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Martedì, 12 Maggio 2026 18:27

​Il tramonto dei nostalgici: La metamorfosi della Destra italiana verso un nuovo orizzonte pragmatico

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​"Non si è forti abbattendo gli altri, ma elevando se stessi." — Pindaro


​L’analisi firmata dallo storico Marco Gardini sulle colonne de La Stampa non è una semplice riflessione politica, ma un vero e proprio referto autoptico su una stagione della destra italiana che sembra aver esaurito la sua linfa vitale. La tesi di Gardini è dirompente: la destra che abbiamo conosciuto negli ultimi trent'anni — quella dei "muri", delle nostalgie post-ideologiche e del sovranismo urlato — è ormai un corpo celeste spento, di cui vediamo ancora la luce solo per una questione di inerzia temporale. Al suo posto, si sta addensando una nuova nebulosa politica, i cui centri di gravità rispondono oggi ai nomi di Luca Zaia e Marina Berlusconi.

​Per decenni, la destra italiana è stata prigioniera di un paradosso: al governo per necessità, ma all'opposizione per vocazione culturale. Gardini sottolinea come questa vecchia destra sia rimasta ancorata a un linguaggio novecentesco, fatto di simboli identitari che, sebbene capaci di mobilitare una base fedele, risultano oggi respingenti per la vasta area del ceto medio produttivo e per le nuove generazioni. Il tramonto di questa fase non è dovuto a una sconfitta elettorale, quanto a una sopravvenuta irrilevanza rispetto alle grandi sfide globali. Il protezionismo spinto, lo scetticismo verso l'integrazione europea e una certa rigidità sui diritti civili sono diventati zavorre in un mondo che corre verso la digitalizzazione e la sostenibilità. La vecchia guardia, secondo l'articolo di Gardini, non ha più risposte da dare a un Paese che chiede stabilità, competenza e, soprattutto, una visione di futuro che non sia un continuo sguardo allo specchietto retrovisore.

​In questo scenario di macerie ideologiche, la figura di Luca Zaia emerge come il prototipo di un conservatorismo radicalmente diverso. Il "Doge" veneto ha saputo trasformare l'amministrazione regionale in un laboratorio politico nazionale, dimostrando che è possibile essere di destra senza essere reazionari. La sua gestione si basa su un'efficienza tecnica che parla ai mercati e ai cittadini, prima che alle pance. Forse l'elemento più dirompente del pensiero zaiano è l'apertura sui diritti civili, dal fine vita alla tutela delle minoranze. È una destra che riconosce le mutazioni della società e non cerca di arginarle con i dogmi, ma di governarle con buon senso. Per Zaia, l'autonomia non è un grido di secessione, ma una richiesta di responsabilità e merito, contrapponendosi al centralismo burocratico che ha spesso frenato lo sviluppo del sistema Italia.

​Dall'altro lato del quadrante, l'articolo di Gardini individua in Marina Berlusconi il naturale successore non solo di un impero economico, ma di un'eredità politica liberale che rischiava di andare dispersa. Marina non è una politica di professione, e forse è proprio questa la sua forza nel panorama attuale. Rappresenta il volto rassicurante della borghesia imprenditoriale e la sua influenza segna il ritorno a una destra che mette al centro l'impresa, il libero mercato e la solidità dei conti, smarcandosi dalle tentazioni populiste e demagogiche. Se la vecchia destra guardava con sospetto a Bruxelles, la visione di Marina Berlusconi è intrinsecamente europea. È una destra atlantista e continentale, conscia che l'Italia può contare solo se è seduta ai tavoli che contano, non se urla dai margini. Propone uno stile asciutto e istituzionale, capace di dialogare con i settori più avanzati del Paese e di attrarre quell'elettorato moderato che si sente orfano di una guida seria e prevedibile.

​L'unione ideale tra il pragmatismo territoriale di Zaia e il liberalismo istituzionale di Berlusconi prefigura la nascita di una Destra 2.0. Questa nuova formazione non si nutre più di nemici immaginari, ma di obiettivi concreti. Si compie il passaggio fondamentale dalla paura alla proposta: non si tratta più di negare il cambiamento, ma di renderlo un'opportunità economica. È una destra che accetta la sfida della modernità sul piano dei valori, non più basata su dogmi imposti, ma sulle libertà individuali garantite dallo Stato. La transizione decisiva descritta da Gardini è quella dalla campagna elettorale permanente alla capacità di governance. Figure come Zaia e Berlusconi sono abituate a gestire complessità sistemiche e sanno che lo slogan non può sostituire la strategia di lungo periodo.

​L'articolo di Marco Gardini su La Stampa suona come un avvertimento per l'intera classe dirigente: il tramonto della vecchia destra è un fatto compiuto, ma la nascita della nuova non è priva di ostacoli. Esiste il rischio di un vuoto di rappresentanza se i leader attuali non sapranno assecondare questo passaggio di testimone verso un'area più laica, europea e pragmatica. Tuttavia, l'indicazione è chiara. Il futuro del conservatorismo italiano non risiede nel recupero di vecchie liturgie identitarie, ma in un’alleanza inedita tra la produttività del territorio e la visione strategica internazionale. Una destra che, invece di abbattere gli avversari con la clava dell'ideologia, cerchi di elevare se stessa diventando finalmente una forza di governo matura. Se l'analisi di Gardini troverà conferma nei fatti, l'alba della politica italiana avrà i colori della concretezza e del coraggio di cambiare definitivamente pelle.