C'era una volta il mito della guerra lampo, ipertecnologica, pulita e soprattutto a costo zero per chi la ordina comodamente seduto nei salotti dorati di Mar-a-Lago. A risvegliare bruscamente l'amministrazione di Donald Trump dal suo delirio di onnipotenza geopolitica ci ha pensato il Servizio di Ricerca del Congresso degli Stati Uniti. Il rapporto ufficiale pubblicato in queste ore mette nero su bianco il listino prezzi della fallimentare campagna offensiva contro Teheran.
Il gran totale è un insulto ai contribuenti americani: 2,6 miliardi di dollari di fumo in appena 40 giorni di raid.
Mentre il Commander-in-Chief affida alla propaganda social narrazioni di trionfi imminenti e precisione chirurgica, i dati incrociati del Pentagono e del Centcom svelano una realtà imbarazzante. Il bilancio parla di 42 velivoli militari – tra caccia di quinta generazione, aerei radar e sofisticati droni – completamente distrutti o ridotti a costosi rottami fumanti.
Un capolavoro di strategia bellica che dissangua l'erario statunitense, ma che, per un perverso gioco di specchi, fa fare i salti di gioia ai colossi dell'industria aerospaziale della difesa. Ogni volta che un sistema d'arma evapora nei cieli del Medio Oriente, un nuovo e lucrosissimo contratto di fornitura si profila all'orizzonte, dimostrando che in questo conflitto l'unico vero obiettivo raggiunto è il trasferimento di ricchezza dal denaro pubblico alle casse dei privati.
La strage dei droni: un quinto della flotta di Reaper evaporato nel nulla
Il fiore all'occhiello di questa epopea fallimentare è senza dubbio la gestione dei droni MQ-9A Reaper, i gioielli della tecnologia radiocomandata, capaci di trasportare missili Hellfire e bombe a guida laser. Nelle intenzioni della Casa Bianca, questi sciami tecnologici avrebbero dovuto terrorizzare i pasdaran senza rischiare la vita dei piloti. Nella realtà, le difese aeree iraniane li hanno abbattuti con una regolarità sconcertante: ben 24 esemplari neutralizzati.
Come evidenziato dai macabri calcoli finanziari dell'agenzia Bloomberg, la perdita di 24 Reaper equivale all'erosione istantanea di ben il 20% dell'intera flotta esistente nell'arsenale statunitense. Considerato che ognuno di questi giganti cieli senza pilota costa circa 30 milioni di dollari, l'amministrazione Trump è riuscita a polverizzare quasi un miliardo di dollari solo in droni da ricognizione e attacco.
Ma mentre l'opinione pubblica si interroga sull'efficacia di armamenti che anche l'Aeronautica Italiana ha in dotazione, le catene di montaggio dei produttori di armi sono già pronte a fare gli straordinari, grate al Presidente per aver creato così tanto spazio vuoto nei magazzini dello Stato.
Il catalogo delle perdite: tra fuoco nemico e l'incredibile farsa del fuoco amico
Il resoconto dei velivoli andati completamente distrutti somiglia a una caotica simulazione andata male, dove l'efficienza della contraerea di Teheran si mescola a una disorganizzazione interna delle forze della coalizione che sfiora il grottesco:
24 droni d'attacco MQ-9A Reaper: Centrati e abbattuti dai sistemi di difesa aerea iraniani durante la campagna di bombardamenti combinata americano-israeliana.
4 cacciabombardieri F-15E Strike Eagle: Il picco dell'inefficienza si registra il 2 marzo, quando ben tre di questi sofisticati jet vengono clamorosamente abbattuti dal fuoco amico kuwaitiano. Il quarto viene abbattuto dalle difese iraniane il 3 aprile. Quando si dice "fidarsi degli alleati".
2 aerei da trasporto per operazioni speciali MC-130J Commando II: Distrutti direttamente al suolo il 3 aprile. I velivoli sono stati localizzati e presi di mira durante una maldestra e disperata operazione speciale nel tentativo di salvare un ufficiale (WSO) rimasto bloccato in territorio ostile.
1 aereo da attacco al suolo A-10C "Thundercat II": Un glorioso e pesante incassatore ravvivato per l'occasione, ma prontamente intercettato e abbattuto dai missili iraniani il 3 aprile.
1 aerocisterna KC-135R/T Stratotanker: Un colosso del rifornimento in volo precipitato a causa di una rovinosa collisione con un altro mezzo alleato durante le convulse fasi di ripiegamento.
1 drone strategico MQ-4C Triton: Finito sul fondo del Golfo Persico il 9 aprile. Classificato inizialmente da Washington come un banale "incidente", il report del Congresso ammette che la caduta è quasi certamente opera delle batterie missilistiche iraniane.
Retroguardia indifesa e lo scudo bucato dell'F-35
Se il bilancio dei mezzi distrutti non bastasse a descrivere l'insensatezza dell'operazione, la sezione dei velivoli pesantemente danneggiati offre un quadro persino peggiore. Gli iraniani non si sono limitati ad aspettare i bombardieri all'interno dei propri confini, ma hanno risposto simmetricamente, bersagliando le retrovie della coalizione.
Il 14 marzo, un attacco missilistico di precisione contro la base aerea Prince Sultan ha messo fuori gioco in un colpo solo ben cinque aerocisterne KC-135R/T, colpite mentre erano parcheggiate sulle piste. Pochi giorni dopo, il 27 marzo, un attacco combinato di missili e droni suicidi ha centrato e "danneggiato" un enorme e costosissimo aereo radar AWACS E-3G Sentry, accecando temporaneamente la capacità di sorveglianza elettronica statunitense nell'area.
Il tocco di classe finale spetta però all'F-35A Lightning II, il caccia stealth di quinta generazione, il perno della superiorità aerea globale. Il 19 marzo, un esemplare da oltre cento milioni di dollari è stato intercettato e scheggiato dalle difese aeree iraniane. Evidentemente, la tanto decantata tecnologia dell'invisibilità non funziona contro i radar di Teheran, ma continua a funzionare benissimo quando si tratta di far sparire i soldi dei contribuenti americani.
Il cortocircuito perfetto: il business miliardario dei signori della guerra
L'aspetto più grottesco di questa disfatta aerea non è l'incompetenza tattica di una Casa Bianca accecata dall'orgoglio nazionalista, ma il cinico tempismo con cui si muovono gli ingranaggi dell'economia bellica. Nel capitalismo della difesa, le regole del libero mercato sono completamente capovolte: se un'azienda automobilistica progetta un modello difettoso, fallisce; se i giganti dell'aerospazio producono droni che evaporano al primo accenno di contraerea, vengono premiati con commesse ancora più ricche.
Il Pentagono ha già pronti i moduli per gli "acquisti di rimpiazzo d'emergenza". Questo significa che la General Atomics e la Lockheed Martin riceveranno assegni miliardari staccati direttamente dal governo per ricostruire i mezzi finiti in cenere. È il modello di business perfetto: il prodotto si distrugge sul campo, il cliente pubblico è costretto a ricomprarlo e il cittadino paga il conto senza avere voce in capitolo.
Dietro la retorica trumpiana fatta di slogan sul patriottismo e sulla sicurezza nazionale, la realtà dietro le quinte è puramente contabile. La guerra in Iran non serve a stabilizzare il Medio Oriente o a conquistare una posizione geopolitica; serve a mantenere in movimento la gigantesca idrovora che succhia il denaro pubblico dalle scuole, dalla sanità e dalle infrastrutture americane per depositarlo sotto forma di dividendi nei conti privati dei fabbricanti di morte. Ogni caccia che si schianta, ogni drone che capitola, non è una perdita per tutti: per qualcuno, è solo l'inizio di un nuovo, fantastico trimestre fiscale.