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Mercoledì, 09 Luglio 2025 11:01

Meloni davanti allo specchio: l’Europa, il Pfizergate e l’eterno gioco del doppio registro

cds

“Il politico pensa alla prossima elezione, lo statista alla prossima generazione.”
— James Freeman Clarke

La mozione di sfiducia alla Commissione Europea, che il Parlamento voterà giovedì, è molto più che un atto simbolico: è un banco di prova per Giorgia Meloni. Una sfida che la obbliga, ancora una volta, a scegliere tra coerenza e convenienza. Ma soprattutto, la costringe a smascherare quel doppio registro retorico che da mesi tiene in equilibrio fragile il suo governo e il suo posizionamento europeo.

Da un lato, il Pfizergate – lo scandalo legato agli accordi opachi tra Ursula von der Leyen e Pfizer – rappresenta il bersaglio perfetto per i sovranisti e i populisti d’Europa. La Lega di Salvini non ha perso tempo a schierarsi a favore della mozione, seguita dai partner più radicali del gruppo ECR, dove Fratelli d’Italia è forza egemone. Anche Meloni, in passato, aveva usato parole di fuoco contro i contratti vaccinali opachi, definendoli «scandalosi» e chiedendo trasparenza.

Ma oggi, che quei temi tornano sul tavolo con una carica politica reale, Meloni tentenna. Perché nel frattempo lo scenario è cambiato: alla Commissione siede Raffaele Fitto, vicepresidente europeo ed esponente di punta di Fratelli d’Italia; e a Roma, proprio nei giorni del voto, si tiene la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, a cui parteciperà von der Leyen come ospite d’onore. Sfiduciarla ora significherebbe minare non solo i rapporti con Bruxelles, ma anche la credibilità internazionale dell’Italia in un momento strategico.

Qui sta il cuore del problema: Giorgia Meloni non si fida delle narrazioni campate in aria… se non quando le tornano utili per mobilitare consenso. E questa doppia morale si nota ogni volta che si passa dalla propaganda all’azione concreta.

Per anni ha soffiato sul fuoco dell’euroscetticismo, salvo poi cercare spazi nei palazzi europei del potere. Ha parlato contro i compromessi dei Popolari e dei Socialisti, ma ha cercato i loro voti quando ha avuto bisogno di far eleggere Fitto. Ha denunciato gli “inciuci di Bruxelles”, ma ora si affida esattamente a quelli per evitare uno scontro diretto con la Commissione.

La stessa narrazione del Pfizergate è emblematica: alimentata da media di destra, da movimenti no vax e da partiti estremisti, è diventata un totem identitario per certa destra radicale. Ma ora che quella narrativa si fa potenzialmente esplosiva, Meloni cerca di smarcarsene. Non per principio, ma per calcolo. Non perché sia infondata, ma perché rischia di bruciarle le alleanze costruite con fatica.

Così Meloni finisce per governare come se fosse ancora all’opposizione: parla da contestatrice, ma decide da garante dell’ordine. È l’eterna strategia della destra italiana: usare la pancia dell’elettorato per salire al potere, e poi usare la testa per restarci, anche a costo di tradire quella stessa pancia.

Chi non si fida delle narrazioni campate in aria, si aspetta almeno coerenza nei fatti. Ma Meloni, stretta tra i vincoli dell’Europa e le urgenze di un’identità politica costruita sull’antipolitica, finisce per scegliere sempre la strada più comoda. Quella che evita il conflitto oggi, anche se rischia di alimentarlo domani.

Perché alla fine, anche chi aveva creduto nel suo messaggio di “rottura”, oggi comincia a vedere solo una leader che si gira dove tira il vento.

Non per convinzione, ma per convenienza.