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Giovedì, 08 Ottobre 2026 12:00

Il fallimento del 7 ottobre e la responsabilità della strategia

cds

«Chi non conosce la storia è destinato a riviverla.»
— George Santayana

Il fallimento evocato da Danny Citrinowicz non riguarda soltanto una notte, né può essere spiegato semplicemente come una falla tecnica dell’intelligence israeliana. La sua lettura introduce una distinzione decisiva: da una parte vi è la responsabilità operativa per non aver interpretato correttamente i segnali che precedettero il 7 ottobre 2023; dall’altra vi è la responsabilità politica di una strategia che, nel corso degli anni, avrebbe contribuito a rafforzare Hamas e a indebolire l’Autorità palestinese. Sono due piani diversi, ma profondamente intrecciati.

Citrinowicz, che ha trascorso venticinque anni nell’intelligence militare israeliana ed è oggi analista dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, definisce il 7 ottobre un fallimento collettivo. La formula è importante perché evita una spiegazione monocausale. Un evento di quella portata non nasce da un singolo errore, né può essere attribuito esclusivamente a una persona o a un apparato. Tuttavia, riconoscere la natura collettiva del fallimento non significa distribuire automaticamente le responsabilità in maniera uniforme.

Secondo l’ex ufficiale, i servizi e l’esercito israeliano disponevano di informazioni che avrebbero dovuto suscitare maggiore allarme. Il problema, dunque, non sarebbe stato semplicemente l’assenza di informazioni, ma la loro interpretazione. I segnali furono letti come elementi compatibili con un’esercitazione militare o, nella peggiore delle ipotesi, con un’azione limitata. Non vennero composti in un quadro capace di anticipare l’ampiezza dell’offensiva.

È una distinzione fondamentale per comprendere i limiti dell’intelligence contemporanea. Avere informazioni non significa necessariamente possedere conoscenza. Un servizio può raccogliere una quantità enorme di dati e, tuttavia, fallire nel momento decisivo: quello in cui deve stabilire quali informazioni siano davvero significative, quali siano rumore e quali rappresentino l’inizio di un cambiamento strategico.

Il problema del 7 ottobre appare, sotto questo profilo, ancora più inquietante. Non si trattò soltanto di non vedere qualcosa che era completamente nascosto. La questione posta da Citrinowicz è se ciò che era visibile sia stato interpretato attraverso categorie ormai divenute troppo rassicuranti.
Per anni Hamas è stato considerato anche attraverso la lente della deterrenza. L'idea che il movimento islamista potesse essere contenuto attraverso una combinazione di pressione militare, controllo economico, concessioni limitate e gestione della situazione di Gaza contribuiva a una determinata percezione del rischio. Ma ogni strategia produce anche i propri punti ciechi. Quando un avversario viene considerato sufficientemente contenibile, i suoi comportamenti possono essere interpretati alla luce di quella convinzione.

È qui che la critica a Netanyahu assume una dimensione diversa da quella relativa alla gestione operativa dell'attacco.
Citrinowicz sostiene infatti che Benjamin Netanyahu abbia una responsabilità politica grave per una strategia che avrebbe favorito Hamas a scapito dell’Autorità palestinese. Non significa attribuirgli la responsabilità materiale dell'attacco, né confondere le decisioni politiche con gli errori compiuti nelle ore immediatamente precedenti l'offensiva. Significa interrogarsi sulle conseguenze di una politica protratta nel tempo.

La divisione tra Hamas e Fatah, e più in generale la frattura tra Gaza e Cisgiordania, ha rappresentato per anni una delle grandi realtà della politica palestinese. Una leadership palestinese divisa è inevitabilmente più debole nella possibilità di rappresentare un progetto politico unitario. Ed è proprio questa divisione che, secondo la lettura riportata nell’intervista, poteva risultare funzionale alla strategia del governo israeliano.

Il ragionamento attribuito a Netanyahu è politicamente semplice, ma dalle conseguenze profonde: se non esiste un interlocutore palestinese unitario e credibile, diventa più facile sostenere che non esista un partner con cui negoziare una soluzione definitiva.
In questo quadro, Hamas e Autorità palestinese finiscono per assumere una funzione quasi speculare. Hamas rappresenta la minaccia armata e radicale; l’Autorità palestinese appare debole, frammentata e incapace di esercitare pienamente il proprio controllo. La conseguenza può essere una situazione nella quale nessuno dei due attori è sufficientemente forte da imporre una soluzione, mentre lo status quo continua a riprodursi.

Ma lo status quo, soprattutto in Medio Oriente, raramente è davvero statico.
Una situazione che sembra stabile può nascondere una trasformazione progressiva dei rapporti di forza. Hamas può accumulare capacità militari, sviluppare nuove modalità operative, studiare le vulnerabilità dell'avversario e attendere il momento ritenuto più favorevole. Contemporaneamente, l'apparato che osserva può abituarsi alla presenza permanente della minaccia e finire per considerarla una componente ordinaria dell'ambiente strategico.
È uno dei paradossi più pericolosi della sicurezza: la familiarità con una minaccia può generare sottovalutazione.

Gli avvertimenti provenienti dall'estero, citati nell'intervista, devono essere letti nello stesso contesto. Citrinowicz sottolinea che le informazioni provenienti, tra gli altri, da Egitto ed Emirati Arabi Uniti non annunciavano necessariamente nei dettagli ciò che sarebbe accaduto. Non indicavano con precisione un'invasione accompagnata da un numero enorme di vittime e dalla cattura di ostaggi.

Questo elemento impedisce una lettura retrospettiva troppo semplice. Dopo un evento catastrofico è facile trasformare ogni segnale precedente in una prova evidente di ciò che sarebbe accaduto. Ma l'intelligence non lavora con la certezza del senno di poi. Lavora con informazioni incomplete, ambigue e spesso contraddittorie.

Proprio per questo, tuttavia, il compito dell'intelligence consiste nel riconoscere quando una serie di segnali apparentemente separati comincia a formare un disegno coerente.

Il 7 ottobre pone quindi una domanda che va oltre Israele e Hamas: quando un sistema di sicurezza fallisce, bisogna chiedersi non soltanto che cosa non abbia visto, ma anche che cosa non abbia voluto vedere, che cosa abbia interpretato secondo abitudini consolidate e quali presupposti politici abbiano influenzato la lettura della realtà.

La responsabilità politica e quella operativa devono rimanere distinte. È una distinzione necessaria anche per evitare che l'indagine sul fallimento diventi uno strumento di lotta politica. Ma distinguere non significa separare completamente.

Le strategie politiche costruiscono infatti l'ambiente nel quale operano gli apparati di sicurezza. Se una politica considera utile mantenere una determinata divisione dell'avversario, quella divisione diventa parte del quadro strategico. Se contemporaneamente l'intelligence sviluppa una valutazione secondo cui il principale avversario è deterribile e interessato soprattutto alla propria sopravvivenza, può diventare più difficile riconoscere il momento in cui quello stesso avversario decide di cambiare radicalmente paradigma.

Il 7 ottobre ha mostrato quanto possa essere fragile una sicurezza fondata sulla convinzione che l'avversario agirà secondo i comportamenti che gli sono stati attribuiti in passato.
E forse è proprio questo il punto più profondo dell'intervista di Citrinowicz. La sicurezza non consiste soltanto nel possedere muri più alti, sensori più sofisticati o una quantità maggiore di informazioni. Consiste nella capacità di mettere continuamente in discussione il proprio modello dell'avversario.

Un servizio d'intelligence può essere tecnicamente eccellente e contemporaneamente prigioniero di una convinzione errata. Un governo può perseguire una strategia coerente e, nello stesso tempo, produrre condizioni che nel lungo periodo aumentano il rischio che quella strategia pretendeva di contenere.
Per questo il 7 ottobre non può essere ridotto né alla storia di una frontiera violata né alla storia di un singolo governo. È la storia di un sistema che ha smesso, almeno per un momento decisivo, di riconoscere la trasformazione dell'avversario.
Ed è anche la storia di una responsabilità politica che non può essere valutata soltanto guardando alle ore dell'attacco. Le decisioni strategiche si giudicano attraverso le conseguenze che producono nel tempo.

La lezione più severa, allora, non è che Israele avrebbe dovuto semplicemente sapere di più. È che avrebbe dovuto interrogarsi di più su ciò che credeva di sapere.

In Medio Oriente, dove la memoria è lunga e la fiducia fragile, ogni strategia che trasformi un conflitto in una gestione permanente corre il rischio di confondere l'assenza di una guerra totale con l'esistenza della pace.
Il 7 ottobre ha dimostrato tragicamente che sono due cose molto diverse.