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Sabato, 05 Luglio 2025 09:31

Gaza tra tregua e interessi nascosti: la guerra per il controllo dell’energia

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“Dietro ogni guerra si nasconde un affare.”
— Honoré de Balzac

Dopo mesi di devastazione e bombardamenti, la guerra tra Israele e Hamas sembra giunta a una possibile svolta. Hamas ha accettato, con alcune richieste di modifica, una proposta di tregua avanzata da Stati Uniti, Egitto e Qatar. L’organizzazione ha chiesto garanzie sulla durata della tregua, la progressiva liberazione degli ostaggi e, soprattutto, il ritiro totale delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza.

Sebbene la risposta di Hamas sia stata definita “positiva”, la controparte israeliana ha dichiarato che alcuni emendamenti sono “inaccettabili”. Tuttavia, gli attori internazionali continuano a esercitare pressioni affinché si trovi una soluzione che metta fine alle ostilità. Ma dietro i negoziati ufficiali, le dichiarazioni pubbliche e le immagini di sofferenza, si intravede un altro possibile movente del conflitto: l’energia.
Il giacimento dimenticato: Gaza Marine

Nel 2000, British Gas scoprì al largo delle coste di Gaza un importante giacimento di gas naturale, denominato Gaza Marine. La riserva, stimata in oltre un trilione di piedi cubi (circa 30 miliardi di metri cubi), non è mai stata sfruttata. Le ragioni ufficiali sono molteplici: instabilità politica, conflitti armati, assenza di accordi tra Hamas, Autorità Palestinese e Israele.

Ma il potenziale è reale e concreto. Nel giugno 2023, per la prima volta dopo oltre due decenni di stallo, Israele ha dato un via libera preliminare allo sviluppo del giacimento, ponendo tuttavia condizioni rigide legate alla sicurezza e al controllo militare della zona marittima. Questa approvazione è avvenuta poche settimane prima dell’ennesima esplosione del conflitto a Gaza, facendo sorgere interrogativi sulle reali motivazioni strategiche in campo.
Il corridoio del gas: da Israele all’Europa

In parallelo, Israele ha avviato da anni progetti energetici su scala regionale. Il più ambizioso è l’EastMed Pipeline, un gasdotto sottomarino progettato per collegare i giacimenti offshore di Israele, Cipro ed Egitto ai mercati europei, passando per la Grecia. L’infrastruttura è stata dichiarata Progetto di Interesse Comune dall’Unione Europea, in quanto rappresenta una delle vie alternative al gas russo.

Sebbene nel 2022 gli Stati Uniti abbiano temporaneamente ritirato il loro supporto per motivi ambientali e geopolitici, il progetto resta al centro degli interessi energetici del Mediterraneo. In questo contesto, il controllo delle acque antistanti Gaza assume un’importanza strategica fondamentale. Un territorio come Gaza, potenzialmente ricco di gas e posizionato lungo le rotte energetiche regionali, non può essere trascurato da chi progetta l’indipendenza energetica dell’Occidente.
Guerra o riconfigurazione geopolitica?

Se si osserva con attenzione il conflitto in corso, emerge una dinamica complessa. Da un lato, Israele afferma di voler distruggere Hamas per garantire la propria sicurezza; dall’altro, la distruzione sistematica di Gaza, l’annientamento delle sue infrastrutture civili e l’espulsione forzata di centinaia di migliaia di persone sembrano suggerire una strategia più ampia: rendere Gaza ingovernabile dai palestinesi e predisporla per un futuro sotto controllo esterno, eventualmente anche energetico.

Secondo alcuni analisti, ciò che si profila è una forma di “riconfigurazione geografico-economica” della Striscia. Una volta svuotata, frammentata e resa dipendente da attori esterni, Gaza potrebbe essere reintegrata in un assetto regionale che favorisca lo sfruttamento delle sue risorse naturali a vantaggio di Israele e dei suoi alleati.
Il ruolo degli attori internazionali

Non è un caso che Egitto, Qatar, Stati Uniti e Unione Europea abbiano mostrato interesse diretto nella gestione della crisi e nella ricostruzione post-bellica. L’Egitto, che ospita impianti di liquefazione e distribuzione di gas, potrebbe diventare un hub per la lavorazione del gas di Gaza. Il Qatar, storico sponsor di Hamas, mira a garantirsi un ruolo nella futura governance della Striscia e nella gestione delle risorse. L’Unione Europea, preoccupata per la propria sicurezza energetica, osserva con attenzione lo sviluppo della crisi, consapevole che il gas del Mediterraneo orientale potrebbe alleviare la dipendenza da Mosca.

Anche gli Stati Uniti hanno interessi strategici: una tregua duratura stabilizzerebbe la regione, favorirebbe la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, e aprirebbe la porta a investimenti energetici più sicuri e redditizi.
Tra diplomazia e cinismo

La tregua che oggi viene discussa non è solo uno strumento umanitario per fermare il sangue. È anche una pedina in una partita ben più ampia, in cui il controllo delle fonti energetiche, delle rotte marittime e dei territori strategici rappresenta il vero obiettivo a lungo termine.

Chi controllerà Gaza nel futuro? Chi sfrutterà i suoi giacimenti? Chi costruirà gli impianti, gestirà gli investimenti e incasserà i proventi del gas sottomarino? Le risposte a queste domande determineranno il destino non solo della Palestina, ma anche degli equilibri energetici del Mediterraneo per i prossimi decenni.
Conclusione

La guerra in corso a Gaza è una tragedia umanitaria di proporzioni immani. Ma al di sotto delle macerie, tra le linee dei trattati e delle conferenze diplomatiche, si nasconde una verità scomoda: ciò che si gioca non è soltanto la sicurezza di Israele o la sopravvivenza di Hamas. In gioco ci sono i fondali marini, i giacimenti energetici e il futuro geopolitico del Mediterraneo.

Come sempre accade nella storia, ciò che appare come scontro ideologico o religioso, spesso si rivela essere una lotta per il controllo di ciò che sta sotto la terra — o in questo caso, sotto il mare.

Ultima modifica il Sabato, 05 Luglio 2025 09:37

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