Venerdì, 23 Agosto 2024 09:52

1923. Squadristi uccidono don Giovanni Minzoni, tradusse in pratica il cattolicesimo sociale.

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da sempre oppositore del fascismo e non mancò di mostrare la sua contrarietà e opposizione al nuovo regime che venne instaurato in Italia nel 1922.

Nell'agosto del 1923 fu aggredito da due squadristi fascisti e, a seguito delle lesioni riportate, morì poche ore più tardi. Erano le 22:30, mentre stava rientrando in canonica in compagnia del giovane parrocchiano Enrico Bondanelli, don Minzoni fu aggredito da due squadristi di Casumaro, Giorgio Molinari e Vittore Casoni, facenti capo al futuro Console della milizia Italo Balbo: fu colpito alle spalle con sassi e bastoni con una violenza tale da provocargli la frattura delle ossa del cranio. Il giovane Bondanelli, percosso a sua volta e ferito, dovette abbandonare ogni difesa, mentre gli aggressori si allontanavano velocemente. Il sacerdote riuscì in un primo momento a rialzarsi e, nonostante il forte dolore, fece qualche passo ma cadde sulle ginocchia. Bondanelli, con grande difficoltà, lo aiutò ad arrivare a casa, dove alcuni paesani lo trasportarono di peso nel suo letto, data ormai la sua impossibilità di camminare. Fu visitato da un dottore, ma le condizioni del sacerdote erano gravissime. Morì poco prima di mezzanotte.

Don Minzoni, parroco di altri tempi. Fu vicino alle istanze dei lavoratori, che in quegli anni si andavano coagulando attorno alle nascenti Camere del Lavoro. Nel 1912 lasciò Argenta per studiare alla scuola sociale della diocesi di Bergamo, dove si addottorò nel 1914.

Alla morte del parroco di Argenta nel gennaio del 1916 fu designato a succedergli, ma nell'agosto successivo fu chiamato alle armi per prestare servizio nella prima guerra mondiale. Inizialmente operò in un ospedale militare di Ancona, ma successivamente chiese di essere inviato al fronte: vi giunse come tenente cappellano del 255º reggimento fanteria della brigata Veneto.

Durante la battaglia del solstizio sul Piave, dimostrò un coraggio tale da essere decorato sul campo con la medaglia d'argento al valore militare.

Finita la guerra accettò di diventare parroco di Argenta. Qui si dedicò a tradurre in pratica i presupposti del cattolicesimo sociale, tanto nei confronti dei ragazzi quanto a beneficio delle classi lavoratrici. Promosse la costituzione di cooperative di ispirazione cattolica tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria. In ambito educativo promosse inoltre il doposcuola, il teatro parrocchiale, la biblioteca circolante, i circoli maschili e femminili.

La condanna per il truce omicidio dopo tre processi.

La richiesta di giustizia pervenne dalla federazione del clero al capo della polizia Emilio De Bono, a cui fu consegnato un memoriale che adduceva le ragioni e indicava i sospetti del delitto. De Bono lo girò a Mussolini, affermando che il Duce "era restato molto impressionato della gravità dei fatti denunziati”. De Bono assicurò che sarebbero stati presi provvedimenti opportuni: "furono sì arrestati due individui, ma furono pure presto rilasciati” verrà riferito dalla Federazione.

La dirigenza fascista ferrarese, fece archiviare le ricerche sui responsabili dell'omicidio nel novembre 1923.

L'anno successivo - sull'onda dello scandalo politico provocato dal delitto Matteotti - i quotidiani Il Popolo e La Voce Repubblicana ritornarono sull'episodio denunciando Italo Balbo quale presunto mandante: quest'ultimo giornale in particolare pubblicò alcuni documenti riguardanti ordini da lui impartiti di bastonature di antifascisti e sue pressioni sulla magistratura. Balbo, divenuto nel frattempo Comandante generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), a seguito di tali rivelazioni fu costretto a dimettersi dalla carica, perdendo la causa per diffamazione da lui intentata al quotidiano e restando condannato a pagare le spese processuali.

Nel dicembre 1924 fu riaperta l'inchiesta sul delitto Don Minzoni, il dibattimento pubblico presso la corte di assise di Ferrara, esso ebbe luogo in un clima di esplicita intimidazione di giornalisti e testimoni, riferiscono le cronache dell'epoca. Due settimane dopo, fu accertato in tribunale che il colpo mortale era stato inferto con un comune bastone da passeggio. Nonostante le tre condanne chieste dalla pubblica accusa, il 1º agosto 1925 tutti gli imputati vennero assolti all'unanimità dai dodici giudici popolari.

Fu solo nel 1946 che la Corte di cassazione annullò il secondo processo e l'anno successivo ne fu istruito un terzo, nuovamente presso la Corte di Assise di Ferrara, che si concluse con la condanna per omicidio preterintenzionale degli imputati superstiti, che comunque furono scarcerati per sopravvenuta amnistia.