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Martedì, 23 Giugno 2026 12:05

Diplomazia e controllo dei danni: la strategia transatlantica dell'Italia tra lo scoglio Trump e l'ancora Europa

​"La diplomazia è l'arte di moderare il potere."

— Henry Kissinger


​La complessa diplomazia dei palazzi romani si trova oggi a dover gestire uno dei crinali più scivolosi della politica estera recente, sospesa tra la necessità di preservare l'asse storico con Washington e il bisogno impellente di trovare un baricentro sicuro nel Vecchio Continente. Nei corridoi di Palazzo Chigi il clima è di massima allerta: l'imperativo categorico è smorzare i toni, evitare escalation verbali e isolare lo scontro a distanza avvenuto nei giorni scorsi tra la premier Giorgia Meloni e Donald Trump. Una sferzata mediatica arrivata direttamente dai canali social del tycoon che ha costretto l'esecutivo italiano a una repentina manovra di riposizionamento strategico per salvaguardare i rapporti bilaterali prima che l'incendio possa divampare oltre il livello di guardia.

​Con il cruciale vertice Nato di Ankara alle porte, fissato per l'inizio di luglio, l'Italia non può permettersi il lusso di presentarsi all'appuntamento transatlantico in rotta di collisione con la leadership della superpotenza americana. Da qui la consegna del silenzio imposta ai ministri e lo stop rigoroso a qualsiasi controreplica. Il messaggio della presidente del Consiglio è chiaro: le frizioni personali o di fazione non devono in alcun modo compromettere le storiche relazioni diplomatiche, militari ed economiche che uniscono Roma e Washington.


​La missione romana e le spedizioni oltreoceano per il 4 luglio

​Per dimostrare nei fatti che l'alleanza non è in discussione, il governo ha pianificato una presenza massiccia e coordinata in occasione delle imminenti celebrazioni per l'indipendenza degli Stati Uniti. Nonostante l'assenza della premier, impegnata nei cruciali quadranti europei, l'ordine di scuderia è partecipare in pompa magna. Alla tradizionale festa dell'ambasciata americana a Roma, ospitata nella splendida cornice di Villa Taverna dalla rappresentanza guidata da Tilman Fertitta e anticipata al 2 luglio, presenzieranno figure di primo piano dell'esecutivo, a partire dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, fino al leader della Lega Matteo Salvini, rimasto significativamente in silenzio durante l'ultimo Consiglio dei ministri proprio per non alterare i fragili equilibri in corso.

​Contemporaneamente, una articolata delegazione di Fratelli d'Italia è pronta a dividersi tra Washington e New York per tessere una fitta rete di contatti sotterranei. Nella capitale statunitense, dal 29 giugno al 2 luglio, il capo delegazione all'Europarlamento Carlo Fidanza e la vicepresidente del Parlamento europeo Antonella Sberna guideranno le fila nel tradizionale ritrovo dell'Ecr (i Conservatori e Riformisti Europei). Sebbene l'agenda ufficiale non preveda al momento incontri bilaterali di altissimo livello con i vertici dell'amministrazione Trump, il lavoro di raccordo dietro le quinte sarà incessante. Nel frattempo, sulle acque dell'Hudson a New York, la presenza meloniana sarà garantita da Paola Maria Chiesa in occasione della parata navale Sail4th 250, dove sfilerà anche l'orgoglio della Marina italiana, la nave scuola Amerigo Vespucci: un simbolo di cooperazione culturale e militare che cade nel momento più opportuno per gettare acqua sul fuoco delle polemiche.


​Il nodo della difesa e lo scoglio del vertice Nato di Ankara

​Il vero banco di prova per la tenuta dell'asse transatlantico si consumerà tuttavia sul terreno della spesa militare e della cooperazione industriale nel comparto della difesa. Le critiche di Trump alla presunta mancanza di lealtà degli alleati europei colpiscono direttamente il cuore della politica di bilancio italiana. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha mantenuto un canale di comunicazione riservato e diretto con il capo del Pentagono Pete Hegseth, cercando di rassicurare l'alleato in merito agli impegni finanziari assunti da Roma.

​L'Italia si presenterà ad Ankara potendo sbandierare un incremento dello 0,7% delle spese di difesa in rapporto al Pil, una cifra che si traduce nei 16 miliardi di euro stanziati per l'anno corrente con l'obiettivo di raggiungere il 2,8%. Tuttavia, la scomposizione di questi dati rivela le complessità interne: la traiettoria italiana prevede di toccare il 5% entro il 2035, diviso tra un 3,5% destinato puramente agli armamenti e un 1,5% vincolato alla sicurezza nazionale. Proprio lo 0,7% rivendicato a breve davanti ai partner della Nato ricade interamente nel secondo ambito, un dettaglio contabile che potrebbe non bastare a placare le richieste di una Casa Bianca sempre più orientata a pretendere investimenti diretti e immediati in armamenti di produzione statunitense. A complicare lo scenario si aggiungono i dubbi di Washington sul recente "no" italiano al Purl (il sistema centralizzato di acquisto di armi USA) e il rinvio strategico del governo sul Safe, il piano di prestiti agevolati dell'Unione Europea per i progetti di difesa comune.


​L'equazione economica: l'interscambio e il dossier dei minerali critici

​Le preoccupazioni del governo italiano non sono dettate unicamente da dinamiche di geopolitica militare, ma poggiano su solidissimi pilastri economici. Gli Stati Uniti rappresentano il principale partner commerciale extra-europeo per l'Italia, con un interscambio che nel 2025 ha visto le esportazioni italiane verso gli USA crescere del 7,2%, toccando la quota record di circa 70 miliardi di euro. Un dato ancor più significativo è il surplus commerciale a favore di Roma, che supera i 34 miliardi di euro: una mina vagante se si considera la nota avversione della dottrina economica di Trump verso i paesi che mantengono forti attivi commerciali nei confronti degli Stati Uniti.

​Per disinnescare la minaccia di dazi e ritorsioni commerciali, che colpirebbero settori chiave del Made in Italy dal comparto manifatturiero all'agroalimentare, il ministro Tajani ha avviato un dialogo bilaterale con il segretario di Stato Marco Rubio. La strategia della Farnesina punta a un inserimento immediato dell'Italia nella Pax Silica, l'ambiziosa iniziativa americana volta a mettere in sicurezza la catena di approvvigionamento dei minerali critici. Il summit chiave, in programma il 25 e 26 giugno a Washington, vedrà la partecipazione della diplomazia italiana guidata dall'ambasciatore Marco Peronaci, un passaggio fondamentale per dimostrare la totale sinergia strategica di Roma sulle rotte dell'innovazione tecnologica e della transizione industriale in chiave anti-asiatica. Rimane sullo sfondo, ma non meno cruciale, il tema energetico legato alle massicce importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) proveniente dal Texas, una dipendenza strutturale che l'Italia non può permettersi di mettere a rischio.


​Il baricentro europeo come scudo politico e il fianco interno

​Di fronte alle turbolenze d'oltreoceano, la mossa della presidente del Consiglio è quella di cercare un immediato e solido ancoraggio politico in Europa. Il viaggio a Berlino rappresenta il fulcro di questa strategia di compensazione geometrica. L'inclusione dell'Italia nel formato ristretto sull'Ucraina trasforma di fatto l'asse a tre (E3) in un formato a cinque (E5), portando Giorgia Meloni a confrontarsi direttamente con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, con il presidente francese Emmanuel Macron e con il polacco Donald Tusk. Il giorno successivo, il bilaterale ad Antibes con Macron servirà a siglare la cooperazione interministeriale tra Roma e Parigi, blindando la posizione italiana all'interno del nucleo decisionale dell'Unione Europea.

​Questo riposizionamento verso il centro dello scacchiere europeo apre tuttavia un potenziale problema sul fronte interno della destra italiana. Lo spazio politico lasciato scoperto nei rapporti con il movimento MAGA rischia di diventare terreno di conquista per altre figure. Le dichiarazioni del generale Roberto Vannacci, che ha pubblicamente rivendicato i suoi consolidati legami personali e politici con l'entourage di Donald Trump, suonano come un avviso di sfratto a destra per la leadership meloniana. Una dinamica interna che costringerà la premier a un esercizio di equilibrismo senza precedenti: mantenere il profilo di statista europea e affidabile alleata della Nato, senza perdere il contatto con quell'elettorato sovrannatale che guarda con fascinazione alle dinamiche della destra americana.