Ci sono serate televisive che illuminano il dibattito pubblico e altre che finiscono per illuminarne soltanto le macerie. L’incontro-scontro tra Roberto Vannacci e Lilli Gruber appartiene, purtroppo, alla seconda categoria. Non perché siano mancati i toni accesi, le interruzioni, le frecciate o le immancabili polemiche da social network. Al contrario: ce n’è stato fin troppo. È mancato invece ciò che dovrebbe costituire il fondamento stesso di ogni confronto democratico: la capacità di ascoltare, argomentare e, almeno per qualche istante, sospendere il narcisismo delle proprie certezze.
Lo spettacolo che ne è derivato è stato quello di due figure impegnate più a rappresentare un ruolo che a discutere idee. Da una parte il generale trasformato in tribuno permanente, che sembra aver scoperto come l’indignazione sia oggi una forma di marketing politico assai più redditizia della riflessione. Dall’altra una conduttrice che, nel tentativo di incalzare l’ospite, finisce spesso per diventare essa stessa protagonista della contesa, come se il programma non fosse un luogo di confronto ma un ring dove conta soprattutto chi riesce a strappare l’ultima battuta.
Il risultato? Una scena che ricorda certi litigi di condominio in cui, dopo mezz’ora di accuse reciproche, nessuno ricorda più quale fosse il problema iniziale.
L’aspetto ironico della vicenda è che entrambi sembrano alimentarsi a vicenda. Vannacci ha bisogno di un avversario che confermi la sua narrazione di uomo contro il sistema. Gruber ha bisogno di un personaggio capace di accendere il dibattito e garantire audience. È una simbiosi quasi perfetta, una danza in cui ciascuno recita la parte che il pubblico si aspetta. Il generale provoca, la giornalista reagisce, i social esplodono, gli algoritmi ringraziano.
Sarebbe quasi comico, se non fosse per un dettaglio tutt’altro che irrilevante.
Quel dettaglio si chiama consenso.
Perché mentre si ride delle provocazioni, mentre si condividono meme e spezzoni video, mentre si discute su chi abbia avuto la meglio nella schermaglia verbale, c’è un dato che merita attenzione: milioni di cittadini guardano quelle scene e vi trovano una rappresentazione autentica della realtà politica. Non vedono una caricatura; vedono una voce che li rappresenta.
Ed è qui che l’ironia lascia il posto alla preoccupazione.
Che un personaggio come Vannacci raccolga percentuali vicine o superiori al cinque per cento non dovrebbe suscitare sarcasmo ma interrogativi. Sarebbe troppo facile liquidare i suoi elettori come ingenui, arrabbiati o manipolati. Ogni volta che una parte dell’élite culturale ha scelto questa strada, il risultato è stato quello di rafforzare proprio i fenomeni che intendeva combattere.
Il punto non è soltanto Vannacci. Il punto è ciò che rende possibile il successo di Vannacci.
Dietro quei consensi vi sono paure, insicurezze, frustrazioni, percezioni di abbandono. Vi sono cittadini che ritengono di non essere ascoltati, che vedono il linguaggio della politica tradizionale come distante e incomprensibile. Quando compare qualcuno che parla in modo diretto, semplifica i problemi e individua bersagli facilmente riconoscibili, una parte dell’opinione pubblica si sente finalmente rappresentata.
La storia europea insegna che sottovalutare questi segnali è sempre un errore.
Naturalmente non ogni fenomeno populista è destinato a trasformarsi in qualcosa di pericoloso. Tuttavia ogni fenomeno populista nasce da una crisi reale della rappresentanza. E ignorare tale crisi perché il protagonista appare grottesco equivale a ignorare una crepa nel muro perché la forma della crepa fa sorridere.
Vannacci, in questo senso, è meno interessante come individuo che come sintomo.
La sua figura sembra uscita da un romanzo satirico: il generale che pubblica libri destinati a diventare casi politici, che trasforma ogni polemica in carburante mediatico, che riesce nell’impresa di apparire contemporaneamente vittima e protagonista, ribelle e uomo delle istituzioni. Una costruzione comunicativa che farebbe sorridere persino Nicolò Machiavelli, il quale probabilmente vi riconoscerebbe una versione aggiornata dell’antica arte di conquistare attenzione e consenso.
Ma il vero problema non è lui.
Il problema è il contesto culturale che premia la provocazione più dell’argomento, la battuta più dell’analisi, il conflitto più della comprensione.
In una società dominata dalla velocità, la complessità diventa un handicap. Chi spiega perde contro chi sloganizza. Chi argomenta viene sommerso da chi urla. Chi dubita appare debole di fronte a chi ostenta certezze assolute.
Il confronto televisivo tra Vannacci e Gruber ha mostrato proprio questo: due protagonisti che, per ragioni diverse, sembrano perfettamente adattati all’ecosistema della comunicazione contemporanea. Un ecosistema in cui l’obiettivo non è convincere ma occupare spazio mentale.
Eppure una democrazia non può vivere soltanto di spettacolo.
Ha bisogno di competenza, approfondimento, ascolto reciproco. Ha bisogno di cittadini capaci di distinguere tra una soluzione e uno slogan. Ha bisogno di giornalisti che pongano domande difficili senza trasformarsi in antagonisti politici. Ha bisogno di politici che offrano visioni e non soltanto provocazioni.
Quando questi elementi vengono meno, il rischio non è l’ascesa di un singolo personaggio. Il rischio è l’impoverimento generale del dibattito pubblico.
Per questo la scena vista in televisione lascia un retrogusto amaro. Non tanto per ciò che dice di Vannacci o di Gruber, ma per ciò che racconta di noi.
Racconta una società sempre più attratta dalla polemica permanente. Racconta un sistema mediatico che premia il conflitto e marginalizza la riflessione. Racconta cittadini spesso trasformati in tifosi, chiamati a scegliere una squadra anziché valutare argomenti.
Forse, alla fine, le due figure apparse sullo schermo non sono state semplicemente due protagonisti di una cattiva serata televisiva. Sono state uno specchio.
E gli specchi, si sa, possono essere spietati.
Il problema è che, guardandoci dentro, non sempre vediamo soltanto chi ci sta davanti. A volte vediamo il Paese che stiamo diventando. E quel riflesso, molto più delle schermaglie tra una conduttrice e un generale, dovrebbe davvero preoccuparci.