L’Italia sembra ormai navigare a vista, priva di rotta e capitano. Le sfide sono gigantesche, ma le risposte non arrivano, o peggio, arrivano nella forma di slogan vuoti, di interventi inutili, o di provvedimenti che sembrano pensati più per proteggere equilibri interni che per risolvere i problemi strutturali del Paese. E mentre il governo balbetta, l’opposizione si limita a urlare, incapace di proporre qualcosa di concreto.
Politica internazionale: l’ambiguità come dottrina
La politica estera italiana si è trasformata in un teatro dell’ambiguità. Nessuna posizione chiara sul conflitto Israele-Gaza, dove si è assistito a dichiarazioni contraddittorie, incapaci di prendere una direzione netta a favore dei diritti umani o del diritto internazionale. L’Italia sembra voler rimanere in una posizione comoda e neutrale, dimenticando che l’ambiguità, in politica estera, è spesso letta come debolezza o complicità.
Stesso discorso per il conflitto Russia-Ucraina: si sostiene l’Ucraina formalmente, si partecipa alle sanzioni, si inviano armi, ma tutto è avvolto da una retorica incerta e, talvolta, ipocrita. A parole si difende la pace, nei fatti si alimenta una corsa agli armamenti che non porta a una strategia di lungo termine.
Nel frattempo, ci si accoda ai dazi imposti da Trump, in un’ottica protezionistica che penalizzerà le esportazioni italiane e danneggerà l’industria già in crisi. Nessuna analisi d’impatto, nessun piano alternativo: solo l’ennesimo scimmiottamento delle politiche statunitensi, spesso in contrasto con gli interessi italiani.
L’idea di un esercito europeo viene agitata come bandiera di sovranità, ma resta senza fondi, senza piani concreti, e senza una reale volontà politica. Si promette di rafforzare la NATO e contemporaneamente di costruire una difesa comune europea: una doppiezza che dimostra solo una cosa — non esiste una politica estera coerente.
Soldi pubblici gettati e temi distolti dall’agenda vera
L’HUB in Albania è uno dei simboli dell’azione del governo: una scelta costosa, inefficace e ideologicamente discutibile. Lontano dal risolvere i problemi dell'immigrazione, serve solo a creare una narrativa d'emergenza permanente. I milioni spesi avrebbero potuto rafforzare i centri d'accoglienza italiani, assumere personale nei tribunali per snellire le pratiche, migliorare i controlli e l'integrazione. Invece si è preferito costruire una cattedrale nel deserto, fuori dai confini, per dimostrare forza in TV e debolezza nella realtà.
Altrettanto gravi sono i tentativi di approvare emendamenti che sembrano puntare a limitare l’autonomia della magistratura. Si mette in discussione l’equilibrio dei poteri costituzionali per convenienze momentanee, dimenticando che la giustizia — pur con le sue lentezze e contraddizioni — è un pilastro della democrazia, non un nemico da zittire.
E ancora: si continua a sbandierare “un milione di posti di lavoro”, un ritornello stanco e ormai privo di credibilità. La realtà è che gran parte di quei contratti sono precari, interinali, a volte della durata di pochi giorni. Il lavoro stabile è sparito dal vocabolario politico. Si gonfiano i numeri mentre si ignorano le condizioni reali delle persone.
Industria ferma, tasse immobili, burocrazia asfissiante
L’industria italiana è paralizzata da 25 mesi. Un dato spaventoso, che dovrebbe occupare l’agenda quotidiana del governo. Invece, si continua a rinviare qualsiasi riforma seria del sistema fiscale o della burocrazia. Le imprese soffocano tra autorizzazioni interminabili, normative confuse e controlli selettivi. L’accesso al credito è limitato, l’innovazione non viene incentivata, e i giovani fuggono all’estero per mancanza di prospettive.
Chi fa impresa in Italia viene trattato come un problema, non come una risorsa. Nessun incentivo alla produzione, nessuna vera spinta alla transizione ecologica. Solo promesse non mantenute e fondi europei impiegati in mille rivoli senza un disegno strategico.
Sanità, istruzione, infrastrutture: un Paese che crolla
Sanità pubblica al collasso: ospedali sovraffollati, personale esausto, medici che fuggono all’estero o si rifugiano nel privato. L’istruzione versa in uno stato pietoso: classi affollate, edifici fatiscenti, stipendi tra i più bassi d’Europa, programmi scolastici obsoleti. Il futuro del Paese è compromesso alla radice.
E poi c’è il disastro infrastrutturale, che non riguarda solo le strade provinciali ma l’intero sistema di mobilità. Le strade statali sono spesso pericolose, con manutenzione minima e segnaletica carente. Le autostrade, che dovrebbero rappresentare l’ossatura della viabilità nazionale, sono un mix di cantieri eterni, pedaggi tra i più cari d’Europa e tratti obsoleti nonostante i miliardi versati ogni anno dai cittadini. Le frane, gli smottamenti e i viadotti deteriorati non sono più eccezioni, ma episodi ricorrenti. Basti pensare che secondo l’ANAS, oltre il 40% delle infrastrutture viarie necessita di interventi urgenti.
Anche le ferrovie non se la passano meglio. Fuori dalle poche tratte ad alta velocità tra le grandi città del Nord, il servizio è lento, inaffidabile e in molte aree del Mezzogiorno praticamente inesistente. Intere regioni come la Calabria, la Basilicata o il Molise viaggiano con treni da museo, mentre collegamenti cruciali vengono tagliati o lasciati a se stessi. La logistica ferroviaria merci è poco sviluppata, e l’intermodalità resta una chimera.
Il tutto mentre i fondi del PNRR si disperdono in burocrazie locali o in micro-progetti scollegati tra loro, senza un piano nazionale credibile e coordinato.
Balneari, taxi, acquisizioni straniere: la difesa degli interessi di pochi
Il nodo delle concessioni balneari viene sistematicamente rinviato, con costi altissimi in termini di multe europee e credibilità internazionale. Non si ha il coraggio di affrontare un sistema di privilegi consolidati. Stesso discorso per le licenze dei taxi: nessuna liberalizzazione, nessuna modernizzazione. Si preferisce difendere lobby piccole ma rumorose.
Nel frattempo, aziende strategiche italiane vengono vendute silenziosamente a capitali stranieri. La politica assiste inerte alla disgregazione del tessuto produttivo nazionale. Non si parla mai di sovranità economica o di protezione dei settori chiave, si lascia che il mercato faccia il suo corso — anche se porta alla svendita dell’Italia pezzo dopo pezzo.
Stipendi fermi, potere d’acquisto in caduta libera
Il dramma più visibile è quello del lavoro povero. Gli stipendi reali sono fermi da trent’anni. Il costo della vita aumenta, ma i salari no. In Europa, siamo tra gli ultimi per retribuzioni, primi per tasse sul lavoro. La classe media si impoverisce, i giovani non vedono un futuro, le famiglie tirano avanti con l’ansia del prossimo rincaro. E il governo? Parla di taglio al cuneo fiscale, ma gli effetti reali sono minimi. Una mancia, non una riforma.
Opposizione: rumore senza soluzioni
Davanti a questo scenario drammatico, l’opposizione non si comporta meglio. Urla in Parlamento, lancia slogan da talk show, ma non propone un’alternativa credibile. L’ultima trovata: un referendum da 150 milioni di euro sulla sicurezza sul lavoro. Un tema cruciale, certo. Ma le leggi esistono già: basterebbe farle rispettare, assumendo ispettori e rafforzando i controlli. Invece si sceglie la via simbolica, costosa e inutile. Perché anche l’opposizione, in fondo, sembra più interessata a esistere mediaticamente che a incidere realmente.
Conclusione
L’Italia non ha più tempo da perdere. Il governo dovrebbe governare, l’opposizione dovrebbe opporsi con idee e non con teatrini. Ma né l’uno né l’altro sembrano all’altezza del compito. E intanto, il Paese affonda.