Il grande pianto degli ex onorevoli
Si erano momentaneamente zittiti. Ritirati nei loro salotti romani, nei loro attici austeri con vista su Piazza Navona, si pensava fossero ormai spariti: i vitalizombie. E invece no. Come nei migliori horror, sono tornati, affamati non di cervelli (quelli li avevano già digeriti nelle legislature passate), ma di vitalizi. E pure con gli arretrati.
Sono in 1300, mica pochi. L’equivalente di una piccola cittadina di ex onorevoli delusi e incattiviti. Gente che ha attraversato la Prima, la Seconda, e in alcuni casi anche la Terza Repubblica (non ufficiale, ma ufficiosamente tragica), e che oggi, privata dell’amato assegno mensile, chiede giustizia, onore e – soprattutto – bonifico.
Il sistema contributivo? Uno shock culturale
Tutto è cominciato nel 2018, con Roberto Fico, allora presidente della Camera, che in un eccesso di moralità politica (fenomeno raro quanto un panda albino) osò proporre l’innominabile: tagliare i vitalizi e sostituirli con il sistema contributivo, quello che vale per tutti gli altri cittadini. Una riforma sobria, logica, normale. Proprio per questo, profondamente offensiva.
Per i parlamentari colpiti dalla riforma, fu uno shock: passare da assegni da 8.000 euro a pensioni “normali” fu vissuto come una deportazione nel mondo reale. Per alcuni, un trauma mai elaborato. Come se si fosse chiesto a un delfino di salire a piedi il Monte Bianco.
Guzzanti, Martelli, Scajola & co: “ci avete tolto anche la dignità (e il rimborso taxi)”
Tra gli indignati troviamo una galleria di ex glorie che farebbe impallidire persino un libro di storia degli anni ’90: Claudio Scajola, Margherita Boniver, Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Rosa Russo Iervolino, e soprattutto Paolo Guzzanti, noto anche per essere stato presidente della famigerata Commissione Mitrokhin – quella che avrebbe dovuto scoprire spie e intrighi sovietici, ma ha trovato al massimo qualche barista del PCI.
Guzzanti si dice profondamente deluso:
"Ho dato il sangue per il Parlamento, e ora mi ritrovo con appena 3000 euro di vitalizio!"
Che detto così, fa quasi piangere. O ridere. O entrambe le cose. Perché in un Paese dove la pensione media è sotto i 1.000 euro, la dichiarazione suona come un'involontaria stand-up comedy in giacca e cravatta.
Cicciolina e i 10 milioni dell’amore (per la rendita)
Ma la scena la ruba lei, come sempre: Ilona Staller, in arte Cicciolina, deputata ai tempi del Partito Radicale, ex icona dell’erotismo parlamentare, oggi paladina dei diritti vitaliziali. Chiede 10 milioni di euro di risarcimento danni per l’onta subita.
E lo dice con serietà. Anzi, con un tono da statista:
"Non è per me, li darò in beneficenza!"
Il mistero resta: quale beneficenza? Forse un fondo per ex pornostar a fine carriera parlamentare? Un’associazione che promuove l’uso del latex nelle commissioni Bilancio? In ogni caso, un gesto nobile. E assolutamente non provocatorio.
L’udienza a Montecitorio: suspense in velluto e moquette
Il 2 luglio, Monte-corte suprema, ovvero il Collegio d’Appello della Camera, ha celebrato la prima udienza. Cinque deputati – probabilmente scelti tra i più resistenti al senso del ridicolo – si sono riuniti per decidere se restituire i vitalizi ai loro predecessori. Una scena surreale, con un pubblico d’eccezione e toni da commedia all’italiana.
Il Collegio si è riservato la decisione. Ma qualunque essa sia, avrà effetti enormi: o si conferma il principio della riforma del 2018 e si resiste alle pressioni nostalgiche, oppure si spalanca il portone al ritorno ufficiale dei privilegi perduti.
Un Paese in cui chi ha lavorato 40 anni prende 800 euro, e chi ha fatto 2 legislature ne pretende 10.000
Il vero paradosso è tutto qui. In un’Italia in cui i giovani lavorano a chiamata, gli infermieri fanno i doppi turni, e i lavoratori autonomi ricevono pensioni da fame, la politica riesce ancora a far parlare di sé non per quello che fa, ma per quello che rivuole.
C’è un’intera generazione che non andrà mai in pensione. E un’altra che pretende il ritorno dei privilegi, come se fossero un diritto naturale, tipo l’aria, il pane, il salotto di Bruno Vespa.
La memoria corta, il vitalizio lungo
Il più grande talento della politica italiana è l’amnesia selettiva. Nessuno si ricorda le promesse non mantenute, ma tutti sanno esattamente quanto gli spetta di vitalizio, fino all’ultimo centesimo, comprensivo di rivalutazione e nota spese.
“In Italia, nulla è più permanente del provvisorio e nulla è più provvisorio del buon senso.”
— (liberamente ispirato a Flaiano)
Conclusione: il ritorno dei privilegi è sempre dietro l’angolo (e spesso ha un nome in agenda)
E così, mentre il Paese reale barcolla tra mutui, bollette e contratti a tempo determinatissimo, i nobili decaduti della politica si giocano l’ultima carta del mazzo: la nostalgia del privilegio.
È un grande classico italiano: appena si prova a fare pulizia, qualcuno urla allo scandalo, poi fa ricorso, poi vince, e infine brinda — con spumante rigorosamente a carico del contribuente.
L’appuntamento ora è con la decisione del Collegio d’appello. Ma quale che sia l’esito, una cosa è certa:
in Italia non c’è mai niente di veramente tagliato, solo momentaneamente sospeso in attesa di ricorso.
E chissà, magari tra qualche anno potremo assistere al sequel:
“Vitalizi 2 – Il risveglio dei ricorrenti”, con Cicciolina nel ruolo della paladina della giustizia contributiva e Scajola in quello del martire previdenziale.
Nel frattempo, prepariamoci: tra convegni sul merito e nuove riforme annunciate, torneranno a bussare. Sempre. Con il cappello in mano… ma firmato.
"L'Italia è una Repubblica fondata sulla memoria corta e i diritti lunghi."
— Un cittadino qualunque, in fila alla posta.