Lunedì, 26 Marzo 2018 11:53

Lavoro. Articolo 1 della Costituzione, la favoletta a cui non crede più nessuno.

nella foto la rappresentazione di una giovane famiglia in difficoltà

Il Ribelle - M.P.

Ad oggi sarebbe più appropriato e veritiero cambiarlo per non continuare a prendere in giro il popolo italiano.

 

Dopo aver contestato la veridicità dell’Articolo 1 per quel che riguarda la Democrazia e la Sovranità del popolo allo stato attuale delle cose, si potrebbe anche azzardare che quando si legge: “Repubblica democratica fondata sul lavoro” si è dinanzi all’ennesima presa in giro. Ogni parola ha un suo significato e peso specifico pertanto è d'obbligo, a questo punto, capire se l’Italia nell’epoca della globalizzazione, del liberismo e della tecnocrazia europea esalta, tutela e rispetta questo valore.

Il lavoro è una delle forme di massima espressione dell’individuo, che crea la propria ricchezza di sostentamento e produce nell’interesse del proprio paese. Può essere definito come il motore dello Stato ed in gran parte è formato dalla classe operaia e dalle piccole-medie imprese.

Se torniamo indietro nel tempo possiamo ricordare come un contratto di lavoro significava stabilità in quanto si iniziava un percorso formativo in un’azienda per poi crescere all’interno della stessa fino ad arrivare al compimento dell’assunzione definitiva per mezzo del contratto “indeterminato” con il quale una persona poteva costruire una famiglia, permettersi una casa e arrivare alla fine del mese in modo dignitoso facendo fronte alle spese. A sostegno di tutto ciò vi erano i sindacati che sì tutelavano gli interessi dei lavoratori difendendone i diritti e facendo battaglie nel momento in cui questi venivano calpestati. Un contratto indeterminato era di fatto tale salvo gravi inadempienze ed aveva la sua naturale scadenza quando il lavoratore raggiungeva la pensione.

Oggi, a seguito di diversi cambiamenti dovuti all’austerità imposta dell’Europa per ripagare il debito pubblico e all’avidità di una classe politica e dirigente ingorda, poco sensibile al tema dei costi e degli sprechi (stipendi, vitalizi, privilegi etc...), tutto è drasticamente cambiato favorendo la crescita della disuguaglianza sociale tra ricco e povero cancellando di fatto il ceto medio.

Questo declino inizia nel 1997 (governo Prodi) con la riforma Treu che apre al tema della flessibilità attraverso l'introduzione del tirocinio formativo e del lavoro interinale facendo nascere le prime forme di precariato. Di seguito la Legge Biagi del 2003 (governo Berlusconi) da continuità al processo di liberalizzazione del mercato per mezzo del co.co.pro o contratto a progetto che se da un lato agevolava il numero di assunzioni dall'altro precarizzava ancora di più il lavoratore riducendone sempre più i suoi diritti. Infine arriva il recente Jobs Act del 2014 (governo Renzi), il quale attua l'abolizione dell'articolo 18 (riforma proposta nel 2012 dalla prof.ssa Fornero sotto il governo Monti) che prevede il non reintegro per i nuovi assunti a tempo indeterminato in caso di licenziamento (previsto solo un piccolo indennizzo) e che attraverso l'uso dei Voucher diviene “definitivamente legale” lo sfruttamento della persona che pur di lavorare accetta a testa basta una contribuzione accessoria o prestazionale.

Secondo l'ultimo dato dell'Istat il tasso di disoccupazione in Italia è al 32,7%, terza più alta percentuale dopo Grecia e Spagna con un record di contratti a termine. Tutto questo conseguenza anche del fatto che l'età pensionistica attuale è di 66 anni e 7 mesi con 20 anni di contribuzione minima maturata bloccando l'assunzione giovanile.

La domanda che adesso vien da fare è la seguente: considerando questa involuzione ed il trend depressivo suffragato dai fatti suddetti, possiamo dire con convinzione che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro?

Ad oggi credo sia più appropriato e veritiero cambiarlo per non continuare a prendere in giro il popolo italiano.

“L'Italia e' una repubblica partitocratica fondata sullo sfruttamento del lavatore. La Sovranità' non appartiene più' al popolo che in rare occasioni prova ad esercitarla nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Non ci resta che affidarci nelle mani delle nuove espressioni politiche in evoluzione che vengono con tono discriminatorio descritte come “populiste”... Speriamo lo siano per davvero.