Lunedì, 12 Gennaio 2026 19:18

L'eclissi della giustizia: Renee Good e il crepuscolo americano

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​"Chiunque accetti passivamente il male è coinvolto in esso tanto quanto colui che aiuta a perpetrarlo. Chi accetta il male senza protestare, in realtà coopera con esso."

— Martin Luther King Jr.


​Il sangue sulla neve di Minneapolis: una ricorrenza macabra

​L’America non impara. Non perché sia incapace di studiare i propri errori, ma perché sembra aver eletto la violenza a proprio linguaggio primordiale. L'omicidio di Renee Nicole Good, avvenuto il 7 gennaio 2026, non è un incidente isolato, ma l'ennesimo capitolo di una saga di brutalità che vede la polizia statunitense trasformarsi da forza di protezione a esercito di occupazione.

​A soli quattro isolati dal memoriale di George Floyd, la terra ha bevuto di nuovo sangue innocente. La dinamica, per quanto le autorità tentino di intorbidire le acque, è di una chiarezza disarmante e agghiacciante. Renee, una donna di 37 anni, madre e voce poetica della sua comunità, è stata giustiziata da agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) per quella che, nel peggiore dei casi, era un’infrazione stradale o un momento di panico.

​I video che circolano in rete, nonostante i tentativi di censura federale, mostrano una scena che ricorda più un’imboscata militare che un fermo di polizia. Gli agenti circondano il SUV della donna. Non c'è dialogo, non c'è de-escalation. C'è solo l'aggressività cieca di chi si sente investito di un potere divino. Quando Renee, terrorizzata, tenta di muovere l'auto — forse per scappare da quella minaccia immediata, forse per puro istinto di sopravvivenza — gli agenti non mirano alle gomme. Sparano per uccidere. Tre colpi a bruciapelo.
​La menzogna di stato: il veicolo come arma

​La risposta del Dipartimento della sicurezza interna (DHS) è arrivata con la puntualità di un copione già scritto: "L'agente ha sparato perché il veicolo è stato usato come arma". È la frase magica, il "passpartout" legale che la polizia americana utilizza da decenni per giustificare ogni esecuzione extragiudiziale. Ma questa volta, la città di Minneapolis ha detto basta.

​Il sindaco Jacob Frey ha rotto ogni protocollo diplomatico, definendo le ricostruzioni federali come "stronzate". Non è solo una questione di linguaggio colorito; è il grido di una leadership locale che vede la propria città calpestata da agenti federali che agiscono come se fossero al di sopra della legge. La verità, documentata dai filmati della CNN, è che gli agenti hanno impedito persino i soccorsi medici mentre Renee moriva dissanguata sul sedile della sua auto. Questa non è sicurezza pubblica; è crudeltà di Stato.
​La criminalizzazione della vittima: la strategia del terrore

​Ciò che rende questo caso ancora più oscuro è la reazione dei vertici politici a Washington. In un sistema sano, un presidente e i suoi ministri attenderebbero l'esito delle indagini. Nell'America del 2026, la sentenza viene emessa sui social e nei talk show prima ancora che il corpo della vittima sia freddo.

​Donald Trump ha immediatamente lodato l'agente, parlando di "eroismo" e "autodifesa".
​JD Vance ha descritto una madre di tre figli come una "radicale instabile".
​Kristi Noem, con una mossa che definire orwelliana è poco, l'ha etichettata come "terrorista domestica".

​Questa retorica serve a uno scopo preciso: deumanizzare. Se Renee Nicole Good è una terrorista, allora la sua morte non è un lutto, ma una vittoria. Se è una radicale, allora i suoi diritti civili sono sospesi. È una strategia comunicativa volta a prevenire l'empatia, a dividere il Paese tra "noi" (i sostenitori della legge e dell'ordine a ogni costo) e "loro" (chiunque osi trovarsi sulla strada di un agente federale).
​L'ombra dell'Insurrection Act: la trappola di Washington

​Il governatore del Minnesota, Tim Walz, ha sollevato un velo su un piano ancora più sinistro. L'FBI ha sottratto l'inchiesta alle autorità locali, un atto che Walz e la procuratrice Mary Moriarty vedono giustamente come un sequestro della verità. Ma c'è di più. Walz ha avvertito i cittadini: "Non abboccate all'amo".

​L'escalation della violenza di polizia, unita alla difesa sfacciata dei colpevoli, sembra quasi cercata per scatenare una reazione violenta della piazza. Perché? Per giustificare l'invocazione dell'Insurrection Act. Il governo federale punta a utilizzare il caos che esso stesso genera per esautorare i governatori e imporre la legge marziale nelle città considerate "ostili" o "santuario". Le proteste, che Walz definisce un "dovere patriottico", sono il bersaglio di una trappola che vuole trasformare il dissenso civile in un pretesto per l'occupazione militare.
​Una polizia che non sa smettere di uccidere

​Il problema non è solo Minneapolis. Da New York a Los Angeles, la lista delle vittime di una polizia militarizzata continua ad allungarsi. Nel solo 2025, i dati indicano un aumento vertiginoso degli scontri mortali durante i raid anti-migranti e le operazioni dell'ICE.

​Il problema risiede nell'addestramento al guerriero. Gli agenti americani vengono formati con la mentalità che ogni interazione possa essere l'ultima, che il cittadino sia il nemico e che l'esitazione sia morte. Quando questa mentalità incontra un clima politico che garantisce l'impunità totale, il risultato è una scia di sangue infinita. La polizia non smette di uccidere perché, strutturalmente, non è più progettata per fare altro. È diventata un martello che vede in ogni problema un chiodo.
​La resistenza delle città

​Mentre le scuole di Minneapolis restano chiuse e i blindati pattugliano le strade, emerge un'America che resiste. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha espresso solidarietà a Minneapolis, ribadendo che le "città santuario" non si piegheranno alla violenza federale.

​Tuttavia, la domanda resta: quanto può reggere il tessuto democratico di una nazione dove la giustizia dipende dal colore di una divisa? Renee Nicole Good era una poetessa; oggi le sue rime sono scritte col sangue sull'asfalto del Minnesota. Se l'America non avrà il coraggio di smantellare questo sistema di impunità, se non smetterà di chiamare "addestramento" l'esecuzione di una donna disarmata, allora il sogno americano sarà ufficialmente sepolto sotto le macerie di una dittatura del distintivo.
​Conclusione: il dovere della memoria

​Non possiamo permettere che Renee Nicole Good diventi solo un hashtag o un numero in una statistica. Dobbiamo guardare in faccia la realtà di una polizia che ha perso la bussola morale e di una classe politica che soffia sul fuoco dell'odio. La morte di Renee non è stata un errore; è stata la logica conseguenza di un sistema che premia la brutalità e punisce l'umanità.

​L'America brucia, sì. Ma forse, in quell'incendio, c'è l'ultima speranza di purificare una nazione che ha dimenticato il valore della vita umana di fronte al dogma del potere.