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Venerdì, 04 Settembre 2026 12:43

Venezuela, il tempo della scelta

cds

«Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.»
— Tacito, Agricola, 30

Il Venezuela attraversa una fase nella quale le parole rischiano di valere meno dei fatti. Dopo anni di conflitto politico, sanzioni, isolamento e pressione internazionale, il paese si trova davanti a una situazione nella quale sopravvivere, conservare la propria autonomia e non disperdere la propria identità politica diventano questioni inseparabili.

La frase di Tacito — «fanno un deserto e lo chiamano pace» — introduce una distinzione essenziale. Non ogni accordo nasce da una libera scelta e non ogni cessazione del conflitto produce realmente una condizione di pace. Talvolta la pace è soltanto il nome attribuito alla situazione nella quale uno dei contendenti ha perduto la capacità di opporsi.

È questo il punto decisivo per comprendere la fase venezuelana: non basta chiedersi che cosa viene concesso, ma che cosa resta possibile dopo la concessione.
La storia rivoluzionaria conosce bene questa tensione. Lenin, di fronte alla pace di Brest-Litovsk, sostenne una decisione che molti considerarono una ritirata umiliante. Ma per Lenin la questione era più radicale: una rivoluzione sconfitta non avrebbe potuto costruire nulla. Accettare una condizione gravosa poteva dunque rappresentare il prezzo necessario per preservare le forze indispensabili alla sopravvivenza.

Il problema, tuttavia, non finisce con la sopravvivenza. Vivere politicamente significa conservare la possibilità di scegliere il proprio futuro. Se una trattativa produce soltanto dipendenza economica, subordinazione strategica e progressiva perdita di sovranità, allora il tempo conquistato rischia di trasformarsi in tempo perduto.
Qui si misura anche la natura del chavismo. La sua esperienza non può essere letta semplicemente attraverso le categorie del comunismo europeo del Novecento. Il progetto di Hugo Chávez intrecciò sovranità nazionale, redistribuzione sociale, partecipazione popolare, socialismo, identità latinoamericana e opposizione all'egemonia statunitense. Per questo la questione venezuelana non riguarda soltanto la permanenza di un governo, ma la sorte di un'idea di Stato e di società.

Anche il petrolio occupa un posto centrale in questa partita. È contemporaneamente una risorsa economica, uno strumento diplomatico e una componente della sovranità nazionale. Aprire spazi di interlocuzione può consentire al Venezuela di recuperare ossigeno economico e ridurre l'isolamento. Ma ogni apertura porta con sé una domanda: chi stabilisce le condizioni e chi dispone, alla fine, del margine di decisione?

È qui che la lezione di Tacito torna ad essere attuale. Il vero pericolo non è soltanto perdere una battaglia, ma ritrovarsi progressivamente in un paesaggio nel quale le strutture formali sopravvivono mentre si svuota la capacità reale di decidere.
Una nazione può conservare il proprio territorio e perdere la propria autonomia. Può mantenere le istituzioni e vedere indebolirsi la partecipazione popolare. Può continuare a proclamare i propri ideali mentre, giorno dopo giorno, le condizioni materiali rendono impossibile tradurli in politica.
Per questo la scelta venezuelana non può essere giudicata soltanto secondo il criterio dell'eroismo o quello dell'efficienza immediata. La resistenza assoluta può diventare sterile se conduce all'esaurimento; il pragmatismo senza una direzione può trasformarsi in rinuncia. Tra questi due estremi esiste uno spazio difficile, nel quale la politica deve misurare continuamente ciò che è necessario salvare e ciò che non può essere ceduto.

In fondo, la domanda più importante non è se si debba resistere o trattare. È per quale futuro si decide di resistere, negoziare o arretrare.
Se il tempo conquistato serve a ricostruire l'economia, rafforzare le istituzioni, preservare la coesione sociale e restituire capacità di decisione al paese, allora anche una scelta dolorosa può diventare una fase di ricostruzione. Se invece il tempo serve soltanto ad abituarsi alla dipendenza, allora la tregua rischia di essere l'inizio di una trasformazione irreversibile.

Il Venezuela si trova dunque davanti a una prova che riguarda molto più di una singola decisione diplomatica o economica. Riguarda la capacità di sopravvivere senza smarrire il motivo per cui si è scelto di sopravvivere.
Tacito aveva visto il paradosso: il vincitore può chiamare pace ciò che per il vinto è soltanto il risultato della forza. La storia, però, non si conclude necessariamente nel momento della sconfitta o della ritirata. Talvolta è proprio dopo quel momento che si decide se una concessione sarà stata una parentesi, una strategia o l'inizio della fine.

Il Venezuela è ancora dentro questa incertezza. Saranno gli anni successivi, più delle dichiarazioni ufficiali, a stabilire se questa fase avrà rappresentato una perdita di autonomia oppure il difficile intervallo necessario per recuperare forze, costruire nuove possibilità e tornare a scegliere.