L’accordo che Donald Trump sta negoziando con l’Arabia Saudita rischia di ridefinire gli equilibri di sicurezza del Medio Oriente e cambiare radicalmente il panorama geopolitico del Golfo Persico. Al centro della controversia ci sono i caccia stealth F-35, la cui vendita a Riad rappresenta un nodo cruciale per Israele, gli Stati Uniti e le potenze regionali. L’operazione non è soltanto un affare commerciale; si tratta di un vero e proprio banco di prova della capacità americana di mantenere influenza in una regione in rapido mutamento, dove ogni mossa politica e militare è attentamente osservata dai governi locali, dai servizi segreti e dalle grandi potenze globali.
La posta in gioco non è solo militare. L’accordo intreccia dimensioni strategiche, tecnologiche, economiche e diplomatiche. Se concretizzato, Riad diventerebbe il secondo paese nel Medio Oriente a dotarsi dei caccia stealth di quinta generazione, accanto a Israele, ridefinendo il cosiddetto Qualitative Military Edge, il vantaggio tecnologico assicurato da Washington allo Stato ebraico per mantenere la supremazia aerea nella regione.
Mohammed bin Salman, il Principe ereditario saudita, è stato accolto negli Stati Uniti con una cerimonia di grande impatto. La pompa d’accoglienza, senza precedenti negli ultimi decenni, ha visto la partecipazione di circa 1.000 persone tra consiglieri, funzionari, delegati militari e guardie del corpo. La solenne accoglienza ha sottolineato l’importanza strategica della visita e il peso politico dell’accordo in discussione. La presenza di un seguito così imponente non era solo simbolica: ha permesso di coordinare incontri bilaterali, sessioni strategiche e briefing sulle tecnologie militari avanzate, consolidando l’immagine di Riad come interlocutore centrale della regione e dimostrando la determinazione del Principe a consolidare il ruolo dell’Arabia Saudita nello scacchiere internazionale.
Durante la conferenza stampa congiunta, una giornalista ha rivolto una domanda imbarazzante al Principe ereditario, chiedendo conto delle accuse mosse in passato dalla CIA, secondo cui Mohammed bin Salman sarebbe stato il possibile mandante dell’omicidio del giornalista statunitense Jamal Khashoggi nel 2018. L’aria si è fatta subito tesa, con i microfoni che catturavano il brusio dei presenti. Trump è intervenuto per difendere l’ospite, dichiarando che si trattava di fake news e aggiungendo con tono deciso che la giornalista non doveva mettere in imbarazzo un leader di una nazione alleata degli Stati Uniti. La sua risposta ha chiuso momentaneamente la questione, ma ha mostrato quanto le relazioni diplomatiche e personali tra leader siano sempre sotto pressione, anche davanti ai media.
L’accordo sui F-35 e sui sistemi d’arma collegati rappresenta un nodo cruciale per la politica americana in Medio Oriente. La cessione di circa cinquanta caccia stealth di quinta generazione, insieme ai relativi sistemi di comando, controllo e comunicazione, segnerebbe un cambiamento significativo nello schema tradizionale della sicurezza regionale. Israele, tradizionale alleato di Washington, ha già espresso forti preoccupazioni. L’acquisizione dei F-35 da parte di Riad potrebbe alterare il Qualitative Military Edge, minacciando la superiorità tecnologica e operativa che Israele ha mantenuto per decenni nella regione. L’aviazione israeliana ha redatto un position paper interno in cui mette in guardia sul rischio che la superiorità tecnologica venga compromessa, anche parzialmente, qualora i caccia sauditi operassero senza limitazioni o vincoli stringenti.
La storia recente fornisce un precedente illuminante. Nel 2021, un accordo simile con gli Emirati Arabi Uniti fu congelato dall’amministrazione Biden. Jared Kushner, genero di Trump, aveva negoziato la vendita di decine di F-35 agli Emirati nell’ambito di un più ampio programma legato agli Accordi di Abramo e alla normalizzazione dei rapporti tra Israele e gli stati del Golfo. Tuttavia, la pressione politica esercitata dal Congresso e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu bloccò l’operazione, ribadendo che nessuna normalizzazione avrebbe potuto giustificare il superamento della superiorità militare israeliana. Oggi, invece, Netanyahu avrebbe indicato a Washington di non opporsi alla vendita a Riad, a condizione che sia collegata a un processo di normalizzazione con l’Arabia Saudita. L’equilibrio tra pressione diplomatica e esigenze di sicurezza rimane fragile e delicato.
Non meno rilevante è il rapporto tra Riad e Pechino. Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita ha sviluppato legami sempre più stretti con la Cina, sia sul fronte economico sia tecnologico. Nel 2022 Riad ha firmato un accordo con Huawei per lo sviluppo della rete 5G e partecipa regolarmente a esercitazioni militari congiunte con partner cinesi. Il Pentagono teme che la vendita dei F-35 possa esporre informazioni sensibili sui sistemi stealth, trasferendo conoscenze cruciali a Pechino e compromettendo la sicurezza americana. Esperienze passate con gli Emirati avevano già evidenziato quanto possa essere rischioso negare tecnologia avanzata a stati strategici, i quali si rivolgono a potenze alternative per colmare il vuoto.
La strategia di Trump appare chiara: costringere i paesi del Golfo a fare una scelta netta tra Stati Uniti e Cina, consolidando legami strategici e commerciali con chi si allinea con Washington. Durante la visita di maggio, Trump aveva già concluso accordi per 600 milioni di dollari, preludio a un’intesa più ampia che potrebbe includere un patto difensivo sul modello di quello stipulato con il Qatar. Il messaggio implicito è chiaro: il Golfo non può rimanere neutrale; chi sceglie Washington ottiene tecnologia e protezione; chi sceglie la Cina rischia di essere escluso dalle dinamiche di sicurezza americana.
Non tutti i paesi arabi del Golfo percepiscono l’accordo allo stesso modo. Gli Emirati Arabi Uniti temono che un rafforzamento eccessivo dell’Arabia Saudita sul piano militare possa creare squilibri regionali e ridurre il loro ruolo nelle future strategie di sicurezza. Il Qatar, pur mantenendo buoni rapporti con Washington, evita di alienarsi Riad, con cui condivide interessi economici e geopolitici. Kuwait e Oman, tradizionalmente neutrali, osservano con sospetto ogni vendita di F-35 che possa accentuare la militarizzazione del Golfo senza una chiara cornice diplomatica e multilaterale. Il Bahrain, fedele a Riad, tende invece a sostenere la linea del Principe ereditario, rafforzando la cooperazione con l’Arabia Saudita.
Il rischio di un disallineamento strategico è concreto. I generali del Pentagono osservano che Riad, Dubai e altri paesi del Medio Oriente si comportano più come attori razionali che come alleati ideologici, pronti a trattare con chi garantisce vantaggi tangibili. La logica di fondo è semplice: ciò che l’Occidente nega loro, possono ottenerlo a Oriente, e viceversa. Questo significa che qualsiasi restrizione o condizione posta dagli Stati Uniti potrebbe essere aggirata rivolgendosi a Pechino o ad altri partner internazionali.
Dal punto di vista geopolitico, la vendita degli F-35 ai sauditi rappresenta un momento di svolta nel Medio Oriente. Non è solo un affare commerciale, ma un segnale chiaro della possibile riduzione della supremazia americana nella regione. Israele deve confrontarsi con nuove realtà strategiche, mentre gli Stati Uniti cercano di bilanciare interessi economici, tecnologici e militari. La concorrenza tra Washington e Pechino si intreccia con le dinamiche locali, rendendo ogni mossa estremamente delicata.
L’accordo influisce anche sull’industria della difesa americana, generando contratti miliardari e consolidando posti di lavoro. Contemporaneamente, l’Arabia Saudita ottiene capacità tecnologiche avanzate e rafforza il proprio ruolo di polo regionale centrale. La stampa internazionale evidenzia che l’accordo potrebbe diventare il simbolo di una nuova era nella politica del Golfo, dove gli Stati Uniti cercano di riaffermare la loro influenza e le potenze locali rivalutano le proprie alleanze.
La questione degli F-35, combinata con i legami tra Riad e Pechino, crea un quadro complesso in cui ogni passo può avere conseguenze globali. L’intervento di Trump ha sottolineato come le relazioni personali e diplomatiche siano sempre sotto pressione e decisive nel condizionare l’esito di accordi di così alto profilo.
Considerazioni analitiche
In primo luogo, l’accordo rappresenta un tentativo di Washington di riaffermare la propria influenza militare e strategica nel Golfo, ma rischia di generare effetti collaterali significativi. La vendita dei F-35 a Riad non solo preoccupa Israele, ma potrebbe incentivare un aumento della corsa agli armamenti nella regione, spingendo altri paesi del Golfo a richiedere sistemi avanzati, compresi missili a lungo raggio e sistemi di difesa integrata.
In secondo luogo, la relazione tra Arabia Saudita e Cina resta un fattore critico. Pur essendo alleata degli Stati Uniti, Riad ha dimostrato negli ultimi anni di saper negoziare con attori globali multipli, tra cui Pechino. La possibilità che informazioni sensibili sulle tecnologie stealth possano filtrare è concreta, e ciò rappresenta un rischio per la superiorità militare americana e per gli equilibri regionali.
In terzo luogo, l’atteggiamento dei paesi del Golfo mostra che la regione non è monolitica. La divisione tra Emirati, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrain evidenzia che ogni mossa americana deve essere calibrata con estrema attenzione, altrimenti gli equilibri potrebbero inclinarsi a favore della Cina, creando un nuovo asse di potere nel Medio Oriente.
Infine, l’aspetto politico-mediatico è cruciale. La gestione della domanda imbarazzante sul Khashoggi da parte di Trump indica che le alleanze strategiche devono essere difese pubblicamente, anche di fronte alle pressioni dei media. L’immagine di Riad come partner affidabile per gli Stati Uniti è tanto importante quanto la vendita degli F-35, e ogni incidente diplomatico può compromettere gli equilibri costruiti in decenni di politica internazionale.
In sintesi, l’accordo con l’Arabia Saudita non è solo una questione di armi o di denaro. È un test per la leadership americana, un banco di prova per Israele e un indicatore della complessità delle relazioni multilaterali nel Golfo. Le prossime settimane saranno decisive per capire se Washington riuscirà a trasformare l’accordo in un vantaggio strategico senza compromettere la sicurezza regionale o se, al contrario, l’operazione aprirà nuove tensioni e sfide geostrategiche.



