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Martedì, 28 Ottobre 2025 17:44

Cemento e potere: tra Orban, il Pd e la metafora della costa apuana dimenticata

dal sito ufficiale del Governo dal sito ufficiale del Governo

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"Le parole sono pietre." — Carlo Levi

Nella tempesta delle dichiarazioni politiche europee, il nome Orban risuona come un tuono che divide e confonde.
Mentre il Pd commenta: “Parole sbagliate, speriamo di sentire Meloni”, e Tajani ribadisce che “l’Italia ha posizioni diverse”, l’eco di queste frasi si perde in un Paese dove la distanza tra le parole e i fatti è ormai un abisso.

In Ungheria come in Italia, e perfino nelle pieghe di una provincia che sembra marginale — Massa-Carrara, la costa apuana — la politica appare sempre più un esercizio di linguaggio, un interminabile gioco di dichiarazioni, mentre la realtà — quella vera, fatta di terra, di mare, di pietra e di vento — si sgretola in silenzio.

Le parole e le pietre

Le parole di Viktor Orban, pronunciate da Roma nell’intervista a Repubblica, hanno toccato nervi scoperti.
“Sulla guerra in Ucraina c’è ben poco da fare”, ha detto il premier ungherese, “l’Europa è ormai fuori dai giochi. Andremo a Washington per convincere Trump a togliere le sanzioni”.
E ancora: “Putin non deve essere demonizzato, bisogna piuttosto capire come convivere con lui”.

Parole che suonano come una resa, o forse una provocazione.
Parole pesanti come pietre, lanciate contro l’idea stessa di Europa.
Eppure, la loro eco rimbalza su un continente stanco, dove il linguaggio ha perso il suo peso e la politica la sua anima.

A Roma, Simona Malpezzi per il Pd reagisce: “Parole sbagliate. Speriamo che Meloni si faccia sentire.”
Giuseppe Conte aggiunge: “Orban sbaglia. Putin va condannato, ma serve una soluzione pacifica.”
Tajani media: “L’Italia ha posizioni diverse.”

Un coro di voci che sembrano più atti dovuti che convinzioni profonde.
Tutti parlano, nessuno scava. Nessuno osa dire che la crisi europea non è solo militare o economica, ma morale e linguistica: una malattia delle parole.

La costa apuana dimenticata

C’è un luogo che racconta meglio di mille discorsi lo stato dell’Italia: la costa apuana.
Un tratto breve di mare e di colline, tra sabbia, marmo e vento.
Un tempo era la soglia di un paradiso: il mare davanti, le montagne alle spalle, la luce che disegnava confini nitidi tra terra e cielo.
Oggi è una frontiera dimenticata, un simbolo perfetto di un Paese che parla di futuro ma non si accorge del presente che crolla.

Il Comitato Ugo Pisa di Massa lo scrive con dolore:

“Cencio parla male di straccio. Ma davanti al degrado della nostra costa e delle nostre colline, è difficile restare in silenzio.”

La costa apuana è la metafora del Paese: bella e ferita, ricca e trascurata, amata e tradita.
Qui tutto si tiene — il cemento che avanza, il mare che arretra, i torrenti che inghiottono la terra, le cave che divorano le montagne.
Qui, più che altrove, si misura la distanza tra le parole e i fatti, tra la retorica della “sostenibilità” e la realtà di un territorio dimenticato da chi dovrebbe proteggerlo.

Le cave che divorano le Apuane

Sopra la costa, le Apuane: montagne sacre, scabre, antiche come un’invocazione.
Per secoli hanno donato al mondo la loro bellezza trasformata in marmo: statue, templi, case, piazze, cattedrali.
Ma oggi quella generosità è diventata ferita.

Ogni giorno i camion scendono carichi, e ogni giorno un pezzo di montagna scompare.
I versanti si svuotano, le sorgenti si seccano, le vette si abbassano.
Le cave, che un tempo erano luoghi di fatica e di arte, sono diventate ferite industriali, immense cave di profitto dove la natura è ridotta a materia prima.

“Distruggono le Apuane come se fossero cave di sale”, ha scritto un attivista, “e chiamano sviluppo ciò che è scomparsa.”
Pasolini avrebbe riconosciuto qui la sua “mutazione antropologica”: la vittoria della merce sulla memoria.
E davvero, guardando quelle montagne mutilate, si ha la sensazione che il Paese stia scavando dentro sé stesso, cercando un’identità che non trova più.

Europa delle parole, Italia dei cantieri

Mentre Orban parla da Roma di un’Europa che “non ha più forza”, a Massa si costruisce, si scava, si distrugge.
Il Parco degli Ulivi diventa un progetto per una nuova Questura;
l’aeroporto del Cinquale torna tema di rilancio;
le aree ex Olivetti, ex Sensi Garden, ex Universal Bench vengono risucchiate nel vortice del cemento.

E intanto, la costa — quella che era il respiro del territorio — viene dimenticata.
Ogni estate si dice che “la spiaggia sarà ripristinata”, ma il mare continua a mangiare la sabbia, le correnti a trascinare via il suolo.
È un lento disfacimento che sembra invisibile, ma è lì, sotto gli occhi di tutti.
E la politica, troppo impegnata a commentare le dichiarazioni di Orban o i sondaggi di Bruxelles, non lo vede.

Politica senza territorio, territorio senza politica

La distanza tra Roma e Massa non è geografica, è morale.
È la distanza tra chi governa con le parole e chi vive tra le rovine delle decisioni.
Il cittadino apuano che guarda la montagna svuotarsi e il mare divorare la costa sente di appartenere a un’Italia che non ha più voce.

“Le nostre voci, pur indignate, non bastano,” scrive il Comitato Ugo Pisa.
Ma basterebbe che qualcuno ascoltasse, davvero, per capire che in questa piccola striscia di Toscana c’è un grido universale: non basta più parlare, bisogna ricominciare a custodire.

Le parole di Orban, come quelle dei politici italiani, mostrano la stessa malattia: l’abitudine al linguaggio senza conseguenze.
Ma le Apuane non mentono.
Ogni blocco di marmo portato via è un atto che resta.
Ogni metro di costa perduto è una frase non detta, un silenzio colpevole.

Il tempo del fare

C’è un filo che unisce le cave e le dichiarazioni di Orban: la presunzione del potere.
In entrambi i casi, è la fede cieca nella forza — della parola o del profitto — come se bastasse nominare le cose per dominarle.
Ma la natura, come la verità, non obbedisce.

“L’Europa è fuori dai giochi”, ha detto Orban.
Forse ha ragione — ma non perché è debole, bensì perché ha smesso di ascoltare.
Così come l’Italia ha smesso di ascoltare i suoi luoghi.
Ha smarrito la geografia morale che la teneva insieme: le montagne, le coste, i fiumi, le voci dei cittadini.
Oggi resta solo un grande rumore di fondo: quello delle ruspe, dei convegni, dei microfoni.

E mentre i ministri discutono di sanzioni e alleanze, la costa apuana — quel lembo di terra tra mare e montagna — resta lì, dimenticata e viva, testimone di un’altra idea di patria: concreta, fragile, umile, ma vera.

Epilogo: tornare alla terra

Tra Orban e la costa apuana, tra Roma e Carrara, il messaggio è lo stesso: la politica ha smarrito la propria terra.
Parla di sovranità, ma non sa più difendere il suolo su cui cammina.
Eppure, finché ci saranno cittadini capaci di dire “non basta più lamentarsi”, finché qualcuno salirà alle cave non per scavare ma per guardare, per ricordare, per difendere, allora qualcosa di vivo resisterà.

Forse il futuro dell’Europa — e dell’Italia — non si decide nei vertici di Bruxelles o nelle interviste dei capi di governo, ma nei luoghi dove la terra si consuma e la coscienza si accende.

Perché, come scrisse Levi, “le parole sono pietre”.
Ma pietre possono essere anche i silenzi, le attese, le mani che si oppongono alla distruzione.
E in questa Italia che dimentica, la costa apuana — fragile, bellissima, abbandonata — è il promemoria che resiste:
un confine tra ciò che eravamo e ciò che rischiamo di non essere più.

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