Martedì, 24 Giugno 2025 18:49

Ultimatum dal Mossad all’Iran: strategia di paura o atto di clemenza?

cds

“La violenza è l’ultimo rifugio dell’incapace, ma l’arte della minaccia è spesso il rifugio dell’astuto.”
— (liberamente ispirato a Molière)

Nel silenzio che precede ogni grande mutamento storico, accadono eventi destinati a restare impressi nella memoria collettiva più per la loro portata simbolica che per l'impatto immediato. È il caso di quanto avvenuto il 13 giugno 2025, giorno in cui Israele ha dato il via all’Operazione “Rising Lion”, una campagna di guerra non convenzionale lanciata contro l’élite militare iraniana. A partire da quella data, si è aperto un nuovo fronte nel conflitto latente tra Israele e Iran, fatto non solo di esplosioni e attacchi mirati, ma di paura instillata con metodo, calcolo e freddezza.

Secondo quanto rivelato da una dettagliata inchiesta del Washington Post, in coincidenza con l’inizio dell’operazione, agenti del Mossad hanno contattato telefonicamente, in lingua persiana, numerosi ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, avvertendoli con parole nette e spietate: “Avete dodici ore per fuggire con le vostre famiglie. Se restate, morirete.” Non si trattava di una minaccia generica, ma dell’avvertimento diretto di un’azione imminente. In più casi, gli attacchi sono poi effettivamente avvenuti.

In totale, secondo le fonti, più di venti alti funzionari iraniani sarebbero stati raggiunti da questi messaggi. Alcuni di loro avrebbero abbandonato le proprie residenze e cercato rifugio, altri — presumibilmente sotto pressione — avrebbero registrato video di dissociazione dal regime iraniano, poi diffusi in modo capillare su Telegram da canali filo-israeliani. Un meccanismo raffinato, che trasforma il dissenso in spettacolo pubblico, la fuga in messaggio per tutti: Israele non solo colpisce, ma sa, osserva e anticipa.

L’apparente “clemenza” del Mossad, che offre una via di fuga a chi accetta di scomparire in silenzio, è in realtà uno strumento perfetto di guerra psicologica. È la versione moderna del “colpo di grazia con avvertimento”, un gesto che maschera un’intenzione brutale sotto le spoglie della scelta. Ma è davvero una scelta? Cosa può fare un uomo a cui viene detto che entro dodici ore morirà, se non scappare e rinunciare a tutto ciò che lo legava alla sua posizione, al suo Paese, al suo comando?

L’obiettivo israeliano è chiaro: disarticolare la catena di comando iraniana, renderla insicura, diffidente, terrorizzata. Le sostituzioni interne diventano più difficili quando ogni promozione è anche un potenziale passaggio di condanna a morte. Ogni riunione, ogni comunicazione, ogni passo può essere sorvegliato. È un logoramento morale continuo, una guerra che si combatte nella mente prima che sul campo.

In questo contesto, il 13 giugno 2025 non è solo una data: è uno spartiacque, un punto di svolta nella strategia di Israele. La guerra non è più solo fatta di droni, incursioni o sabotaggi industriali. È fatta di minacce calcolate, messaggi criptati, intimidazioni personali che si insinuano nella routine del nemico e lo spingono all’autodistruzione.

Tutto ciò rientra perfettamente nella dottrina militare israeliana, ispirata dal principio dell’azione preventiva, oggi aggiornata in chiave psicologica e mediatica. Non è più solo la bomba a essere decisiva, ma il sospetto che precede la bomba. Israele comunica che può colpire chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. E che, se ti dà dodici ore, è già un regalo.

È in questo quadro che l’apparente umanità dell’avvertimento si rivela per ciò che è: una perfetta manovra teatrale, costruita con lo scopo di destabilizzare, dividere, disarmare senza dover necessariamente sparare. Una forma di teatro della crudeltà in cui il Mossad non si limita a uccidere, ma mette in scena la paura della morte come strumento politico e militare.

Come nelle migliori commedie tragiche di Molière, l’ipocrisia si traveste da virtù. E in questa commedia cupa della geopolitica mediorientale, Israele offre all’Iran una scelta solo apparente: fuggire o morire. Ma entrambe le opzioni rappresentano una sconfitta.

Nel nuovo paradigma della guerra ibrida, le minacce non si leggono più solo nei missili in volo, ma anche nei telefoni che squillano nel cuore della notte. Il conflitto si gioca nei nervi dei comandanti, nelle esitazioni di chi comanda, nei silenzi di chi sa di essere sorvegliato. E in questo gioco, anche dodici ore possono valere più di mille soldati.