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Lunedì, 05 Maggio 2025 18:41

Non è più tempo di premi. È tempo di silenzio, di autocritica, di umiltà.

Cds
"La libertà è minacciata ogni volta che la stupidità e la violenza si alleano."
— Eugène Ionesco

Era il maggio del 1985, un altro mondo, un altro Medio Oriente. Israele si ritirava dal Libano, dove aveva combattuto una guerra lunga e brutale contro i terroristi dell’OLP di Arafat. Una guerra che aveva dilaniato Beirut, destabilizzato la regione e scosso profondamente anche l’opinione pubblica israeliana. In quello stesso anno, Milan Kundera — lo scrittore dell’Insostenibile leggerezza dell’essere, il romanziere della memoria e della libertà — si recava a Gerusalemme per ricevere il Premio omonimo, un riconoscimento conferito agli scrittori che si sono distinti nella difesa della libertà dell’individuo nella società.

Era un gesto simbolico: premiare Kundera, esule dalla Cecoslovacchia occupata dai carri armati sovietici, significava dire che Israele era, pur tra mille contraddizioni, una democrazia capace di premiare la parola libera. Il Premio Gerusalemme era stato dato anche a Isaiah Berlin, Bertrand Russell, Simone de Beauvoir, Susan Sontag: nomi che rappresentano la coscienza critica dell’Occidente.

Ma oggi, in un maggio molto diverso, Israele non è proprio da premiare.

Dopo l’attacco criminale di Hamas del 7 ottobre 2023, Israele ha risposto con una guerra che non distingue più tra colpevoli e innocenti. Gaza è diventata un deserto di macerie. Quartieri rasi al suolo, campi profughi bombardati, bambini estratti dalle rovine, centinaia di migliaia di sfollati. Le immagini parlano da sole, ma non bastano più. Si è oltrepassato il confine tra difesa e punizione collettiva, tra diritto alla sicurezza e disprezzo per la vita altrui.

“La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio,” scriveva Kundera. E oggi, invece, domina l’oblio. Si dimentica che dietro ogni cifra ci sono vite; si dimentica che una democrazia si misura non solo da chi protegge, ma da come lo fa. Israele sembra aver dimenticato ciò che un tempo rappresentava: un rifugio per un popolo perseguitato, costruito sulla memoria della Shoah, sulla lezione tragica dell’umanità calpestata. Oggi quel rifugio agisce, in nome della propria sicurezza, come se la sicurezza valesse più della giustizia.

Ionesco ci aveva avvertiti: “Chi accetta tutto non capisce nulla.” Accettare tutto in nome dell’antisemitismo da combattere o del terrorismo da fermare non è più sufficiente. La libertà difesa con il pugno chiuso perde il suo senso, diventa un’ombra. Israele, fondato sulla promessa di libertà, sembra oggi alimentare l’ingiustizia, chiudendo gli occhi di fronte all’enormità della propria risposta militare.

Non si tratta di negare il diritto di Israele a difendersi. Ma difendersi non significa annientare. Non significa ridurre un intero popolo a bersaglio. Non significa bombardare campi dove i rifugiati dormono. La libertà che il Premio Gerusalemme celebra non può essere compatibile con una guerra senza limiti.

“La vera bontà dell’uomo può manifestarsi in tutta la sua purezza e libertà solo nei confronti di chi non ha alcun potere,” scriveva ancora Kundera. Oggi il popolo palestinese non ha potere. Né Stato, né esercito, né rifugio. E chi ha tutto il potere, come Israele, ha anche tutta la responsabilità.

Non è più tempo di premi. È tempo di silenzio, di autocritica, di umiltà. Di memoria. Quella memoria che impedisce all’uomo di diventare ciò che ha subito.

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