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Lunedì, 01 Giugno 2026 15:42

Il compleanno della Repubblica: tra cavalli in fuga e l’anima smarrita della Costituzione

Calamandrei

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​"La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà."

— Piero Calamandrei


​Martedì l’Italia intera si fermerà per celebrare un traguardo storico: gli 80 anni della nostra Repubblica, nata da quel soffertissimo e radioso referendum del 1946. Eppure, mentre i palazzi della politica lucidano i marmi per i discorsi ufficiali e si preparano le parate di rito, la cronaca più bizzarra e metaforica decide di rubare la scena. A Roma, domenica scorsa, un gruppo di cavalli in fuga appartenenti ai reggimenti della scorta d’onore ha seminato il panico tra il traffico della Capitale, galoppando liberi e spaventati tra auto e passanti. Un’immagine surreale, quasi felliniana, che sembra la trasposizione plastica del nostro presente: mentre la Repubblica festeggia la sua veneranda età, i simboli della stabilità scappano via, fuori controllo, lasciandoci a guardare il traffico impazzito della modernità.

​Viene da chiedersi, allora, se quella fuga di destrieri non sia il sintomo di un’evasione ben più profonda e dolorosa. Cosa resta, oggi, dello spirito profondo dei padri fondatori e dei giganti del pensiero che hanno edificato l'architettura civile e morale dell'Italia? Che fine hanno fatto le lezioni di Piero Calamandrei, Giuseppe Mazzini e Cesare Beccaria? Ma soprattutto, ci ricordiamo ancora della fatica materiale, tecnica e politica che è servita per farla nascere, quella Repubblica?

​Qui crolla il palco dell'ipocrisia celebrativa, ed è qui che sento il dovere di rivolgermi con estremo rimprovero a quelli della mia generazione. Lo dico senza sconti: abbiamo fallito. Siamo la generazione che ha tragicamente tradito i padri e che, per ignavia o egoismo, non ha saputo crescere i figli. Abbiamo ereditato una democrazia solida, pagata col sangue e ricostruita col sudore, e l'abbiamo consumata come se fosse una risorsa infinita, restituendo ai nostri ragazzi un Paese impoverito di ideali, precario nei diritti e privo di orizzonti. Abbiamo scambiato la libertà con il benessere individuale, smettendo di insegnare il valore della memoria e il rigore del dovere civico.

​Dietro le quinte del 1946: Il lavoro preparatorio immane di Nenni e Giannini

​Prima dei grandi discorsi d'insediamento, prima dei sogni costituzionali, c'è stato un biennio drammatico e febbrile in cui l'Italia ha dovuto letteralmente reinventarsi dalle ceneri della guerra. Tra il 1945 e il 1946, la nascita della Repubblica non è stata un passaggio automatico, ma il frutto di un lavoro preparatorio immane guidato da due figure straordinarie e spesso lasciate in secondo piano dalla retorica monumentale: Pietro Nenni e Massimo Severo Giannini.

​Nominato Ministro per la Costituente nel giugno del 1945, il leader socialista Pietro Nenni si trovò davanti a un Paese materialmente distrutto e politicamente spaccato. Con una lungimiranza rara, Nenni capì che per evitare il caos e garantire la tenuta democratica serviva un apparato tecnico d'eccellenza. Chiamò così al suo fianco come capo di gabinetto un giovane e geniale giurista, Massimo Severo Giannini, destinato a diventare uno dei più grandi amministrativisti della storia italiana.

Insieme, dal nulla e in pochissimi mesi, Nenni e Giannini compirono un'impresa titanica:

​La Commissione per studi filosofici e storici: Giannini organizzò una fittissima rete di sottocommissioni ministeriali (il celebre "Ministero per la Costituente") per studiare i sistemi elettorali di tutto il mondo, le forme di Stato, le autonomie locali e i diritti sociali. Produssero decine di volumi di materiale scientifico che servirono da "libretti d'istruzione" per i futuri membri dell'Assemblea Costituente.
​La macchina del Referendum e il voto alle donne: Organizzare le prime elezioni libere in un'Italia devastata, priva di trasporti efficienti e con anagrafi comunali distrutte dai bombardamenti, fu un miracolo logistico e normativo. Nenni ci mise la spinta politica e la passione popolare; Giannini la precisione chirurgica dei decreti attuativi. Fu proprio in quel contesto che si compì la più grande rivoluzione democratica del Paese: il primo voto delle donne a livello nazionale. Milioni di cittadine si recarono alle urne con le scarpe lucide e il cuore in gola, consce di scrivere la storia. Tuttavia, l'accesso formale alla cabina elettorale fotografò una realtà politica ancora fortemente maschile: su 556 deputati totali che avrebbero dovuto scrivere la nuova Carta fondamentale, solo 21 donne furono elette nell'Assemblea Costituente. Eppure, quelle pochissime "madri costituenti" – da Nilde Iotti a Teresa Noce, da Lina Merlin a Maria Federici – riuscirono a incidere in modo indelebile sul testo, imponendo il principio della parità di genere e dei diritti sociali.

​Senza quel retroterra tecnico e quella dedizione burocratica, la transizione istituzionale sarebbe potuta sfociare in una nuova guerra civile. Quell'ossatura solida permise ai padri e alle pochissime madri costituenti di avere una base scientifica su cui poggiare i propri ideali. Un'eredità immensa che la mia generazione ha sperperato, dimenticando che i diritti si difendono solo praticando i doveri.

Piero Calamandrei: La Costituzione come promessa incompiuta

​Quando Piero Calamandrei parlava ai giovani, ricordava sempre che la Costituzione era un "testo in parte polemico", nato per negare il passato fascista, ma soprattutto una promessa di futuro. Per Calamandrei la democrazia non era un dono statico, bensì un cantiere aperto, un compito permanente che richiedeva la "fede civile" di ogni singolo cittadino.

​Oggi, osservando il dibattito pubblico, si ha spesso l'impressione che la Carta sia diventata un feticcio da sventolare a seconda della convenienza politica, piuttosto che un faro da seguire.

​La partecipazione democratica: Calamandrei vedeva nell'indifferenza il pericolo più grande. L'astensionismo record che caratterizza le ultime tornate elettorali è il segno tangibile che quel "combustibile" di cui parlava il giurista si sta esaurendo.
​La giustizia sociale: L’articolo 3, che impone di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l'eguaglianza, risuona oggi come un monito severo di fronte a disuguaglianze crescenti e a una precarietà giovanile endemica.

​Se lo spirito di Calamandrei potesse parlare oggi, ci guarderebbe con severità. Ci rimprovererebbe di aver ridotto gli 80 anni della Repubblica a una mera coreografia istituzionale, lasciando i nostri figli orfani di quella "fede civile" che noi stessi abbiamo smesso di alimentare.


​Giuseppe Mazzini: I doveri dell'uomo e l'Unità morale

​Facendo un passo indietro nel tempo, l’impalcatura etica della nostra nazione affonda le radici nel Risorgimento, e in particolare nel pensiero di Giuseppe Mazzini. Per Mazzini, l’Italia non doveva essere solo un'espressione geografica o un accordo doganale, ma una comunità morale fondata sul binomio inscindibile di "Diritti e Doveri".

​Nel panorama contemporaneo, tuttavia, assistiamo a un’ipertrofia dei diritti individuali a discapito totale dei doveri collettivi.

​L'individualismo sfrenato: La nozione mazziniana di "patria come associazione" è stata sostituita da un condominio rissoso, dove ognuno rivendica il proprio spazio a scapito del bene comune.
​Il senso della missione: Mazzini credeva che una nazione avesse senso solo se portatrice di un ideale universale di fratellanza e progresso. Oggi la politica estera e la visione interna sembrano schiacciate sul presente immediato, sulla gestione delle emergenze e sul consenso a breve termine misurato sui social network.

I cavalli che scappano per le vie di Roma sembrano proprio la metafora di questa sbrigliata corsa verso l'individualismo, dove le redini della responsabilità collettiva sono state mollate da una generazione che ha pensato solo a consumare il presente.


​Cesare Beccaria: L’umanità del diritto e l'ombra del populismo penale

​Se guardiamo poi ai pilastri della nostra civiltà giuridica, il pensiero si volge inevitabilmente a Cesare Beccaria. Il suo trattato Dei delitti e delle pene ha insegnato al mondo intero che la giustizia non deve mai confondersi con la vendetta, che la pena deve essere utile, proporzionata e orientata al recupero della persona.

​La nostra Costituzione, all'articolo 27, ha recepito appieno la lezione di Beccaria stabilendo che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ma cosa resta di questo spirito nell'Italia del nostro tempo?

​Il sovraffollamento carcerario: Le nostre prigioni continuano a essere luoghi di sofferenza e disperazione, spesso distanti anni luce dallo standard di dignità preteso da Beccaria.
​Il populismo giudiziario: La tendenza a invocare "pene esemplari" o a cavalcare la rabbia sociale per fini elettorali contrasta apertamente con la razionalità illuminista. La giustizia rischia di diventare un’arena mediatica dove il garantismo viene confuso con l'impunità.

​Non abbiamo saputo tramandare ai nostri figli la cultura del diritto, permettendo che crescessero in una società che scambia la giustizia con la gogna sommaria, rinnegando secoli di civiltà giuridica.


​Riprendere le redini del futuro

​L’ottantesimo anniversario della Repubblica non può e non deve ridursi a una sterile operazione nostalgica. La coincidenza surreale di questa ricorrenza con la cronaca di domenica scorsa e dei suoi cavalli in fuga ci offre, paradossalmente, l'occasione per un esame di coscienza spietato. I cavalli spaventati cercano la libertà, ma senza una guida rischiano solo di ferirsi. Allo stesso modo, i nostri figli, lasciati soli da genitori che hanno abdicato al proprio ruolo educativo e morale, vagano nel caos di un mondo precario.

​Lo spirito di Calamandrei, Mazzini e Beccaria, unito alla straordinaria concretezza del lavoro di Nenni e Giannini e al coraggio delle 21 donne elette, è il patrimonio che abbiamo sotterrato. Quelle idee sono scritte nero su bianco sui libri di storia; spetta a noi, i veri colpevoli di questo stallo, l'ultimo dovere di riscatto.

​Celebriamo pure i martedì di festa, sventoliamo il tricolore e ascoltiamo gli inni. Ma subito dopo, chiediamo scusa ai nostri figli e torniamo a rimboccarci le maniche per ricostruire quella "comunità di intenti" che ottant'anni fa permise a un Paese in macerie di rialzarsi. È tempo di dimostrare che possiamo ancora riprendere le redini, per espiare il nostro tradimento e consegnare a chi viene dopo di noi una Repubblica che sia finalmente degna di questo nome.