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Giovedì, 11 Settembre 2025 11:56

Stefano Benni, la sua morte: un colpo d’aria gelida in una stanza di luce

Musica per vecchi animali: l’epopea di un canto fragile e universale

"La vita non è che un sogno, e i sogni, ahimè, finiscono sempre troppo presto." – Federico García Lorca

La morte di Stefano Benni, recente e colpevolmente rimasta sotto silenzio mediatico, si avverte come un colpo d’aria gelida in una stanza di luce. Il mondo culturale italiano sembra aver dimenticato troppo presto chi ha osato rompere le convenzioni, chi ha saputo fondere ironia e malinconia, comico e tragico, quotidiano e mito. Eppure, il silenzio stesso diventa simbolo: la sua arte non era riducibile, la sua voce non poteva essere contenuta, e ora il vuoto che lascia amplifica la sua presenza invisibile ma potente.

Benni non era soltanto scrittore o umorista: era un visionario del reale, un poeta della follia quotidiana, un narratore capace di trasformare l’assurdo in rivelazione, la comicità in riflessione, il surreale in canto dell’anima. La sua unica regia, “Musica per vecchi animali” (1989, con Umberto Angelucci), resta un monumento di poesia cinematografica, un luogo in cui la vita stessa respira tra le immagini, dove la memoria dei personaggi si fonde con il sogno e la loro fragilità diventa melodia.

La riflessione su Daniel Pennac illumina ancora di più la specificità di Benni. Pennac celebra la tenerezza dei gesti e l’umanità nella vita quotidiana, accompagna il lettore con delicatezza, avvolgendolo in un calore narrativo. Benni, invece, trascina lo spettatore in un vortice emotivo: l’ironia diventa energia, l’assurdo diventa chiave di comprensione del mondo, il comico convive con il tragico in una sinfonia che respira e pulsa. Dove Pennac consola, Benni scuote; dove Pennac accompagna, Benni trascina; dove Pennac narra, Benni canta.

I vecchi animali del film non sono creature ordinarie: sono testimoni del tempo, portatori di memoria e saggezza fragile, custodi di emozioni che resistono al tempo e al mondo moderno. La frase di Felice Andreasi, «Nella vita ci si sveglia sempre, meno una volta», risuona come un monito universale, un canto che attraversa epoche e culture, un invito a celebrare la vita anche nella consapevolezza della sua finitezza.

Il cinema di Benni si confronta naturalmente con i maestri della visione: Jarmusch e Jodorowsky, con un accento su Lynch.

Jim Jarmusch: poeta della lentezza, del silenzio, della quotidianità trasformata in poesia. Benni condivide questa capacità: nei suoi silenzi e nelle pause narrative, nei dettagli apparentemente insignificanti, nasce la profondità. La vita diventa osservazione, la comicità diventa lente poetica sul mondo, e il banale si trasforma in straordinario.
Alejandro Jodorowsky: maestro della visione totale e simbolica. Benni ne eredita la libertà, la capacità di trasfigurare il reale in mito e simbolo, la forza di rompere le regole narrative. Ma lo fa con leggerenza e ironia, senza sacrificare l’umanità dei suoi personaggi, trasformando il surreale in abbraccio poetico piuttosto che in apocalisse visiva.
David Lynch: il regista dell’inquietudine e del perturbante. In Benni, come in Lynch, comico e perturbante convivono, realtà e sogno si mescolano, luce e ombra dialogano, ma sempre con un tono dolce e umano, che trasforma la follia in canto e non in terrore.

Il confronto letterario con Luis Sepúlveda, autore de La gabbianella e il gatto, aggiunge un’altra dimensione: come Sepúlveda, Benni racconta la fragilità, il coraggio e la diversità degli esseri viventi. Ma mentre Sepúlveda privilegia la dolcezza morale, Benni intreccia ironia, surrealismo e malinconia, creando un universo dove l’incontro tra creature diverse diventa poesia viva, canto della memoria e della vita, festa del possibile nell’impossibile.

E se volgiamo lo sguardo ai grandi del passato, Rabelais e Giambattista Basile, scopriamo le radici profonde della sua poetica:

Rabelais: il grottesco, l’esagerazione, il comico come strumento di indagine sociale e umana. Benni eredita la capacità di usare l’assurdo per rivelare verità, trasformando la satira in poesia, il riso in riflessione.
Basile: il mondo fiabesco e simbolico, la magia che parla alle emozioni più profonde. Benni prende da Basile la libertà di giocare con il fantastico, di trasformare il quotidiano in mito e ogni gesto in canto universale.

In “Musica per vecchi animali”, questi influssi convergono: il surrealismo e l’esagerazione di Rabelais, la fiaba simbolica di Basile, la lentezza poetica di Jarmusch, la visione totale di Jodorowsky, l’inquietudine di Lynch e la tenerezza di Sepúlveda. Il risultato è un universo unico, dove i vecchi animali diventano custodi di memoria, poeti della vita e cantori dell’assurdo umano.

Il canto dei vecchi animali attraversa il tempo, lega passato e presente, memoria e sogno. È fragile e potente insieme, un canto che ci ricorda la capacità di ridere quando tutto sembra perduto, di amare nella solitudine, di vivere nonostante la consapevolezza della fine. Benni trasforma la fragilità in poesia, l’imperfezione in musica, il dolore in canto universale.

Il silenzio mediatico sulla sua morte diventa quindi un segno più scandaloso, perché un artista capace di trasformare l’assurdo in lirismo e la fragilità in bellezza meritava celebrazione immediata. La sua eredità sopravvive, tuttavia, nella musica dei vecchi animali: un canto sospeso tra vita e sogno, tra memoria e immaginazione, tra comico e tragico.

“Musica per vecchi animali” è così un manifesto poetico e universale: un invito a guardare il mondo con occhi nuovi, a sentire la musica nascosta nelle pieghe della realtà, a percepire la poesia nelle imperfezioni dell’umano, dai piccoli gesti quotidiani alle epiche dei grandi del passato. Benni ci ricorda che, anche quando il mondo tace e anche quando i media ignorano, il canto della vita resiste, fragile ma eterno, tra Jarmusch e Jodorowsky, tra Lynch e Sepúlveda, tra Rabelais e Basile, tra sogno e realtà, tra ironia e profondità poetica.