L’annuncio della creazione del Board of peace da parte dell’amministrazione Trump non è soltanto l'ennesima provocazione geopolitica di un presidente abituato a rompere gli schemi; è l’atto di nascita di un modello distopico di gestione dei conflitti. Sotto la patina della "ricostruzione" e della "pace duratura", si cela un’operazione di ingegneria finanziaria che mira a trasformare una delle aree più martoriate del pianeta in una sorta di zona economica speciale ad accesso limitato. Il messaggio che arriva da Mar-a-Lago è cristallino nella sua spietatezza: la diplomazia del diritto è morta, sostituita da una diplomazia del capitale. In questo nuovo ordine, ogni pretesa etica o umanitaria viene subordinata alla logica del profitto, perché tutto si gioca sul piano economico.
La quota d’ingresso: un miliardo per il diritto di veto
Il dettaglio più inquietante dello statuto del Board è la clausola che impone una quota di un miliardo di dollari per ottenere un seggio permanente. Non siamo di fronte a un fondo di solidarietà, ma a un club esclusivo per miliardari e stati sovrani disposti a pagare per il diritto di decidere sulle macerie. Questa "tassa sulla pace" svuota di significato il concetto di cooperazione internazionale. Se la partecipazione alle decisioni sulla sicurezza e sulla ricostruzione dipende dalla capacità finanziaria, i paesi più poveri e le stesse popolazioni locali vengono automaticamente esclusi dai processi decisionali che riguardano il loro futuro.
Il Board non si presenta come un mediatore, ma come un consiglio di amministrazione di una società che vede Gaza come un asset in liquidazione. Il fatto che il denaro raccolto venga gestito direttamente sotto l’influenza della Casa Bianca, con Trump che si riserva l'ultima parola nonostante il voto dei membri, trasforma il Board in uno strumento di egemonia economica mascherato da filantropia. È la conferma definitiva che, in questa visione del mondo, tutto si gioca sul piano economico.
Jared Kushner e la "Gaza Inc.": il conflitto di interessi come metodo
La scelta dei membri del Board conferma la natura predatoria del progetto. La presenza di Jared Kushner non è casuale. L’ex consigliere e genero di Trump ha già ampiamente dimostrato di considerare il Medio Oriente attraverso la lente dello sviluppo immobiliare di lusso. Per Kushner e per figure come Marc Rowan, fondatore di Apollo Global Management, Gaza non è un luogo di sofferenza umana, ma una striscia di terra costiera dal potenziale commerciale inespresso.
Il rischio di un gigantesco conflitto di interessi è evidente. Chi garantirà che le decisioni sulla ricostruzione non favoriscano le aziende vicine ai membri del Board? Chi controllerà che la "pace" non sia solo un prerequisito per avviare lucrosi contratti infrastrutturali, energetici e logistici? Il Board si configura come un ente che detiene contemporaneamente il potere politico di stabilire le regole e il potere economico di trarne vantaggio. In questo corto circuito democratico, la politica viene ridotta a un fastidioso ostacolo burocratico, poiché tutto si gioca sul piano economico.
Lo svuotamento della politica e il silenzio dei diritti
Come giustamente sottolineato dalle analisi più critiche, tra cui quella di Francesca Mannocchi, il Board agisce come un catalizzatore che concentra il potere decisionale svuotando le istituzioni politiche tradizionali. Quando la "pace" viene venduta a un miliardo di dollari al pezzo, concetti come autodeterminazione, diritto internazionale e giustizia sociale scompaiono dai radar.
Il Board di Trump ignora deliberatamente le radici politiche del conflitto tra Israele e Palestina, scommettendo tutto sulla possibilità di "comprare" la stabilità. È l'illusione che la prosperità economica forzata possa cancellare decenni di traumi e rivendicazioni territoriali. Ma questa visione ignora che una pace senza giustizia è solo una tregua armata finanziata da investitori esterni. Eppure, per i promotori del piano, queste sono sottigliezze irrilevanti di fronte alla possibilità di creare un nuovo mercato, convinti che tutto si gioca sul piano economico.
L’adesione dei leader: opportunismo o visione?
L'adesione di leader come Javier Milei, Viktor Orbán o la disponibilità manifestata da Giorgia Meloni sollevano interrogativi profondi sulla direzione che sta prendendo l'Occidente. Questi leader sembrano accettare l'idea che l'unico modo per avere voce in capitolo nel nuovo secolo sia allinearsi alla forza del dollaro e alla visione transazionale di Trump.
L’Italia, in particolare, giustifica la sua partecipazione con la necessità di "fare la propria parte", ma è chiaro che la vera motivazione risiede nel timore di restare esclusi dalla spartizione dei contratti. È una diplomazia del rimorchio, che insegue il carro del vincitore sperando di raccogliere le briciole della ricostruzione. È la triste ammissione che anche le nazioni con una lunga tradizione diplomatica si sono arrese all'idea che tutto si gioca sul piano economico.
Benjamin Netanyahu e il paradosso del controllo
Persino l’opposizione di Benjamin Netanyahu non nasce da una preoccupazione etica, ma da un calcolo di potere. Il premier israeliano teme che il Board possa sottrargli la sovranità decisionale sulla sicurezza di Israele, aprendo le porte a rivali regionali come la Turchia e il Qatar in cambio dei loro capitali. Netanyahu si trova intrappolato nella sua stessa logica: ha sempre cercato di gestire il conflitto attraverso incentivi e sanzioni economiche, ma ora rischia di essere scavalcato da un ente ancora più potente e globalizzato che usa lo stesso linguaggio. Anche nel contrasto tra alleati storici, la frizione non è sui valori, ma sulla gestione delle risorse e dell'influenza, a riprova che tutto si gioca sul piano economico.
Un pericoloso precedente globale
Il Board of peace di Gaza rischia di diventare il modello di riferimento per ogni futura crisi internazionale. Immaginiamo un mondo in cui la pace in Ucraina, in Sudan o in Yemen venga messa all'asta, con seggi decisionali venduti al miglior offerente. Questo approccio non risolve i conflitti; li congela sotto una colata di cemento e investimenti, creando società profondamente diseguali dove la sicurezza è un servizio garantito solo a chi contribuisce al fondo.
La "pace" di Trump è una pace per pochi, decisa da pochi e pagata caramente. È un esperimento di neoliberismo armato applicato alla gestione delle emergenze umanitarie. Se il mondo accetta che il diritto di decidere sulla vita di milioni di persone possa essere acquistato con un miliardo di dollari, avremo rinunciato definitivamente all'idea di una comunità internazionale basata su regole condivise. Ma in questa corsa verso il basso, l'unica bussola rimasta sembra essere il profitto immediato, confermando l'amara profezia per cui, nel XXI secolo, tutto si gioca sul piano economico.



