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LA RIVOLUZIONE ALGERINA: STORIA DI UNA DOMINAZIONE EUROPEA NEL NORD AFRICA

In questi giorni, la violenta ondata di proteste che ha interessato il Nord Africa, in primis Egitto e Tunisia, sta coinvolgendo anche l'ex-colonia francese dell'Algeria. In realtà, i fatti sono iniziati il 4 gennaio, quando è nata una protesta per gli aumenti del 20% dei prodotti alimentari di largo consumo, tra cui zucchero ed olio.

 

Ci sono stati violenti scontri, soprattutto nei quartieri più poveri di Algeri, tra manifestanti armati di pietre, spranghe e coltelli, e la polizia, che per garantire la sicurezza ha presidiato, i venerdì, le principali moschee della città per evitare che dopo la preghiera si formassero nuove manifestazioni. Durante gli scontri si sono verificati anche incendi di auto, saccheggi di negozi ed assalti ai commissariati di polizia tanto che il numero due del Fis (Fronte islamico di salvezza), Ali Ben-hadj, è stato arrestato. In compenso, in ministro del Commercio ha deciso di abolire la temuta tassa sui prodotti alimentari. Ma sabato 12 febbraio c'è stato lo scontro più violento, tanto che da molti quella data è stata definita come "la giornata della svolta". La polizia ha caricato con violenza circa 2000 manifestanti in una piazza di Algeri, al punto da ferirne molti con i manganelli di legno. La polizia ha poi impedito l'accesso alla piazza alle altre persone radutatesi per manifestare ed ha bloccato a tal fine tutti i trasporti di treni ed autobus.

Tutto questo non ha però impedito che in piazza si continuassero ad urlare slogan contro il presidente Bouteflika. E' proprio vero che la storia ciclicamente si ripete, e queste rivolte fanno sicuramente pensare ai disordini che in passato hanno flagellato la nazione algerina, fin dai tempi in cui i francesi sbarcarono, il 14 giugno 1830, in questa terra, portando ben 132 anni di dominazione e di estrema assimilazione politica e culturale. Emile-Felix Gautier, geografo ed etnografo francese, aveva già descritto, all'epoca, il Maghreb come una "cascata ininterrotta di dominazioni straniere" in cui, da ultimo, i turchi avevano sostituito gli arabi, subentrati a loro volta ai bizantini.

Stabilito, nel XVI secolo, il potere del sultano ottomano, specialmente dall'istituzione (1671) della carica elettiva di DEY, era poco più che nominale, e l'autorità del dey, a sua volta, non si estendeva al di là della capitale e della fascia litoranea. Solo nel XVIII secolo il governo del dey raggiunse un livello di relativa sicurezza e nel 1711 il decimo dey di Algeri ottenne il titolo di PASCIA' che implicava la semi-indipendenza. La diminuzione degli introiti diretti o indiretti della pirateria (per limitare i danni le nazioni europee pagavano un tributo al dey d'Algeri), e le concentrazione dei profitti nelle case di commercio europee, indebolirono economicamente la reggenza, facendola debitrice delle grandi potenze: fu appunto una disputa circa un' operazione finanziaria fra l'Algeria e la Francia il pretesto dell'azione francese, che, dopo alcuni anni di tensioni ed incidenti, portò nel 1830 allo sbarco delle truppe napoleoniche. Come affermò fieramente il capo della spedizione francese generale Bourmont: "venti giorni sono stati sufficienti ad abbattere uno Stato la cui esistenza da tre secoli esasperava l'Europa".

In realtà, l'Algeria, parte dell'Impero ottomano, oggetto per suo conto di un lento declino, non era uno stato in senso proprio, e da Costantinopoli non vennero aiuti quando Carlo X, sempre alla ricerca di successi, aveva finalmente trovato nell'Algeria il diversivo sperato, un pegno di vittoria e quindi di popolarità. Dopo lo sbarco del 14 giugno, il 5 luglio, il dey firmò la propria capitolazione prendendo la via dell'esilio. Il criterio cui si ispirò la politica coloniale della Francia in Algeria fu quello dell'assimilazione. Essa divenne il teatro di una dislocazione integrale, mediante la trasposizione di tutto un patrimonio di leggi e di costumi. L'assimilazione acquistò caratteri ancora più vincolanti perchè condizioni ambientali favorevoli ne fecero, a differenza della maggior parte dei territori dell'Africa nera, una colonia di popolamento. Il trapianto di una porzione ragguardrevole di europei, in maggioranza francesi, era un fatto tutto nuovo.

Esso avveniva per lo più sulle terre più fertili e nelle città della costa, e finì per creare un centro di potere (i coloni) per certi aspetti disgiunto dallo stesso potere centrale, che era tra l'altro soggetto alle ondulazioni della politica della Francia e pressato dall' opinione pubblica locale. Così, intorno al 1870, la popolazione algerina di origine europea, soprannominata "pieds noirs" , contava circa 245.000 abitanti, di quali 130.000 francesi, poi spagnoli, maltesi ed italiani meridonali emigrati in cerca di fortuna. L'Algeria fu divisa in tre province o dipartimenti (Algeri, Orano, Costantina), e mentre la popolazione di origine europea venne sottoposta alle stesse leggi vigenti a Parigi, si preferì mantenere le popolazioni indigene sotto la giurisdizione della legge islamica. La conquista però si disperdeva inevitabilmente in tanti episodi, in guerre senza fine , trovando nelle regioni più impervie della Cabilia le maggiori resistenze. Spesso i francesi affligevano gli algerini con massacri e distruzioni indiscriminate.

Fu con un certo sollievo, paradossalmente, che la Francia salutò l'emergere di un leader come Abdel Kader, che aveva i poteri e le capacità per ricompattare gli algerini e dare all'Algeria un minimo di unità. In pellegrinaggio per il mondo arabo, il giovanissimo Abdel Kader, aveva preso coscienza diretta della realizzazione in corso nell'Egitto di Mehmet Ali, il primo Stato arabo ad aver intrapreso un programma sistematico di riforme volte alla modernizzazione degli istituti politici ed economici, e ritornò in patria con un suo pensiero politico formato. Quando nel 1832 fu eletto sultano, i francesi furono costretti a mantenere fede agli accordi presi con lui, mentre Abdel Kader a sua volta alternò fino al 1837 le ostilità con la Francia ai conflitti con i rivali interni, i "feudali", soprattutto quelli della Cabilia, prima manifestazione del particolarismo berbero, che mal si identificava con la sua guida. Incapace di sollevare i cabili, la sua lotta ebbe definitivamente termine il 23 dicembre 1847, quando si arrese al generale La Moricière. Se Abdel kader non riuscì a realizzare uno Stato fu per le condizioni di anarchia in cui versavano le tribù algerine, che neppure l'Islam poteva veramente unificare; resta però suo il merito di aver abrogato alcuni istituti tipici del feudalesimo musulmano. Da allora non ci fu nessun altro significativo movimento di opposizione, eccezion fatta per la rivolta di Mohammed el-Hadj el-Moqrani del 1871.

In tutti quegli anni di "pace" e stabilità apparente la dialettica di fondo fra colonizzazione e resistenza della nazione arabo-algerina, allo stato latente, non venne mai meno. Tolto alla Francia il competitore che poteva ostacolare più seriamente la conquista di tutta la colonia, nel 1848 l'Algeria fu proclamata "territorio francese", fu divisa in tre dipartimenti con a capo un prefetto, che inviavano propri rappesentanti all'Assemblea Nazionale in elezioni riservate ovviamente ai coloni: i poteri del ministero della Guerra diminuirono, furono creati organi esecutivi e consultivi per favorire l'integrazione. Il punto d'arrivo del travagliato periodo d'avvio fu la legge del 19 dicembre 1900 che concesse all'Algeria la piena personalità giuridica separando il suo bilancio da quello della metropoli. La Francia però subordinò la naturalizzazione dei residenti non francesi alla condizione di abbandonare lo "statuto coranico": la presunta eguaglianza nascondeva una profonda discriminazione che per gli arabo-algerini equivaleva alla sconfessione della propria matrice culturale e religiosa.

I fatti sono eloquenti perchè solamente 2.500 algerini divennero cittadini francesi tra il 1866 e il 1934. L'altro settore della violenza coloniale fu quello della proprietà terriera. La società arabo-algerina si reggeva sulla terra ed il regime della terra si articolava sulla proprietà o sul lavoro nella cerchia tribale o sulla semplice vita in comune del villaggio e del "donaur" (si chiamava così la sezione di territorio occupata da una tribù). Fu contro l'indivisione, sia contro l'eccessivo spezzettamento, che agì il colonialismo, o contro l'esproprio o con il consolidamento della proprietà privata di derivazione romanistica. La crisi provocata dalla perdita delle migliori terre a coltura e dal dover sempre più ripiegare verso le zone semi-desertiche del sud, fu di conseguenze catastrofiche per il popolo algerino. La nazione algerina era scomparsa, perseguitata in tutti i suoi valori (unità economica, lingua, religione, cultura, ecc.). Le istanze rivoluzionarie, che furono alla base della battaglia del nazionalismo algerino moderno, provengono proprio dalla società rurale, che aveva reagito per conservare se stessa contro l'impoverimento e la sua stessa scomparsa. Dopo la pausa seguita alle rivolte che costellarono la "conquista", la scena politica algerina si risvegliò pubblicamente in occasione della prima guerra mondiale, anche se la nazione algerina, rispetto all'Egitto o alla Tunisia, non ebbe mai un movimento nazionalista in senso moderno.

L'Algeria subì un lento processo di trasformazione e meditò in silenzio i mezzi e gli obiettivi di una stessa lotta. Dopo le agitazioni rurali degli anni della "pacificazione", saranno gli ambienti cittadini, "evoluti", borghesi o proletari, a raccogliere la problematica della resistenza anti-coloniale, salvo ristabilire il contatto diretto con la campagna per la fase decisiva della guerra di liberazione nazionale. Le origini politiche del nazionalismo algerino possono così essere individuate a Parigi nel 1925 con il nome di "Etoile nord-africaine" (ENA). Questa venne fondata fra il proletariato algerino residente in Francia, fra algerini trapiantati come lavoratori in Francia. Essi erano autori di una rivendicazione politica diretta, in cui il nazionalismo derivato dalla loro condizione di emigrati si accoppiava a motivi di lotta sindacale: oggetto di discriminazioni di vario genere, disprezzati dalla società bianca e dagli stessi compagni di lavoro, respinti da ogni prospettiva di assimilazione nella civiltà francese, il loro impegno era portatonaturalmente all'estremismo. A differenza degli altri movimenti nazionalisti arabi dell'epoca, la Stella nord-africana si diede un'organizzazione politica e rigorosamente laica. Fondata da un comunista all'ombra del PCF, Hadj Abdel Kader, nipote di Abdel Kader, con un programma eminentemente sindacale, in seguito assunse un aspetto più propriamente nazionalista con la scalata alla presidenza di Ahmed Messali Hadj, che, grande protagonista della politica algerina fino allo scoppio dell'insurrezione armata, si è meritato l'appellativo di "padre" del nazionalismo algerino.

 L'ENA, combattuta fra la collaborazione con i comunisti francesi e la solidarietà con i partiti nazionalistici fratelli della Tunisia e del Marocco, portava avanti un programma generico e confuso, che solo nel congresso del partito del 1933, ebbe una specificazione: parità assoluta per tutti gli algerini ed elezione di un parlamento nazionale, ritiro delle truppe di occupazione, totale indipendenza dell'Algeria, nazionalizzazione delle banche e delle risorse minerarie, istruzione obbligatoria in lingua araba, confisca dei latifondi di proprietà europea. Poi si erano creati altri movimenti più moderni che rifuggevano dai mezzi rivoluzionari, come la federazione degli eletti, istituita nel 1927 da Ben-Djellul, Bentami e Boumedine, e in cui militò anche Ferhat Abbas, con lo scopo di far evolvere le condizioni politiche dell'Algeria "nell'ambito delle leggi francesi". Obiettivi riformistici aveva anche l'Associazione degli ulema, espressione della borghesia colta di Costantina. Fondata nel 1931, i suoi intendimenti erano inizialmente culturali e religiosi, per una rinascita spirituale del popolo algerino ed un ritorno alla pratica dell'Islam nella sua purezza. La personalità più autorevole del gruppo fu Abdel Hamid Ben Badis, pensatore moderno e relativamente progressista, perfettamente inserito nell'evoluzione dell'arabismo. Gli ulema non volevano rompere per principio con la Francia, ma attraverso la religione musulmana, massimo denominatore comune del popolo algerino, si voleva rompere l'indifferenza delle masse per la lotta nazionalista condotta dagli "evoluti" e dagli intellettuali. Le divergenze fra il programma dell'ENA di Messali Hadj e le idee dei "riformisti" erano di sostanza, perchè mentre Messali contestava la sovranità francese, gli "eletti" e gli ulema insistevano per delle riforme, che, per quanto ardite fossero, non erano incompatibili con il potere coloniale. Sensibile alle sollecitazioni dell'opinione pubblica, Messali Hadj accentuò in seguito l'impostazione nazionalista e rivoluzionaria del suo movimento, allentò e poi ruppe il collegamento con i comunisti, che, dopo aver considerato l'Algeria come una semplice federazione del PCF, fondarono nel 1936 un PC algerino.

 

Il vizio d'origine della politica comunista verso l'Algeria è da ricercare nella convinzione che la rivoluzione presupponeva prima una più completa integrazione nella Francia, per estendere agli algerini i vantaggi del maggior grado di sviluppo, anche in senso rivoluzionario, della società francese, a costo di ritardare la specificazione nazionale. Sciolta per decreto l'Etoile nord-africaine perchè "anti-nazionale", Messali Hadj, arrestato nel 1933 e rimesso in libertà nel 1935, fondò nel 1937 il Parti populaire algerien (PPA). La chiusura della Francia e dei coloni alle riforme invocate dai moderati sembrava una conferma obbligata della politica di Messali, paradossalmente più realistica della fiduciosa attesa di Ben Djellul o di Ben Badis. Il PPA fu messo al bando, al pari del PCA, e Messali Hadj tornò in carcere. Ma il Partito popolare algerino non cessò per questo di agire, riparando nella clandestinità che era destinata a maturarne lo spirito rivoluzionario, perchè tagliava corto con tutte le tentazioni di compromesso. Nel PPA, così, confluirono tutte le forze politiche e sociali decise a contestare il colonialismo e tese alla "scoperta" di un nazionalismo arabo-algerino. Dopo la seconda guerra mondiale ed il fenomeno della decolonizzazione, sostenuta da USA ed URSS, una buona parte della classe dirigente algerina era fuorviata dal mito dell'assimilazione a parità di condizioni nella Francia, ma era chiaro che presto o tardi autodeterminazione avrebbe dovuto significare anche per l'Algeria indipendenza e sovranità. Internato Messali Hadj e morto nel 1941 Ben Badis, sciolti i partiti, la lotta andò comunque avanti e il 10 febbraio 1943 apparve il Manifesto del popolo algerino, sottoposto poi alle autorità francesi.

 

Ne erano firmatari 28 dirigenti moderati tra cui Ferhat Abbas, e chiedeva l'applicazione del pricipio di autodeterminazione, la completa libertà per tutti gli algerini senza distinzione di razza o religione, la soppressione della proprietà terriera su base feudale con il lancio di una riforma agraria, il riconoscimento dell'arabo come lingua ufficiale, parificata al francese, la libertà di stampa e di associazione senza eccezioni, educazione libera per tutte le religioni, il principio della separazione tra Chiesa e Stato, partecipazione degli algerini al governo del loro paese, e amnistia politica totale. Essa riprendeva quindi i termini della Carta atlantica. La rivendicazione contenuta nel Manifesto non fu accolta con molto favore dai responsabili della politica francese e De Gaulle ribadì nel piano di Costantina la tesi dell'assimilazione. Non esisteva più alcun terreno per l'azione riformatrice. A questo punto gli scontri furono inevitabili ed i primi incidenti si segnalarono l'1 e l'8 di maggio, il giorno della vittoria contro la Germania. A Setif (Costantina) le manifestazioni degenerarono quando un ufficiale della polizia francese uccise freddamente un arabo. Ci fu una sollevazione tanto spontanea quanto spietata, incontrollata, contro tutto ciò che simboleggiava la dominazione coloniale, con un bilancio pesante di vittime fra la popolazione francese (102 morti) e violenze incalcolabili. Al primo atto di ribellione dell'Algeria moderna seguì il primo premeditato massacro di cui il colonialismo francese doveva macchiarsi. Le autorità proclamarono lo stato d'assedio e affidarono a reparti armati agli ordini del gen.

Duval l'esecuzione della repressione. Più di 40 villaggi furono bombardati e distrutti, i quartieri arabi di Setif e di altre città vennero incendiati, 4.650 arresti, vendette sommarie, saccheggi. Secondo valutazioni ufficiali francesi, la repressione costò agli algerini 1.500 morti, ma le fonti nazionaliste sostengono che non meno di 45.000 algerini perirono sotto la furia francese. I partiti politici, con la sola eccezione degli "eletti", furono soppressi e l'opposizione dovette ricominciare a tessere la sua azione nella clandestinità. Tutti i capi nazionalisti (compreso Ferhat Abbas) vennero imprigionati. La Francia cercò di uscire dal vicolo cieco concedendo nel marzo 1946 un'amnistia alla vigilia delle elezioni per la Seconda Assemblea costituente. Se ne giovò fra gli altri Ferhat Abbas. Il suo nuovo partito, l'Unione democratica del manifesto algerino, UDMA, portavoce in primo luogo dei ceti medi urbani, conquistò 11 dei 13 seggi del secondo colleggio.

L'UDMA raccolse dunque il voto di tutta l'opinione nazionalista. L'obiettivo era: "un parlamento ed un governo algerino in uno Stato algerino liberamente associato alla Francia nel quadro dell'Unione francese". La vittoria di Ferhat Abbas doveva essere in ogni modo effimera. Dopo la sua liberazione (13 ottobre 1946), Messali Hadj ritornò sulla scena con la sua figura maestosa ed il suo potere carismatico, fondando un nuovo partito, il Movimento per il trionfo delle libertà democratiche, MTLD, che riprendeva i temi ed i programmi del PPA (indipendenza dell'Algeria e ritiro delle truppe d'occupazione) e che come il PPA era dotato di quadri di origine prevalentemente proletarie.

Il MTLD ottenne un largo successo alle elezioni del novembre 1946 perchè aveva un programma che non ammetteva incertezze, chiedendo "il ritorno del popolo algerino alla sua sovranità nazionale". Il successo di questa nuova formazione politica incalzò la Francia a concedere qualche garanzia in più, allargando i diritti elettorali della popolazione algerina, pur mantenendo il potere esecutivo saldamente concentrato nelle mani del governatore centrale che rispondeva solo al governo di Parigi. Altri provvedimenti dello Statuto riguardavano la soppressione dei territori del Sud e quella dei comuni misti, la libertà di tutti i culti e l'insegnamento in arabo a tutti i livelli scolastici. L'UDMA, gli ulema e i comunisti solllecitarono altre concessioni ma riconobbero gli elementi positivi della riforma, mentre il MTLD di Messali Hadj scivolava sempre di più verso posizioni estremiste, tanto che nel 1947 fu fondato l'OS (Organizzazione speciale), una sorta di braccio armato del MTLD, embrione dell'insurrezione del 1954, che permise al MTLD uno sdoppiamento tra legalità e illegalità. La sua "uscita" fu l'assalto all'ufficio di Orano, organizzato nel '49 da Ben Bella e Khider. L'Os ebbe come suoi capi successivamente Mohammed Belouizdad, uno degli intellettuali più lucidi del movimento nazionalista algerino, condannato dalla tubercolosi a morte prematura, Ait Ahmed, Ahmed Ben Bella, futuro presidente della Repubblica, Nohammed Khider, deputato di Algeri. Si ritrovano nei ranghi dell'OS tutti i più importanti protagonisti della lotta armata, compreso il giovanissimo Didouche, caduto nella guerra partigiana, Ben Boulaid e Mohammed Boudiaf, promotore della storica giornata del primo novembre 1954. Come ha scritto Yves Courrière: il "nucleo OS fu rafforzato a seguito dello scandalo delle elezioni del 1948", che smentirono agli occhi di tutti le speranze di "partecipare alla vita politica legale". La scoperta di un "complotto" nel 1950 portò allo smantellamento dell'OS, che contava 405 mila aderenti, con la condanna a morte di Ait Ahmed e Khider, e la condanna ad 8 anni di prigione di Ben Bella, che riuscì ad evadere raggiungendo Il Cairo. Intanto il MTLD, sempre più diviso, arrivò ad una scissione dalla quale, ha scritto il Duchemin, "nascerà la rivoluzione". Gli ex-uomini dell'Os fondarono il Comitato rivoluzionario di unità e d'azione (CRUA) il quale stabilì la data del primo novembre e distribuì i compiti più importanti. Il territorio algerino fu diviso in sei regioni, le famose wilaya, ognuna delle quali era stata affidata ad uno dei sei capi superstorici dell'interno, coordinati da Boudiaf e Didouche, che avevano le maggiori responsabilità. L'insurrezione iniziò con una serie di attentati e di attacchi armati ad uffici pubblici e militari: furono assaliti impianti industriali, stazioni di polizia, convogli militari, autorimesse e depositi di armi. Nonostante fosse stato diramato l'ordine di non sparare sui civili, i morti il primo novembre furono 7 ed elevatissimi i danni materiali.

La sensazione in Algeria fu immensa, ma le autorità cercarono di minimizzare gli avvenimenti, parlando di isolati atti di terrorismo. I piani del CRUA prevedevano che, con lo scoppio della violenza, il movimento avrebbe assunto una forma politica più precisa. Venne costituito un partito, battezzato Fronte di liberazione nazionale (FLN). A fianco del FLN operava l'Armata di liberazione nazionale (ALN), sua organizzazione militare. La parola "fronte" era stata voluta da Boudiaf per non dare l'impressione di esclusivismi, "affinchè tutti gli algerini, quale che sia la loro affiliazione politica, possano raggiungerci". L'armata di liberazione nazionale contava nel 1954 al massimo 500 combattenti (moudjahid) più alcune migliaia di volontari impiegati soprattutto nel territorio urbano. Secondo stime attendibili l'ALN arrivò ad avere un massimo di 120.000 uomini nel 1957-59, scendendo a 40.000 effettivi al momento del cessate-il-fuoco. Essa stabilì stretti contatti sia nelle campagne che fra gli abitanti della Casbah di Algeri. Il FLN fece di tutto per persuadere le masse algerine a sostenere la causa dell'indipendenza, attraverso sindacati, associazioni professionali, organizzazioni studentesche e femminili. L'uso della violenza era giustificato ai fini della liberazione nazionale. L'FLN, al quale intanto aderì Abbas, si creò però un nemico tra gli stessi gruppi anti-francesi: quando Messali Hadj formò il Movimento Nazionale Algerino (MNA) con analoghi scopi di rivoluzione violenta, ma di ispirazione di sinistra, i due gruppi entrarono in competizione al punto che le faide tra i due provocarono quasi 5.000 morti in Francia, spesso con attentati nelle caffetterie. Un grande successo fu la conversione di Jacques Soustelle che arrivò in Algeria come governatore generale nel gennaio 1955 con la ferma determinazione di ristabilire la pace.

Soustelle, uomo di sinistra, iniziò un serio programma di riforme (il "Piano Soustelle"), destinato a migliorare le condizioni dei musulmani. Ma l'FLN compì serie atrocità, come il massacro di Philippeville, in cui colpì 123 civili, andando ben oltre gli obiettivi militari o governativi. All'efferato eccidio seguì una repressione altrettanto brutale, di 1.273 guerriglieri (secondo stime francesi), 12.000 (secondo il FLN). Dopo i fatti di Philippeville, Soustelle proclamò misure più dure e la guerra si fece totale. Il governo francese accantonò ogni idea di riforme, inoltre il successore di Soustelle, il socialista Robert Lacoste, sciolse l'Assemblea Algerina, favorendo le operazioni militari francesi e garantendo all'esercito poteri di polizia eccezionali. Il 20 agosto 1956, in una piccola abitazione berbera nella valle della Soummam, si posero le basi del futuro Stato algerino, la "piattaforma della Soummam", ispirata al pensiero politico di Abane Ramdane. Nell'ottobre 1956 l'aereo della Air Maroc che trasportava da Rabat a Tunisi quattro capi storici del FLN, venne intercettato, dirottato e costretto ad atterrare ad Algeri. Ahmed Ben Bella, Mohammed Boudiaf, Mohamed Khider e Hocine Ait Ahmed vennero arrestati e rimasero prigionieri fino alla fine del conflitto. Quest'azione indusse i leaders ribelli rimasti ad un atteggiamento ancora più duro. Inoltre l'FLN convinse alcuni stati arabi e comunisti delle Nazioni Unite ad esercitare pressioni diplomatiche sul governo francese per negoziare un cessate-il-fuoco, ed alcuni intellettuali, come Camus, nato in Algeria, cercarono di spingere entrambe le parti alla soluzione della pace.

Celebre fu anche la frase di Jean Paul Sartre: "l'Algerie n'est pas la France", ma tutto ciò non contribuì a scoraggiare sia la Francia, sia i ribelli algerini, dai propri intenti. Anzi l'ALN si arricchì di nuovi uomini (più di 30.000) arruolati in Marocco e Tunisia, e mise in pratica con successo la tattica della guerriglia, specializzandosi in imboscate e raid notturni per evitare il confronto diretto col fuoco francese. Con questo sistema attaccarono obiettivi strategici, sia militari che civili, come infrastrutture di comunicazione e fattorie di coloni, nonchè musulmani accusati di tradimento. Il Fronte di liberazione nazionale estese la propria guerriglia anche alla città. La più nota guerriglia urbana fu "La battaglia di Algeri", immortalata dall'omonima pellicola di Pontecorvo. Per vincere la battaglia di Algeri l'esercito francese aveva operato con metodi brutali, tra cui il ricorso alla tortura. Ciò portò ad una vasta eco internazionale, grazie alla diffusione della notizia, da parte della sinistra francese. I francesi risposero alla guerriglia algerina con la stessa tecnica: reclutarono bande di arabi irregolari, noti come "hakis", armati di fucile e avvezzi a tattiche di guerriglie analoghe a quelle dell'ALN. Essi superavano le 150.000 unità. Il generale francese Salan ridusse drasticamente gli atti di terrorismo del FLN, istituendo un sistema di barriere massicciamente pattugliate per limitare le infiltrazioni dalla Tunisia e del Marocco, come la "Linea Morice", un insieme di rete elettrificate, filo spinato e mine, e dando inizio a bombardamenti aerei nei villaggi che non erano raggiungibili dalle unità mobili. Inoltre fu attuato un programma di sfollamento (1957-1960) per cui oltre 2 milioni di algerini vennero sradicati dai loro paesi di origine, principalmente nelle aree di montagna, e sistemati nelle aree pianeggianti. Furono distrutti villaggi e devastati campi e frutteti.

Quando De Gaulle ritornò al potere in Francia nel 1958, adottò una strategia che indebolì fortemente il FLN, togliendole il consenso di quella crescente parte della popolazione musulmana che era stanca della guerra: indì un referendum nel quale potevano partecipare tutti i musulmani, incluse le donne, su una nuova carta costituzionale che conteneva un importante concessione perchè in base ad essa l'Algeria sarebbe stata non più parte integrante, bensì territorio associato alla Francia. Come risposta il FLN instaurò il Governo Provvisorio della Repubblica Algerina (GPRA), una sorta di governo in esilio retto da Abbas e con base a Tunisi. Prima del referendum, Abbas ottenne il riconoscimento del GPRA da parte del Marocco, della Tunisia e di numerosi altri paesi arabi, ma anche, da stati asiatici, africani, dell'Europa Orientale e dell'Unione Sovietica. Nonostante la disperata campagna di terrore, fatta di minacce, il FLN non riuscì ad intimidire i musulmani, facendo loro boigottare il referendum. L'80% dei musulmani si presentò al voto approvando massicciamente (96%) la bozza di costituzione. Nel biennio 1958-59 l'esercito francese raggiunse il controllo militare dell'Algeria e si avvicinò alla vittoria. Ma proprio quando questa sembrava ormai vicina, si scatenò la protesta interna dei familiari delle vittime della guerra e le proteste per le torture e le atrocità commesse dall'esercito contro i musulmani. Infine la preoccupazione degli alleati della NATO, tanto che nel settembre 1959 De Gaulle rivide la propria posizione ed inserì il concetto di "autodeterminazione". Asserendo di essere stati traditi da De Gaulle, i coloni organizzarono nel gennaio 1960 un'insurrezione ad Algeri che ottenne in Europa il sostegno delle masse. Furono i giorni delle barricate. Le insurrezioni alla fine furono soffocate, ma i militari delusi non si arresero, tanto che organizzarono, nella notte tra il 21 e il 22 aprile 1961, un colpo di Stato.

 

De Gaulle vietò ad ogni francese di eseguire alcuno degli ordini dei militari ed il suo appello non fallì. Voltate le spalle ai coloni ed ai militari, il Generale riaprì i negoziati col Fronte di liberazione nazionale arrivando agli accordi di Evian, in base ai quali veniva decretato il cessate-il-fuoco e, entro un periodo di tre anni, veniva fatto obbligo a tutti i residenti in Algeria di DIVENTARE CITTADINI ALGERINI O DI ESSERE CLASSIFICATI COME STRANIERI. Gli elettori francesi approvarono gli accordi di Evian con una maggioranza del 91% in un referendum tenutosi nel giugno 1962. Durante i tre mesi che intercorsero tra il cessate-il-fuoco e la data del referendum, una nuova associazione terroristica chiamata OAS (Organizzazione dell'Armata Segreta), formata dal generale Salan (quello del tentato colpo di stato), dal deputato dei coloni Pierre Lagaillarde, da Susini e da Ortiz, tentò di provocare una rottura della tregua avviando una nuova campagna terroristica senza precedenti: nel solo marzo 1962 scoppiarono una media di 120 ordigni al giorno, ma alla fine i terroristi fallirono, stipulando una tregua col FLN il 17 giugno 1962. In seguito al referendum per l'autodeterminazione tenutosi il primo luglio 1962 con esito positivo, il 3 luglio la Francia dichiarò l'Algeria indipendente. Fallita l'opera intimidatoria dell'OAS, i coloni preferirono abbandonare in massa l'Algeria (il 90%), riparando in Francia, e in larga parte in Corsica, tanto che alla fine del 1962 restavano solo 100.000 "francesi d'Algeria".

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