Lunedì, 05 Febbraio 2024 12:14

La vena delle Viole, di Antonella Caggiano.

La recensione di Annalisa Potenza.

Amare fa paura

Odiare dà meno sospetto

pane quotidiano la guerra

Amore sussurrato

Puoi dirlo agli alberi

alla rana, sognalo

 

Non confessarlo, amore

in preghiera

le mie mani sul tuo viso

 

come il tremore del mare

dove non tocchi

legata – non più zingara-

al filo d’erba degli occhi.

 

(Antonella Caggiano)

Recensione Annalisa Potenza

La silloge poetica di Antonella Caggiano è attraversata da immagini che, come delicati fili, si intrecciano a formare una serie di “quadri”dietro i quali si cela un sentire che lascia intuire una compartecipazione armoniosa tra il particolare e l’universale: le immagini scorrono, si rincorrono, attraversano i sensi, li rapiscono e li innalzano a una dimensione nella quale l’Io lirico muta in pura essenza luminosa.

Sono figure di stagioni, di fiori, di astri, di elementi naturali come il mare, il vento, la neve, le strade, i sogni, treni, passaggi, ricordi che emergono fulminei e inaspettati: “accade in fotografie sfocate di trovarmi abbracciata ai tuoi occhi erbosi che raccontano il tempo nel libro delle mani”; ricordi che emergono “come una primavera improvvisa, forse” e che compongono quadri delicatamente dipinti dal sentimento d’amore che vibra nelle sue diverse sfumature, da quelle più nostalgiche: “forse sei il tempo restituito ad un tempo belva e l’amore ch’ogni uomo attende nella metà della sua mela”, a quelle più dolorose: “allora ti vedrò passare, fratello mio, fiato su un vetro”, a quelle più intense: “il desiderio di te apre varchi di sangue e spacca le montagne”; e ancora: “tremulo blu, la bocca tua nella mia”.

Un amore reso vivo e palpitante soprattutto dalle immagini dei fiori i quali, dal gelido manto invernale, fanno capolino nelle liriche, ad annunciare una nuova primavera, foriera di speranza e di vittoria sul dolore e sulla morte: “allora lo sguardo è sole di notte, schianto e primavera” e “una primavera di netto trafigge il cuore del mio sguardo stinto”; una primavera che aiuta a superare il timore della perdita, dell’abbandono, del non essere sostenuta: “scandaloso lo sguardo senza difesa della bambina che va incontro a nuovi uragani”.

È il canto della vita che vince sulla morte, della luce che squarcia le tenebre, di una primavera che, instancabile, continua a fiorire nel cuore nonostante le difficoltà e che trova nell’Amore inteso nel senso più elevato, la sua massima espressione.

Tra i diversi fiori, la viola è quello prediletto dall’autrice, un fiore apparentemente semplice ma in realtà resistente alle basse temperature, simbolo di sensibilità, innocenza, creatività, spiritualità e di equilibrio in quanto i suoi colori rappresentano l’unione del maschile e del femminile, e quindi la vita, il sangue che scorre nelle vene; quella stessa vita che ogni primavera, allo sbocciare dei fiori, ricorda che tutto si può rinnovare; una vita che, al pari della viola, al sopraggiungere del rigido “inverno”, continua ad emanare il suo profumo e a splendere nella sua intrinseca essenza e bellezza, come insegnano questi versi intensi, incisivi e penetranti i quali, come fiori, sbocciano dalla sublime “vena” poetica dell’autrice.