La medicina, prima ancora di essere un insieme di tecnologie, protocolli, farmaci, apparecchiature e competenze specialistiche, è una promessa civile: quella di non lasciare solo l’essere umano quando la malattia lo espone alla sua massima vulnerabilità.
È questa, in fondo, la domanda che attraversa le due vicende sanitarie emerse in questi giorni: da una parte il caso di Alessandro Di Battista, gravemente malato a Cuba e assistito anche da specialisti italiani; dall’altra il dibattito sullo screening del tumore della prostata, sul significato del PSA e sulla necessità di una prevenzione sempre più selettiva e personalizzata.
Sembrano storie lontanissime. Una riguarda un uomo colpito improvvisamente da una grave emergenza sanitaria mentre si trova all'estero; l'altra riguarda milioni di uomini apparentemente sani che devono decidere se e quando sottoporsi a un esame. Eppure entrambe conducono allo stesso punto: che cosa significa davvero prendersi cura di una persona?
La risposta non può essere semplicemente «fare tutto».
Perché fare tutto non significa necessariamente curare meglio. Talvolta significa intervenire troppo, altre volte troppo tardi, altre ancora utilizzare risorse straordinarie senza aver costruito prima un sistema ordinario capace di garantire equità.
Il caso Di Battista e la medicina come principio di uguaglianza
La prima cosa da dire è semplice e non dovrebbe essere controversa: davanti a una malattia grave viene prima la persona.
Il fatto che Alessandro Di Battista sia una figura pubblica non deve diventare né una colpa né un privilegio sanitario. Se un cittadino italiano si trova all'estero in condizioni cliniche gravissime, è ragionevole che le istituzioni valutino ogni possibilità concreta di assistenza, consulenza specialistica e, quando clinicamente possibile, rimpatrio.
L'affermazione secondo cui bisogna fare per lui ciò che si farebbe per qualunque cittadino nelle medesime condizioni contiene un principio fondamentale della medicina pubblica: l'uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel garantire a ciascuno una possibilità reale di cura proporzionata alla propria necessità.
È una distinzione decisiva.
Un paziente in una terapia intensiva non ha bisogno dello stesso intervento di una persona sana. Un uomo colpito da un'emergenza neurologica in un Paese straniero non si trova nella stessa situazione di chi può raggiungere tranquillamente il proprio ospedale di riferimento. L'equità richiede dunque di riconoscere la differenza delle condizioni senza trasformare la differenza in discriminazione.
Ma proprio qui nasce una domanda più ampia: quanti italiani gravemente malati all'estero avrebbero accesso a una mobilitazione analoga?
Non è una domanda contro Di Battista. È, al contrario, una domanda a favore di tutti.
Il caso individuale diventa così uno specchio nel quale guardare il funzionamento del sistema.
Cuba, quando il malato italiano incontra il malato cubano
La vicenda assume un significato ancora più interessante perché accade a Cuba, un Paese che possiede una tradizione sanitaria peculiare e che, durante la pandemia di Covid-19, inviò proprie brigate mediche anche in Italia.
Nel 2020, mentre gli ospedali italiani erano sottoposti a una pressione straordinaria, gli operatori cubani della Brigada Henry Reeve prestarono servizio nel nostro Paese. A Torino arrivarono medici e infermieri cubani destinati all'ospedale temporaneo delle OGR; altre équipe operarono in Lombardia.
Quel gesto appartiene alla memoria sanitaria della pandemia.
Oggi, però, il quadro è rovesciato. È Cuba ad affrontare una crisi profonda del proprio sistema sanitario, aggravata dalla difficoltà di reperire farmaci e materiali, dalla crisi energetica, dalla migrazione dei professionisti e dalle difficoltà economiche.
Non occorre trasformare questa constatazione in una celebrazione del sistema cubano. Non esiste una sanità perfetta, così come non esiste un modello sanitario immune dalle proprie contraddizioni.
Ma proprio per questo sarebbe interessante superare la contrapposizione ideologica.
Cuba non deve essere idealizzata. E neppure deve essere dimenticata.
Se l'Italia ha sviluppato rapporti di cooperazione con l'isola, e se medici cubani continuano a lavorare in alcune regioni italiane per contribuire a fronteggiare la carenza di professionisti, si potrebbe immaginare qualcosa di più ambizioso: una cooperazione sanitaria strutturale, reciproca e non emergenziale.
Farmaci essenziali, diagnostica, apparecchiature, formazione, telemedicina, ricerca, collaborazione universitaria e rapporti diretti tra ospedali potrebbero rappresentare strumenti concreti.
La solidarietà sanitaria, quando è autentica, non dovrebbe avere una sola direzione.
Dalla diplomazia dei governi alla diplomazia dei malati
Esiste una forma di diplomazia spesso dimenticata: quella esercitata dai medici.
Un medico che entra in una stanza e si occupa di un paziente non domanda per prima cosa quale sia la sua ideologia. Guarda i parametri vitali, ascolta, visita, diagnostica, decide.
La malattia possiede una capacità straordinaria di spogliare l'essere umano delle sue appartenenze.
Davanti alla sofferenza, il passaporto diventa secondario. La vulnerabilità diventa universale.
È forse questo il significato più profondo della cooperazione sanitaria internazionale: non esportare un modello politico, ma condividere conoscenze e strumenti affinché un essere umano possa avere una possibilità in più.
E qui Cuba può diventare una questione italiana non soltanto per ciò che accade oggi a un cittadino italiano sull'isola, ma per ciò che accade quotidianamente ai cittadini cubani.
La reciprocità sanitaria non è beneficenza. È una forma evoluta di responsabilità internazionale.
Il paradosso del PSA: quando prevenire significa anche scegliere
La seconda grande questione sanitaria di questi giorni sembra appartenere a un altro universo.
Il tumore della prostata è una delle neoplasie più frequentemente diagnosticate negli uomini italiani. Il PSA è un esame semplice, accessibile, poco invasivo. Per molti anni la domanda è stata quasi automatica: se un esame può contribuire a individuare precocemente un tumore, perché non farlo a tutti?
La medicina contemporanea, però, ha imparato che diagnosticare non equivale automaticamente a migliorare la prognosi.
Il PSA può aumentare per diverse ragioni e non soltanto per la presenza di un carcinoma. Un valore elevato può condurre a ulteriori accertamenti, biopsie e, in alcuni casi, a trattamenti per tumori che avrebbero potuto non diventare mai clinicamente significativi.
Qui appare il paradosso della prevenzione.
Trovare una malattia prima non è sempre sufficiente. Bisogna capire quale malattia si sta trovando.
La medicina del passato tendeva a ragionare secondo una sequenza lineare:
PSA alto, biopsia, diagnosi, trattamento.
La medicina più sofisticata cerca invece di introdurre un passaggio intermedio: il rischio individuale.
Età, familiarità, genetica, andamento del PSA, condizioni cliniche, aspettativa di vita e altri parametri possono contribuire a costruire un quadro più preciso.
E soprattutto la risonanza magnetica prostatica, quando indicata, consente di migliorare la selezione dei pazienti che devono arrivare alla biopsia.
Non è dunque la fine del PSA.
È la fine dell'idea che il PSA possa essere interpretato isolatamente.
La medicina di precisione non è soltanto tecnologia
Si parla spesso di medicina di precisione come se coincidesse con intelligenza artificiale, genomica, grandi banche dati e macchinari sofisticati.
È qualcosa di più profondo.
Medicina di precisione significa anche sapere quando non intervenire.
Significa distinguere il rischio dal semplice reperto.
Significa non confondere una diagnosi con una condanna.
Significa comprendere che due persone con lo stesso valore di laboratorio possono avere rischi completamente differenti.
È una trasformazione culturale prima ancora che tecnologica.
Il vecchio paradigma chiedeva: «Che cosa ha questo paziente?».
Quello contemporaneo deve aggiungere: «Quanto è pericoloso ciò che ha, per lui, in questo momento e nel corso della sua vita?»
Questa domanda cambia tutto.
Due storie, una sola medicina
Il caso di Di Battista e quello del PSA possono dunque essere letti come due facce della stessa medicina.
Nel primo caso abbiamo troppa vulnerabilità e troppo poco tempo.
Nel secondo abbiamo molto tempo per decidere, ma il rischio di intervenire inutilmente.
Nel primo la medicina deve essere rapida, coordinata, specialistica.
Nel secondo deve essere prudente, stratificata, personalizzata.
In entrambi i casi, però, il criterio dovrebbe essere lo stesso: mettere il paziente al centro senza trasformare il paziente in un numero.
È questa la sfida più difficile della sanità contemporanea.
Non basta avere medici eccellenti se il sistema non permette loro di lavorare. Non basta avere tecnologie avanzate se il cittadino non riesce ad accedervi. Non basta diagnosticare precocemente se poi non esistono percorsi appropriati. Non basta proclamare l'universalità se l'accesso reale dipende dalla disponibilità economica, dalla geografia o dalla capacità individuale di orientarsi nel sistema.
La sanità pubblica si misura proprio nel punto in cui il principio incontra la persona.
Curare è anche scegliere
La medicina moderna dispone di possibilità straordinarie. Ma proprio per questo deve imparare nuovamente il valore della misura.
Curare non significa soltanto aggiungere interventi.
A volte significa intervenire immediatamente.
A volte significa aspettare e osservare.
A volte significa trasferire un paziente.
A volte significa non trasferirlo perché il viaggio sarebbe troppo rischioso.
A volte significa fare una risonanza.
A volte significa evitare una biopsia.
A volte significa mandare medici oltre un confine.
A volte significa mandare farmaci oltre quel confine.
E sempre significa assumersi la responsabilità di una scelta.
Forse è questo il filo che unisce Cuba e il PSA, due notizie apparentemente lontane: la medicina non è la somma delle prestazioni che siamo capaci di erogare, ma la capacità di scegliere quelle che servono davvero a una persona concreta.
Per questo il caso Di Battista non dovrebbe essere soltanto una cronaca politica o diplomatica. E il dibattito sul PSA non dovrebbe essere soltanto una disputa tra favorevoli e contrari allo screening.
Entrambi ci obbligano a porre la domanda fondamentale:
che cosa deve garantire una società quando un essere umano si ammala?
La risposta dovrebbe essere semplice, anche se realizzarla è difficilissimo: competenza, tempestività, equità, appropriatezza e dignità.
E forse anche memoria.
Perché se un giorno una brigata medica arrivò dall'altra parte del mondo per aiutare l'Italia in difficoltà, ricordarlo oggi non significa essere indulgenti verso Cuba né trasformare la sanità in ideologia.
Significa riconoscere una cosa molto più antica della politica:
la malattia non conosce frontiere, e la cura dovrebbe imparare a non averne.