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"...lu parròzze, ogne matine, pe’ lu cannaròzze passe la sise de l’Abbruzze me’.
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Cinque anni dopo il suo arrivo al Vittoriale, Gabriele d’Annunzio iniziò una intensa corrispondenza epistolare con il pasticciere pescarese Luigi D’Amico (1885-1954), imparentato allo scrittore per averne sposato la figlia di una cugina. Enrico Di Carlo, scrivie storie interessanti in Gabriele d’Annunzio e la gastronomia abruzzese, come quella sul parrozzo.
Le lettere e i telegrammi che i due si scambiarono per oltre un decennio, dal 1926 al 1938, dimostrano non solo la stima e la considerazione reciproche, ma anche l’attaccamento alla propria regione presente nei due conterranei, sia pure in forma diversa.
A metà degli anni Venti, D’Amico aveva dato nuovo impulso all’azienda famigliare fondata dal nonno Luigi e, successivamente, diretta dal padre Biagio, con l’avvio di alcune importanti iniziative: la creazione, nel 1926, dei dolci “Parrozzo” e “Senza nome”, e l’apertura, nel 1927, di un locale denominato “Ritrovo del Parrozzo”.
Quei mesi, oltre a segnare il destino dell’industria dolciaria, furono decisivi anche per il futuro di Pescara che, nel dicembre 1926, venne elevata a capoluogo di provincia. Il nuovo Comune nacque dall’unione dei due preesistenti centri di Pescara (in provincia di Chieti) e di Castellammare (in quella di Teramo).
Portano la data del 6 dicembre i telegrammi inviati da Benito Mussolini, capo del Governo, a Gabriele d’Annunzio e al sindaco di Pescara, Umberto Ferruggia. Al poeta scrisse: «Oggi ho elevato la tua Pescara a capoluogo di Provincia. Te lo comunico perché credo che ti farà piacere. Ti abbraccio».
Molto più formale è il testo redatto per il primo cittadino: «Oggi su mia proposta Consiglio Ministri ha elevato cotesto Comune alla dignità di capoluogo di provincia. Sono sicuro che col lavoro, con disciplina, con fede fascista cotesta città si mostrerà sempre meritevole della odierna decisione del governo fascista».
Lavoro e disciplina: due aspetti, questi, che sono stati anche alla base dell’impegno profuso da D’Amico il quale, appena tre mesi prima, il 27 settembre, aveva scritto a d’Annunzio:
"Illustre Maestro.
Questo parrozzo – il Pan rozzo d’Abruzzo – vi viene da me offerto con un piccolo nome legato alla vostra e alla mia giovinezza.
Ricordate Fidalma D’Amico? Il ricordo di questa mia cara parente deve essere legato alle vostre gaie partenze per il collegio di Prato...
Ho voluto unire queste due offerte – il ricordo e... il dolce – perché conosco il valore di certi ricordi per l’anima vostra.
Ora la piccola azienda si è ingrandita, io ho cercato di attribuirvi la mia operosa attività, ed ecco un piccolo esempio della accresciuta fatica. Esso diventerà un premio se avrà il vostro prezioso consentimento.
Il vostro devotissimo
Luigi D’Amico"
La lettera chiarisce, in apertura, che l’inventore del dolce si era rivolto a d’Annunzio per ricevere una sorta di “imprimatur” e non perché trovasse – come erroneamente si crede – il nome alla specialità.
Per la creazione del Parrozzo, D’Amico si era ispirato al pane rozzo dei contadini abruzzesi fatto con il granturco, di forma semisferica e cotto nel forno a legna. Facendo rimanere la forma inalterata, aveva riprodotto il giallo del granturco con quello delle uova e aveva adoperato una copertura di finissimo cioccolato per imitare lo scuro delle bruciacchiature caratteristiche della cottura nel forno a legna.
Il 9 novembre 1926, su carta intestata “Io ho quel che ho donato”, il poeta inviò a Luiggine d’Amiche «questo madrigale [che] ha la grazia arguta e morbida di un canto popolare, provocata anche dalla specifica natura del dialetto pescarese»:
"È ttante bbone ’stu parrozze nóve
che pare na pazzíe de San Ciatté
ch’avesse messe a ’su gran forne te’
la terre lavurate da lu bbove,
la terra grasse e lustre che se cóce,
chiù tonne de ’na pròvole, a ’su foche
gientile, e che duvente a poche a poche
chiù doce de qualunqua cosa ddóce.
Benedette D’Amiche e San Ciatté!
O Ddie, quanne m’attacche a lu parròzze,
ogne matine, pe’ lu cannaròzze
passe la sise de l’Abbruzze me’.
Gabbriele
[…]"
Qualche tempo dopo, Luigi D’Amico aveva messo in commercio un altro dolce con il nome di “Cassata Aterno”: nome che, a suo dire, era poco promozionale. Pensò, così, di rivolgersi al poeta, mandandogli, a fine novembre, il prodotto perché lo assaggiasse e, soprattutto, gli attribuisse una più confacente denominazione.
Il 2 dicembre, su carta intestata “Ardisco non Ordisco”, d’Annunzio ringraziò per avergli fatto giungere i dolci «’n che lu nome (il Parrozzo, n.d.c.) e senza nome»:
"Care Luiggine,
’sta puverelle de Carmele (e, pe’ la memoria de chill’alltre Luiggine, t’arrengrazie de lu bbene che j’ hai fatte) ha venute càreche de dolge ’n che lu nome e senza nome!
Tu ha’ da sapé che i’ facce lu diggiune de quarant’ore, tutte l’anne. ’Sti cose bbone arrìve proprie ’n mezze a li quarant’ore: e n’n me le pozze magnà.
Me li magne dumane matine; te trove lu nome; e te scrive. Ma i voie cumprà miliune e miliune de parrozze coma ’nu clientucce qualunque. Se tu vuo’ fa’ lu dunatore cucciute, i’ te lève l’amicizzie.
Si’ capite?
T’abbracce.
Gabbriele"
Tale fu la gioia del “caro Luigino” nel leggere quelle parole che, il 6 dicembre, al «Principe Gabriele d’Annunzio», inviò il seguente telegramma:
"Più che conquiso avvinto dalla graziosa Vostra amorevolezza permettetemi Ve ne ringrazi col reverente atto caro allo affettuoso ossequio del buon contadino nostro baciandoVi la mano da cui rifiorisce tanto deliziosa cordialità nella bella parlatura paesana Stop Del nuovo messaggio che mi reca un così vivo palpito del Vostro gran cuore con la promessa generosa di un ulteriore Vostro prezioso scritto Vi son grato dal profondo Stop La squisita delicatezza Vostra si preoccupa di cosa minima Stop Sono sarò sempre orgoglioso di essere provveditor Vostro privilegiato di quanti Parrozzi Vi piacerà acquistare Cliente primissimo della mia Casa Stop Confido tuttavia che indipendentemente dai Vostri riveriti ordini non vorrete privarmi della straordinaria intima soddisfazione di farVi giungere ogniquando un atto silenzioso modesto di reverente pensiero da chi dal suo posto di lavoro tanto spesso affisa lo sguardo verso la benedetta Casa ora tutta armata dei ponti murari Stop Serbatemi il tesoro per me impareggiabile della Vostra cordiale benevolenza credetemi mio Comandante beneamato tutto Vostro devoto sempre
Luigi D’Amico"
Intanto, lo stesso giorno, rispettando l’impegno preso, il Principe di Montenevoso compose una spiritosa quartina dialettale per la quale, molto probabilmente, aveva trovato ispirazione dal miele, tra i principali ingredienti della nuova specialità:
"Ca tu le vuo’ chiamà la Melitusse
ca tu le vuo’ chiamà lu Melicrò
a vocca piena e senz’alzà lu musse
“Chiamale” – i’ diche – “coma cazze vuo’!”."
Tratto da Enrico Di Carlo, Gabriele d’Annunzio e la gastronomia abruzzese, Castelli, Verdone editore, 2010



