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Venerdì, 30 Maggio 2025 10:24

Il tricolore, la sindaca e il “Dottor Sottile”: l’arte di piegare tutto (anche la bandiera) alla retorica

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"I politici sono sempre gli stessi: promettono ponti anche dove non ci sono fiumi. E quando i fiumi ci sono, si guardano bene dal costruirli."
— Indro Montanelli

Quando entra in scena Giuliano Amato, alias il celeberrimo Dottor Sottile, c’è sempre da aspettarsi un colpo di fioretto dialettico. E infatti non ha deluso. In occasione degli 80 anni del quotidiano Alto Adige, l’ex premier ha deciso di spiegare all’Italia perché la neo-sindaca di Merano, Katharina Zeller, ha fatto bene a rifiutare la fascia tricolore. Non un gesto di rottura istituzionale, no: secondo Amato, si è trattato di una reazione perfettamente comprensibile… a un maschio impositore.

Sì, avete capito bene. Per il giurista che ha giurato più volte su quella Costituzione che al suo articolo 12 celebra proprio il tricolore, il vero problema non è il simbolo rifiutato, ma l’uomo che lo porgeva. A suo dire, la fascia era stata offerta in un momento “non previsto” e quindi la sindaca avrebbe avuto tutto il diritto di fare spallucce e scansare il verde, il bianco e il rosso come fossero una sciarpa fuori moda.

Il tutto, ovviamente, letto in chiave di genere, come se si trattasse della scena madre di un dramma esistenziale tra patriarcato e autodeterminazione. Insomma, più che una cerimonia istituzionale, pare di essere finiti in un seminario di sociologia postmoderna, con tanto di footnote ideologica.

E mentre l'Italia discute, Amato punta il dito sui giornali — colpevoli, a suo dire, di aver alzato troppo il tono. In Inghilterra, assicura, simili episodi finirebbero tra le notizie brevi. Un consiglio forse valido, ma che fa sorridere detto da uno che ha trasformato l’ambiguità in arte politica, e che, con l’aria da nonno sapiente, riesce sempre a spiegare perché anche l’evidenza… è opinabile. Anzi, se la realtà non coincide con l’argomentazione, tanto peggio per la realtà.

Del resto, il soprannome “Dottor Sottile” non gli fu dato a caso: capace di trovare logiche invisibili anche dove la logica si è già congedata, riesce a difendere tutto e il contrario di tutto — persino il rifiuto di un simbolo nazionale — con la grazia di chi non prende mai posizione… senza aver prima controllato dove tira il vento. Un equilibrismo verbale che fa quasi dimenticare il peso istituzionale delle parole, ridotte a sofisticati giri di valzer.

Ironia della sorte, il tricolore è rimasto piegato. Non tanto fisicamente, quanto nella narrazione, spiegata con sottigliezza, certo, ma anche con una buona dose di quel funambolismo retorico che ormai è il suo marchio di fabbrica. Tutto si trasforma in messaggio, gesto, sottotesto. E intanto il simbolo, quello vero, perde peso, resta sospeso.

Curioso, poi, come i politici italiani non riescano mai davvero a uscire di scena. Passano governi, si sciolgono partiti, si ridisegnano equilibri. Ma loro, i professionisti della politica a tempo indeterminato, restano lì, pronti a dire la loro su tutto, anche su quello che non li riguarda più. E più passano gli anni, più sembrano parlare non per chiarezza, ma per il gusto di complicare. Anche quando basterebbe un silenzio elegante, o al massimo una stretta di mano.

 

E mentre Amato disquisisce con classe, il dubbio resta: è più grave non indossare la fascia o giustificare il gesto con un’acrobazia degna del Cirque du Soleil?

Ultima modifica il Venerdì, 30 Maggio 2025 10:41

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