Il convegno di Montesilvano, entrato nel vivo oggi, offre l’occasione giusta per coinvolgere insieme i laici impegnati nel volontariato attivo sul territorio e gli undici Vescovi dell’Abruzzo e del Molise in questo percorso di rinnovamento della Chiesa. Un lavoro di analisi e di riflessione ha preceduto l’incontro, al quale partecipano 300 delegati provenienti da tutte le diocesi.
Oggi proseguono i laboratori nei tavoli di lavoro, poi la messa officiata da mons. Piero Santoro, Vescovo dei Marsi, responsabile per la pastorale giovanile della Ceam. Concelebreranno con lui mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Giancarlo Maria Bregantini, Arcivescovo di Campobasso- Bojano, mons. Camillo Cibotti, Vescovo di Isernia-Venafro, mons. Emidio Cipollone, Vescovo di Lanciano-Ortona, mons. Gianfranco De Luca, Vescovo Termoli-Larino, mons. Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo dell’Aquila, mons. Angelo Scotti, Vescovo di Trivento, mons. Michele Seccia,Vescovo Teramo-Atri, mons. Angelo Spina,Vescovo Sulmona-Valva, mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo di Pescara-Penne. Nel pomeriggio seguirà l’approfondimento delle proposte e l’analisi dei sociologi Attilio Danese e Giulia Paola De Nicola. Alle 16:00 l’incontro si chiuderà con le conclusioni di mons. Bruno Forte.
STRALCI DELLA RELAZIONE INTRODUTTIVA DI MONS. BRUNO FORTE, PRESIDENTE DELLA CEAM
LA FAMIGLIA
“La vita familiare va valorizzata come primario e fondamentale contesto educativo” - lo sottolinea mons. Bruno Forte nella sua relazione introduttiva - ed evidenzia anche quanto sia importante che la Chiesa la curi “per comprendere, consolare, integrare, evitando di imporre una serie di norme come se fossero delle pietre, ottenendo con ciò l’effetto di far sentire le persone giudicate e abbandonate”.
In riferimento alle convivenze e alle unioni di fatto il presidente della Ceam mons. Forte ribadisce con chiarezza l’esigenza per i credenti chiamati al matrimonio di unirsi stabilmente nel vincolo nuziale ed invita ad affrontare “tutte queste situazioni in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità.”
Riguardo, poi, alle situazioni dette “irregolari” o “ferite”, riprende l’Esortazione Amoris Laetitia ed oppone la logica dell’emarginazione a quella dell’integrazione.
“Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia immeritata, incondizionata e gratuita. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!”
L’IMPEGNO VERSO I GIOVANI
È così che quattro giovani su dieci tra i 25 e 34 anni vivono ancora nella famiglia d’origine.
Lucida e precisa la valutazione che l’EvangeliiGaudium dà verso le nuove generazioni: “I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite.” Proliferano e crescono associazioni e movimenti prevalentemente giovanili che si possono interpretare come una ricerca di spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto.
Nel cammino preparatorio al nostro Convegno, è stato evidenziato come “i giovani dell’Abruzzo e del Molise chiedono alla Chiesa di essere più presente nelle realtà concrete della vita attraverso un'azione che non sia fatta di singoli eventi, ma che abbia a cuore la quotidianità che essi vivono, senza separare la fede dalla vita di tutti i giorni. Inoltre, sembra essere un’esigenza pressante quella di una maggiore fermezza e presa di posizione sui temi rilevanti che costituiscono il cuore del dibattito pubblico e la vita delle realtà sociali.
Ma come oggi i giovani immaginano la Chiesa?
Nel lavoro preparatorio al nostro Convegno si è evidenziato che essi sognano una Chiesa capace di essere umana,che non escluda nessuno e che dialoghi con la diversità senza perdere se stessa.
Essi non si accontentano delle mezze misure e sognano una Chiesa radicalmente cristiana, che non solo dica “questo non si deve fare”, ma spieghi loro il perché, mostrando con l’eloquenza della vita ciò che va fatto, una Chiesa amica, che non viva solo di tradizioni, anche se è nelle tradizioni più autentiche che si trova il miglior collante tra passato e futuro.
Essi vogliono una Chiesa che li educhi e non li vizi.
LA POVERTA’
La crescita del disagio economico richiede un cambio di mentalità, afferma ancora Papa Francesco nell’EvangeliiGaudium.
Perciò, “per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica”.“
Nell’affrontare la povertà e i progetti messi in campo per combatterla occorre anzitutto, però, analizzare le cause che la creano. Sia a livello nazionale, che nella nostra Regione ecclesiastica, i dati pubblicati di recente dall’Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno(Svimez) sono preoccupanti: gli indicatori socio-economici dicono con chiarezza che la crisi industriale delle regioni meridionali, soprattutto nel settore manifatturiero, è stata davvero pesante ed ha visto gli investimenti addirittura dimezzarsi. Il il 62% degli abitanti al Sud ha guadagnato lo scorso anno meno di dodicimila euro rispetto ai 28,5% del Centro-Nord.Il numero degli occupati nel 2014, a livello più basso dal 1977, era di 5,8 milioni e il rischio di povertà coinvolge ormai un abitante su tre, a differenza del Nord dove lo stesso indice è di uno su dieci. In Abruzzo, stando ai dati ISTAT 2015-2016, il tasso di occupazione giovanile fra i15 e i 24 anni è del 13,3% ; quello di disoccupazione è del 48,1%; i NEET (acronimo inglese di Not (engaged) in Education, Employment or Training, a indicare giovani non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione) sono fra i 15 e i 29 il 26,9%. In Molise gli stessi tassi sono rispettivamente dell’11,7%e del 42,7%, mentre i NEET sono al 25%. Anche chi ha investito di più sulla propria formazione spesso risulta inadeguato rispetto alle esigenze del mondo del lavoro, tant’è che circa la metà dei giovani lavoratori diplomati e laureati si trova a svolgere un lavoro non coerente col proprio titolo di studio.
È così che quattro giovani su dieci tra i 25 e 34 anni vivono ancora nella famiglia d’origine. Il 45% dichiara di restare in famiglia perché non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente. La disoccupazione giovanile e il precariato risultano essere il dramma più grande che oramai vivono tutte le famiglie. La mancanza di lavoro è “il” problema, che colpisce in questo momento la maggior parte delle famiglie, sviluppando una nuova povertà.
LAVORO E PRECARIATO
Ci sono una forte mobilità, un forte precariato, e molto lavoro nero o sottopagato, che genera un’instabilità psicologica e relazionale nelle persone, rendendo più difficile il pensare a prospettive per il futuro, come quella di formare una famiglia. A tutto questo, va aggiunta la situazione drammatica delle zone colpite dal terremoto e dalle calamità legate alla neve, dove è stata emergenza nell’emergenza. La Confederazione italiana agricoltori parla già di oltre 700 milioni di euro tra danni alle produzioni e alle strutture e mancata commercializzazione: e si tratta di stime provvisorie. Non occorre molto per capire che la differenza di reddito tra un manager, un politico, un professionista, un industriale e un operaio pagato con i voucher o un disoccupato è davvero inaccettabile sul piano della giustizia sociale e che alcune retribuzioni pensionistiche sono semplicemente scandalose in confronto all’indigenza di tanti.
ACCANTO ALLA POVERTA’, IL FENOMENO DELLO SPRECO
Accanto al fenomeno della povertà, c’è poi il fenomeno dello spreco. Esso stride con la povertà di tanti: oltre sette milioni, l’11,8% della popolazione, sono le persone che non si possono permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni e la percentuale sale al 17,4% nel Mezzogiorno (Fonte Coldiretti). Nel 2015 ogni italiano ha gettato nella spazzatura ben 76 chili di cibo, ai quali si aggiungono gli sprechi legati all’intera filiera (agricoltura, trasformazione, distribuzione commerciale, consumo, ristorazione) per un valore complessivo di 12,5 miliardi. Occorre qui impostare un lavoro di educazione alla sobrietà e all’uso ragionato delle risorse e dell’alimentazione: è questo un ambito di pre-evangelizzazione, che implica l’invito a una reale conversione di mentalità e a un cambiamento di abitudini di vita, spesso consolidate e ampiamente diffuse. Il ruolo dei pastori e dei laici cristiani può risultare rilevante in quest’opera di sensibilizzazione, di denuncia e di annuncio, capace di segnalare e testimoniare stili di vita ispirati alla sobrietà e alla condivisione.
L’AZIONE DELLE CARITAS
Di fronte agli scenari descritti, possiamo affermare che le Caritas diocesane dell’Abruzzo e del Molise portano avanti con fedeltà il loro servizio quotidiano di ascolto, osservazione e discernimento per l’animazione socio-pastorale del territorio, in una realtà in continuo mutamento e nella volontà di attuare le strategie più consone per rispondere ai bisogni intercettati. Accanto ai percorsi di formazione spirituale, umana e sociale che accompagnano l’azione, si sta cercando di armonizzare fra loro le attività che sono punti fermi dell’agire proprio della Caritas, in particolare le mense, i dormitori, le strutture di accoglienza, i centri di distribuzione di vestiario e di alimenti, con nuove azioni/servizi che, a partire dalla lettura dei fenomeni sociali degli ultimi anni e nello spirito della riflessione scaturita dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, siano espressione della volontà di farsi prossimi all’altro, anche nelle periferie esistenziali spesso richiamate da Papa Francesco.Nello specifico si sta provando a realizzare specifici progetti di ascolto diffuso, per la presa in carico e l’accompagnamento delle situazioni che normalmente non vengono intercettate nei Centri d’Ascolto diocesani o parrocchiali. Il riferimento è all’ascolto effettuato con unità di strada, a quello in situazioni di “frontiera” come le case circondariali e i quartieri periferici, oppure in situazioni nuove o con dinamiche specifiche, come i paesi in via di spopolamento, le comunità rom o di immigrati stanziali.
ACCOGLIENZA E UNITA’ DI STRADA E DI FRONTIERA
Un’altra scelta importante è quella dell’accompagnamento delle comunità nell’accoglienza e comprensione di quello che è uno dei più grandi fenomeni migratori della storia dell’umanità, oggi in atto. La prevalente funzione pedagogica richiamata nello statuto della Caritas ci guida nel farci prossimi alle comunità che si sentono investite di responsabilità, compiti o ruoli sconosciuti fino a qualche anno fa. Sono nati strumenti info-formativi per sperimentarsi in un’accoglienza diffusa, che ha visto famiglie, comunità parrocchiali e religiose o le stesse Caritas diocesane aprire le proprie porte. Si tratta di un percorso che ci vede impegnati non solo nella prima accoglienza delle persone, ma anche nella successiva riconquista della loro autonomia, aiutandole a inserirsi gradualmente nel contesto sociale e sul territorio. Diverse Caritas diocesane stanno sperimentando formule innovative, quali gli empori della solidarietà, piccoli supermercati solidali in sostituzione della formula dei pacchi viveri, scelta che va nell’ottica della responsabilizzazione e della crescita della persona. Altra opzione di fondo che le Caritas stanno vivendo è quella di una maggiore collaborazione con gli uffici diocesani della Pastorale Familiare, anche attraverso una progettualità regionale. In questa scelta c’è la volontà di vedere la famiglia come soggetto e non solo come oggetto della carità.
Si avverte l’urgenza di educare alla cittadinanza nei cammini ordinari o anche con scuole di formazione socio politica.
Bisogna stimolare e riscoprire sempre più azioni di solidarietà familiare, di “buon vicinato”, di prossimità, attraverso iniziative di accoglienza dell’“altro” nelle proprie abitazioni, nelle parrocchie o in luoghi di vita comune e mediante progettualità che mirino all’accompagnamento o all’affido tra famiglie e tra famiglie e singoli e che propongano l’attenzione e la presa in carico da parte della comunità delle situazioni di fragilità.