervento degli americani (con i quali, secondo documenti scoperti nel 2000, avrebbe avuto accordi già prima del 25 aprile 1945), ottenne delle attenuanti e dopo pochi anni di prigione venne liberato. Quando divenne presidente onorario dell'MSI, si sentì a disagio come uomo politico; piuttosto si vedeva come un militare. Fondò così il Fronte Nazionale nel 1968 e divenne il riferimento dei movimenti di estrema destra, che non si riconoscevano nella politica del MSI, giudicandola troppo moderata. Così, l'11 maggio del 1969, Borghese incontrando il mondo imprenditoriale genovese, riunitosi nella villa dell'industriale Guido Canale, alla presenza di Andrea Piaggio, dell'avv.De Marchi, del re del caffè Tughino, fece proposta e chiese finanziamenti preannunciando un colpo di stato.

Costituì poi dei "gruppi di salute pubblica" per contrastare anche con l'uso delle armi l'ascesa al potere del PCI. Durante una notte di pioggia tra il 7 e l'8 dicembre del 1970, a Roma, gruppi di cospiratori si riunirono in punti diversi della città: a Montesacro in un cantiere di proprietà dell'ex repubblichino Remo Orlandini, in via Eleniana nella palestra dell'associazione paracadutisti di Sandro Saccucci, in via Arco della Ciambella nella sede dei militanti di Avanguardia Nazionale, la fondazione neofascista di Stefano delle Chiaie. Intanto una colonna di 200 guardie forestali, guidate dal colonnello Luciano Berti, era pronta a muoversi da Cittaducale, vicino Rieti, in direzione della capitale. L'operazione denominata in codice "Tora Tora" coinvolse altri luoghi della penisola. Squadre di estremisti della destra extraparlamentare erano pronte a muoversi dal Veneto, dalla Liguria, dalla Campania, dall'Umbria.
Il colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi era pronto ad occupare Sesto San Giovanni a nord di Milano. Il comando politico dell'operazione era a Roma in via S.Angela Merici negli uffici del maggiore Mario Rosa. Da qui partì alle 22.15 l'ordine dell'azione. Obiettivi dei congiurati: occupare gli studi Rai di Via Teulada, il Ministero degli Interni e della Difesa, uccidere il capo della polizia Angelo Vicari, rapire il capo dello Stato Giuseppe Saragat. Un armatore di Civitavecchia aveva persino messo a disposizione i propri mercantili per trasportare nelle Isole Lipari le persone catturate dai golpisti. Alle 23, alcuni obiettivi strategici come il Viminale furono già raggiunti: dall'armeria furono prelevati 200 mitra e centinaia di uomini erano già in azione.

All'1.40 però, all'improvviso arrivò il contrordine: "smobilitare, tutti a casa!" Il golpe fu annullato dallo stesso Borghese mentre era in corso di esecuzione, per motivi mai chiariti. Secondo la testimonianza di Amos Spiazzi, il golpe sarebbe stato in realtà fittizio, in quanto fu immediatamente represso dalle forze governative, e fu ideato come scusa per consentire al governo democristiano di emanare leggi speciali. Borghese, una volta resosi conto della trappola, si sarebbe dunque fermato in tempo. Il 18 marzo 1971 il Pubblico Ministero Vitaloni rubricò una gravissima ipotesi di reato: insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Partirono i primi arresti e furono accusati l'ex maggiore dell'Esercito Mario Rosa, l'ex tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci, il costruttore edile Remo Orlandini. Il giorno dopo fu la volta di Junio Valerio Borghese, ma il "principe nero" era ormai sparito in Spagna. Durante la sua latitanza, nel 1971, il leader del Fronte Nazionale aveva lasciato alla televisione svizzera una famosa intervista in cui sosteneva la necessità di sterminare tutti i comunisti, perchè costituivano un serio pericolo. E' la conferma del suo progetto eversivo.

Il 25 febbraio 1972, Remo Orlandini, Sandro Saccucci, e tutti gli altri imputati vennero scarcerati, poi il primo dicembre 1973 venne revocato il mandato d'arresto di Borghese, che però non tornò in Italia ma rimase in Spagna dove morì a Cadice nell'agosto del 1974 in circostanze misteriose. Nel settembre del 1974 Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura un dossier del SID che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe. La Magistratura fece partire altri 32 arresti tra cui quello di Adriano Monti. Questi, scarcerato per motivi di salute, fuggì all'estero e vi rimase latitante per 10 anni. Si scoprì nel 1991 che Andreotti non consegnò alla Magistratura il materiale integrale. Mancavano infatti alcune parti riguardanti il ruolo della loggia massonica P2 e di Licio Gelli, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Saragat.

Inoltre si erano taciute alcune rivelazione circa un patto tra Borghese e Cosa Nostra riguardante l'uccisione del capo della polizia Angelo Vicari. L'esistenza di tale patto verrà poi confermato da Tommaso Buscetta. Il 30 maggio 1977 nell'aula bunker del Foro Italico a Roma, sulla base dei documenti del SID, si aprì il processo Borghese. Gli imputati furono ben 78, tra loro anche Vito Miceli, ormai destituito da capo del SID e arrestato il 30 ottobre 1974. Tra i latitanti, oltre ad Adriano Monti, anche l'imputato chiave Remo Orlandini. Questi rivelò che gli uomini di Avanguardia Nazionale avevano occupato l'arsenale del Ministero dell'Interno per prelevare ben 200 armi (mitra) di cui 180 dovevano arrivare ad Orlandini stesso. Ma come le armi giunsero, così rientrarono alla base. Dopo la contromossa furono riconsegnate interamente all'arsenale del Ministero.
Tutte tranne una, che andò persa.
Per non far scoprire il furto ne fu inserita una diversa, ma simile. La perizia, che in seguito riconobbe la diversa costruzione di quest'arma, confermò il racconto di Orlandini. La pistola contraffatta serviva per coprire quella che era stranamente sparita e che rischiava di far scoprire l'intero furto momentaneo delle 200 armi che dovevano militarizzare i golpisti.

Nel 2004 il quotidiano La Repubblica acquisì dei documenti segreti, secondo i quali l'ambasciata americana sapeva del colpo di Stato. Si parlò di contatti tra un cospiratore ed una personalità americana in attività a Roma. Adriano Monti, il medico di Rieti, fece da tramite tra il gruppo dei golpisti e l'ambasciata americana. Sembra che un importante uomo d'affari americano, Ugo Fenwich, legato alla politica repubblicana e quindi a Nixon e a Kissinger, era uno dei fornitori di denaro ai congiurati. Quando Monti fu arrestato, immediatamente Fenwich fu portato via da un aereo americano assieme alla sua famiglia.

Secondo lo storico Aldo Giannuli, "c'era un progetto preciso della CIA di creare una solida cintura di dittature filo-americane nel Mediterraneo europeo, che partiva da Lisbona ed arrivava ad Atene, passando per Madrid e Roma". Addirittura oggi è confermato che Monti era andato a Madrid per incontrare l'ex ufficiale nazista Otto Skorzeny, l'uomo che aveva liberato Mussolini al Gran Sasso e grande amico di Borghese, il quale "fu coaptato dagli americani ed inserito come una delle forze della loro intelligence".
Skorzeny dichiarò che gli USA non avrebbero obiettato sull'ipotesi golpiste, purchè l'instauranda giunta militare avesse espresso un personaggio della politica italiana democratico, che avrebbe così potuto garantire un passaggio "indolore" da una democrazia ad uno Stato paramilitare. La persona indicata fu Andreotti.




