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Mercoledì, 26 Agosto 2026 18:38

La destra italiana e il nuovo gioco del potere: Marina, Salvini, Meloni e Vannacci

cds

«Il potere logora chi non ce l’ha.»
— Giulio Andreotti

C’è un momento, nella vita politica di un Paese, in cui le dichiarazioni ufficiali contano meno dei movimenti sotterranei. Le parole continuano a essere pronunciate, le leadership vengono confermate, i partiti proclamano unità, ma il vero cambiamento si misura altrove: nelle telefonate, negli incontri riservati, nella composizione delle liste, nella scelta degli uomini, nei silenzi e soprattutto nelle persone che cominciano a essere ascoltate più di altre.

Ed è proprio questo il momento che sembra attraversare oggi il centrodestra italiano.

La sensazione è che il vero tema non sia più soltanto chi governa, ma chi decide gli equilibri di chi governa. E in questo nuovo gioco emerge con crescente evidenza una figura che non occupa formalmente alcun incarico politico: Marina Berlusconi.

Dire che “comanda Marina” sarebbe, naturalmente, una semplificazione se presa alla lettera. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il peso politico che la primogenita di Silvio Berlusconi sta progressivamente esercitando sul destino di Forza Italia e, indirettamente, sugli equilibri dell'intero centrodestra. Gli incontri con Antonio Tajani, le discussioni sul futuro del partito, il richiamo all'eredità politica del padre e le tensioni sulle strutture territoriali mostrano che la sua influenza non è più soltanto una questione familiare o simbolica.

L'ultimo episodio, quello della Basilicata, è particolarmente significativo. Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata costretta a lasciare il ruolo di coordinatrice regionale di Forza Italia dopo mesi di trattative e tensioni, mentre sullo sfondo compaiono le visite e i rapporti con Marina Berlusconi.

Non è necessario trasformare ogni episodio in una congiura per coglierne il significato politico. Basta osservare la direzione dei movimenti.

Marina non ha bisogno di diventare segretaria di Forza Italia per esercitare influenza su Forza Italia. Anzi, proprio la sua posizione esterna alla politica tradizionale può renderla più potente. Non deve partecipare alle interminabili assemblee, non deve cercare tessere, non deve contendersi un congresso. Può intervenire sul terreno delle idee, delle relazioni, delle scelte strategiche e dell'eredità berlusconiana.

È una forma di potere diversa da quella tradizionale: meno visibile, ma non necessariamente meno efficace.

Antonio Tajani, formalmente, rimane il leader di Forza Italia. Lo stesso partito ha ribadito la fiducia nel segretario dopo l'incontro con Marina e Pier Silvio Berlusconi. Ma proprio questo elemento rende interessante la situazione: il problema non è sapere se Tajani sia ancora formalmente al comando; è capire quanto della direzione politica futura del partito passi ormai attraverso un rapporto con la famiglia Berlusconi.

E qui si apre il secondo capitolo della storia: la Lega.

Anche nel partito di Matteo Salvini la situazione è tutt'altro che tranquilla. Nelle ultime settimane la fronda interna è diventata esplicita. Nell'assemblea lombarda qualcuno ha chiesto direttamente al segretario di fare un passo indietro; il cosiddetto fronte nordista contesta la trasformazione della Lega, lo spostamento verso destra e soprattutto la gestione del rapporto con Roberto Vannacci.

Quindi sì: ormai è chiaro che dentro la Lega esiste una partita sulla permanenza di Salvini alla guida del partito. Dire che Salvini sia già stato rimosso sarebbe falso. È ancora il segretario e ha un mandato che, secondo quanto ha dichiarato lui stesso, arriva fino al 2029. Ma è altrettanto falso fingere che non esista una pressione crescente per ridimensionarne il ruolo.

La questione è semplice: Salvini ha trasformato la Lega in un partito nazionale, ma una parte importante della Lega continua a pensarsi come partito del Nord. Questa contraddizione è diventata esplosiva.

E poi c'è Vannacci.

Roberto Vannacci è forse il vero elemento destabilizzante dell'intero centrodestra. La sua uscita dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale hanno trasformato una competizione interna in una competizione esterna. Non è più soltanto una questione di correnti: c'è un nuovo soggetto che cerca di occupare lo spazio alla destra della Lega e che, secondo alcune rilevazioni estive citate dalla stampa, è arrivato a superarla in alcune intenzioni di voto.

Salvini lo sa e reagisce attaccandolo. Vannacci, dal canto suo, sostiene che Futuro Nazionale debba diventare il principale interlocutore del centrodestra. Ma soprattutto aspetta una telefonata da Giorgia Meloni.

Ed è qui che la partita diventa ancora più interessante.

Meloni non può permettersi di ignorare Vannacci.

Non necessariamente perché voglia allearsi con lui domani mattina, ma perché il suo consenso può diventare determinante nel prossimo equilibrio elettorale. La premier deve tenere insieme Fratelli d'Italia, Forza Italia, una Lega indebolita e un'area di destra radicale che rischia di crescere proprio sottraendo voti agli alleati.

Per questo l'ipotesi di un accordo, di un dialogo o almeno di una forma di interlocuzione tra Meloni e Vannacci appare politicamente razionale. Vannacci, del resto, ha dichiarato di aspettare proprio una telefonata della presidente del Consiglio.

Il punto, dunque, non è se Meloni “ami” Vannacci. Il punto è se abbia interesse a tenerlo dentro il perimetro del centrodestra anziché lasciarlo trasformare in una forza autonoma capace di erodere la Lega e complicare la maggioranza futura.

E qui ritorna Marina.

Perché mentre Salvini combatte per non perdere la Lega, Meloni deve governare il rapporto con Vannacci e Tajani deve mantenere Forza Italia dentro una posizione centrale, Marina Berlusconi sembra muoversi su un piano differente: quello della ricostruzione dell'identità berlusconiana.

Il centrodestra che sta nascendo potrebbe quindi essere molto diverso da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.

Non più semplicemente Meloni-Salvini-Tajani.

Potremmo avere, invece, Meloni come baricentro istituzionale, Marina come influenza strategica dell'area moderata e liberale, Tajani come gestore politico di Forza Italia, Salvini come leader assediato della Lega e Vannacci come variabile esterna capace di spostare gli equilibri a destra.

È una geometria molto più complessa.

E proprio per questo la domanda decisiva non è chi vincerà il prossimo congresso o chi pronuncerà il discorso più efficace alla prossima festa di partito. La domanda è: chi riuscirà a controllare il processo di ricomposizione della destra italiana?

La risposta, oggi, non è ancora definitiva.

Ma una cosa appare evidente: il centrodestra non è più una semplice coalizione di partiti. È diventato un sistema di poteri, famiglie politiche, leadership personali, eredità, ambizioni e possibili successioni.

Salvini prova a resistere. Lo ha fatto anche a Pinzolo, dichiarandosi disponibile a condividere responsabilità e a rafforzare la squadra, ma ribadendo al tempo stesso la propria centralità.

Tajani cerca di mantenere Forza Italia nella sua tradizionale collocazione, mentre il rapporto con Marina Berlusconi diventa sempre più importante per comprendere la direzione futura degli azzurri.

Vannacci aspetta Meloni.

Meloni osserva Vannacci.

E Marina osserva tutti.

Forse è proprio questa la novità più interessante della politica italiana del 2026: il potere non coincide più necessariamente con la carica ufficiale.

Chi ha un incarico può governare il presente. Chi possiede influenza può contribuire a costruire il futuro.

E nella politica, come nella storia, spesso il futuro comincia molto prima che qualcuno abbia il coraggio di chiamarlo con il suo nome.

Per questo l'immagine più corretta del centrodestra di oggi non è quella di una squadra compatta che procede nella stessa direzione. È piuttosto quella di una grande partita a scacchi nella quale alcuni giocatori stanno ancora muovendo i pezzi, mentre altri stanno già cercando di capire quale sarà la posizione della scacchiera dopo le prossime elezioni.

Marina sta aumentando il proprio peso. Salvini è sotto pressione. Vannacci cerca una legittimazione nazionale. Meloni deve decidere se trasformare il problema Vannacci in una risorsa.

E Tajani?

Tajani, per ora, resta al centro del tavolo.

Ma la vera domanda è chi apparecchia quel tavolo e chi, alla fine, deciderà chi potrà sedervisi.