Con Craxi. L’ultimo vero politico, Aldo Cazzullo firma un’opera che è insieme biografia visiva, pamphlet narrativo e sfida culturale. È un libro che non chiede approvazione, ma attenzione. Non cerca di riabilitare Bettino Craxi, ma invita a comprenderlo, a rivedere il ruolo centrale — e controverso — che ha avuto nella storia della Repubblica italiana. Il titolo stesso è una tesi storica: Craxi non fu solo un corrotto, non fu solo un innovatore. Fu un protagonista, forse l’ultimo a vivere la politica come dramma e visione, e non come tecnica e amministrazione.
In un tempo in cui la politica è diventata grigia, burocratica, gestita da tecnici e amministratori di condominio, Craxi resta un gigante divisivo, un uomo che ha guidato, non semplicemente gestito. Aldo Cazzullo ce lo racconta senza indulgere né condannare, ma riconoscendo la potenza della sua figura. E soprattutto ne esalta l’autonomia, il coraggio di dire no agli Stati Uniti e alla NATO durante la vicenda di Sigonella. Un atto di sovranità nazionale raro nella nostra storia, che segnò la sua grandezza e, forse, ne accelerò la caduta.
Io sono stato craxiano. Lo sono stato attraverso Domenico Susi, figura fondamentale del socialismo abruzzese, mente raffinata e stratega lungimirante. Susi comprese con anticipo che il socialismo moderno avrebbe dovuto guardare all’esperienza laburista di Tony Blair, unire equità e pragmatismo, idealismo e governo. In un partito spesso ostaggio delle sue stanche ritualità, Susi fu un interprete lucido della visione craxiana. E in questo senso, l’adesione a Craxi fu per me non solo politica, ma culturale.
Ma questo racconto su Craxi è tanto più necessario oggi perché, paradossalmente, la sua eredità politica è stata gestita in modo deludente proprio da chi porta il suo nome. I figli, Stefania e Bobo, non hanno saputo – o voluto – raccogliere davvero la complessità e la forza del pensiero del padre. Hanno vissuto di rendita, tra nostalgie e piccoli tatticismi, senza mai dimostrarsi all’altezza del lascito politico e intellettuale di un uomo che aveva la stoffa del capo. Craxi aveva visione, loro solo visibilità.
Diverso il caso della nipote, che ha scritto un altro libro su di lui, da un’angolazione completamente differente. Seguace del mistico indiano Sai Baba, profondamente spirituale e affezionata allo zio, la nipote propone un Craxi più umano, intimo, quasi esoterico. Il suo racconto è affettuoso, sincero, ma inevitabilmente parziale. Manca l’analisi storica e politica, manca lo sguardo critico. È un libro di devozione, non di indagine. Ed è proprio per questo che Craxi. L’ultimo vero politico di Cazzullo risulta più completo e rilevante: perché mette in campo non solo il cuore, ma anche il cervello.
In un certo senso, il libro di Cazzullo può essere accostato — per contrasto ma anche per risonanza — a un altro testo importante di questi anni: il libro di Vito Mancuso su Papa Francesco. Due figure diversissime, due mondi lontani: uno laico, socialista, pragmatico; l’altro spirituale, gesuita, profetico. Eppure, entrambi in modo diverso hanno provato a cambiare i rispettivi sistemi: la politica e la Chiesa. Entrambi hanno sfidato l’establishment, detto parole scomode, subito reazioni dure. Cazzullo e Mancuso, ciascuno con il proprio stile e i propri strumenti, raccontano questi uomini con rispetto e profondità. Ne emergono due figure profetiche, ciascuna a suo modo: Craxi nella politica, Francesco nella fede. Due che non si sono accontentati del possibile, ma hanno cercato il necessario.
Alla fine, Craxi. L’ultimo vero politico non è solo un libro su un uomo, ma un libro sull’Italia. Un Paese che ha rimosso troppo in fretta la sua storia recente, e che ha paura di fare i conti con la grandezza imperfetta dei suoi protagonisti. Questo libro, come quello di Mancuso, ci ricorda che non serve agiografia, ma profondità. Non serve nostalgia, ma coraggio intellettuale.
E da Craxi, nel bene e nel male, bisogna passare. Anche solo per decidere da che parte stare.