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Venerdì, 20 Marzo 2026 13:23

Il tramonto del Senatùr e l'eclissi dell'energia globale: un'Europa stretta tra il cordoglio per Umberto Bossi e le fiamme del conflitto in Iran

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​"La storia è un susseguirsi di crisi che l'uomo crede di dominare, finché la realtà non gli presenta il conto."

— Fernand Braudel


​L'Italia e l'Europa si sono svegliate oggi in un mondo che sembra aver perso i suoi vecchi punti di riferimento, sia domestici che geopolitici. Mentre il Nord piange la scomparsa di Umberto Bossi, l'uomo che ha inventato la Lega e cambiato per sempre il linguaggio della politica italiana, i mercati globali tremano sotto i colpi di un conflitto in Iran che sta riscrivendo le gerarchie del potere mondiale e i costi della nostra sopravvivenza energetica.
​L'ultimo ruggito di Umberto Bossi e la fine di un'era per la politica del territorio

​La morte di Umberto Bossi, avvenuta ieri sera all'Ospedale di Circolo di Varese a 84 anni, segna la fine definitiva della "Seconda Repubblica" e di un’epoca di sogni federalisti. Il Senatùr, che dal 2004 lottava con i postumi di un grave ictus senza mai rinunciare alla sua tempra iconoclasta, lascia un vuoto incolmabile non solo tra i militanti di via Bellerio, ma nell’intero arco costituzionale.

​Bossi non è stato solo un politico; è stato il creatore di un'identità, colui che ha dato voce a una "Padania" che prima di lui era solo un concetto geografico e che con lui è diventata un terremoto elettorale. Negli ultimi giorni, nonostante la salute precaria, aveva ancora trovato la forza di criticare la "sua" Lega, ormai lontana dai territori e troppo proiettata verso un sovranismo nazionale che lui, il federalista puro, faticava a riconoscere. Con lui se ne va l'ultimo dei padri fondatori del centrodestra moderno, un uomo che ha saputo parlare alla pancia del Paese prima dell'avvento dei social media, usando la forza della parola e del simbolo.

Sei nazioni pronte all'intervento militare nello stretto di Hormuz se non cessa immediatamente la guerra in Iran

​Mentre l'Italia si ferma per il cordoglio, il resto del mondo guarda con terrore allo Stretto di Hormuz. La guerra in Iran ha raggiunto un punto di non ritorno dopo i recenti raid che hanno colpito le infrastrutture nevralgiche. In risposta, la minaccia di chiusura totale dello stretto da parte delle forze iraniane ha paralizzato il commercio marittimo globale, mettendo a rischio l'approvvigionamento di un terzo del petrolio mondiale.

​In questo scenario apocalittico, si è formata una coalizione di "volenterosi": Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. Questi sei Paesi hanno dichiarato ufficialmente di essere pronti a intervenire, anche militarmente, per garantire la libera navigazione e riaprire il passaggio delle petroliere. L'obiettivo è una missione di interposizione che possa imporre un cessate il fuoco e una moratoria sugli attacchi alle infrastrutture civili, ormai diventate il bersaglio principale di un conflitto che mira a mettere in ginocchio l'economia occidentale attraverso il ricatto energetico.


​Il blocco ostinato del gas russo si rivela un errore strategico per l'Unione Europea mentre il greggio vola alle stelle

​In questo contesto di instabilità mediorientale, emerge con forza il paradosso della politica energetica europea. Il blocco totale del gas russo, mantenuto da Bruxelles nonostante le crescenti pressioni interne, appare oggi a molti analisti come un azzardo fatale che sta portando il continente verso la deindustrializzazione.

​Prezzi fuori controllo: Con la produzione iraniana ferma e lo stretto di Hormuz sotto scacco, il prezzo del petrolio ha superato la barriera psicologica dei 120 dollari al barile, trascinando con sé i costi del riscaldamento e dei trasporti.
​La vulnerabilità europea: L'Europa, avendo reciso i legami con Mosca, si ritrova ora dipendente dal GNL americano e norvegese. Tuttavia, queste forniture non bastano a coprire il picco di domanda invernale, rendendo l'UE vulnerabile a ogni minima oscillazione del Golfo Persico.
​L'offerta dei paesi arabi: Arabia Saudita ed Emirati si sono detti pronti a intervenire per stabilizzare l'offerta, ma la loro capacità di manovra è limitata dalla paura di un'escalation regionale che coinvolga i propri impianti.

​Continuare a ignorare la risorsa russa mentre il Medio Oriente brucia rischia di trasformare la transizione energetica in un suicidio economico, lasciando le famiglie europee al freddo e le fabbriche senza energia competitiva.


​Donald Trump e l'ombra di Tel Aviv sulla Casa Bianca con una politica estera che sembra dettata da Netanyahu

​Oltreoceano, la figura di Donald Trump domina la scena con una retorica che oscilla tra l'isolazionismo e l'aggressività estrema. Nonostante le sue promesse elettorali di "non inviare soldati americani a morire in deserti lontani", l'attuale amministrazione sembra muoversi lungo i binari tracciati dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

​Le critiche interne agli Stati Uniti suggeriscono che Trump si stia facendo "dettare" la politica mediorientale da Gerusalemme, accettando una linea di scontro frontale con Teheran che serve più agli interessi di sicurezza israeliani che alla stabilità economica globale. Netanyahu, forte di un asse privilegiato con la Casa Bianca, spinge per un ridisegnamento radicale della mappa regionale, mentre Trump usa la crisi per alimentare il consenso interno, incurante del fatto che il prezzo del greggio alle stelle stia svuotando le tasche della stessa classe media che lo ha votato. L'Europa, in tutto questo, appare come uno spettatore passivo di decisioni prese altrove, pagando il prezzo più alto di una strategia decisa tra Washington e Tel Aviv.


​Conclusioni

​La scomparsa di Umberto Bossi ci ricorda un tempo in cui la politica, pur nelle sue asprezze, era fatta di passioni radicate nel territorio e nel pragmatismo. Oggi, la politica si fa nelle stanze ovali e nei bunker sotterranei, con algoritmi finanziari che decidono il destino di nazioni intere. Senza una strategia energetica autonoma — che sappia riconsiderare l'errore del blocco russo — e una diplomazia capace di svincolarsi dalle agende straniere, l'Unione Europea rimarrà la principale vittima collaterale di una guerra che non ha né i mezzi per vincere, né la forza per fermare.