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Mercoledì, 13 Maggio 2026 12:51

Israele, Golan: “Liberiamoci di Netanyahu. Metteremo fine alle guerre e torneremo una democrazia”

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​"La pace non è un oggetto da conquistare, ma una facoltà dell'anima che deve essere coltivata."

— Thomas Merton


​In un clima di tensione perenne che sembra avvolgere ogni pietra di Gerusalemme, la figura di Yair Golan emerge come il volto di un’alternativa che molti, in Israele, avevano smesso di sognare. Non è il solito politico di professione; è un uomo che porta addosso il peso delle stellette e la lucidità di chi ha visto la guerra dal fronte più alto, quello dello Stato Maggiore. Oggi, la sua missione è politica e civile: smantellare l'era Netanyahu per restituire al Paese una bussola democratica e una visione di lungo periodo che superi l’emergenza costante.


​Il crepuscolo di Bibi e l'alba dei Democratici

​Mentre le lancette della storia corrono verso le elezioni dell’autunno prossimo, il panorama politico israeliano appare frammentato, ferito dalle cicatrici del 7 ottobre e dalle proteste di piazza che chiedono il ritorno degli ostaggi e la fine di un governo arroccato. In questo scenario, i Democratici guidati da Golan non sono solo un partito: rappresentano il tentativo di ricucire lo strappo tra la sicurezza nazionale e i valori liberali.

​Golan parla con la fermezza di un militare e la visione di un riformista. La sua critica a Benjamin Netanyahu è radicale. Non si tratta solo di divergenze tattiche, ma di una frattura etica. Per Golan, la permanenza al potere di "Bibi" è diventata il principale ostacolo alla resilienza stessa del Paese. "Dobbiamo liberarcene per sopravvivere come democrazia", sembra essere il mantra che risuona negli uffici della Knesset, dove l'ex generale riceve la stampa con la consapevolezza di chi sa che ogni parola pesa come un proiettile.


​Una strategia per la sicurezza: tra Iran e Libano

​La visione geopolitica di Golan è un delicato esercizio di realismo. Se da un lato la linea sull'Iran resta ferma — un "no" categorico e senza appello allo sviluppo di un arsenale nucleare militare — dall'altro si apre uno spiraglio per la diplomazia su tutto ciò che non riguarda l'atomica. È un approccio pragmatico: isolare la minaccia esistenziale per poter trattare sul resto, cercando di normalizzare i rapporti in una regione che sta cambiando pelle.

​Anche sul fronte settentrionale, con il Libano, la prospettiva di Golan si discosta dal muro contro muro infinito. L'idea è quella di una collaborazione strutturata con Beirut per stabilizzare il confine, un obiettivo che non può essere raggiunto solo con le armi, ma che richiede una sponda politica internazionale e regionale.


​Il ruolo dei paesi arabi

​Golan vede nei paesi arabi moderati dei partner indispensabili. Il futuro di Gaza, secondo il leader dei Democratici, non può essere un'occupazione permanente israeliana, che prosciugherebbe risorse e spirito democratico, ma deve passare attraverso una gestione condivisa che coinvolga attori regionali capaci di garantire stabilità e ricostruzione.


​La questione palestinese: il tabù della parola stato

​Nonostante la spinta progressista, Yair Golan rimane un figlio del sistema di sicurezza israeliano. Durante l'intervista, un dettaglio non sfugge ai più attenti: la parola "Stato" riferita alla Palestina non viene mai pronunciata. Per Golan, parlare oggi di una soluzione a due stati è prematuro, quasi fuori tempo massimo rispetto alle ferite ancora aperte nella società israeliana.

​Il suo è un gradualismo rigoroso:

​Sicurezza immediata: consolidamento dei confini e neutralizzazione delle minacce terroristiche.
​Diritti civili: miglioramento delle condizioni di vita e dei diritti sul piano interno per tutte le componenti della società.
​Dialogo futuro: una porta aperta che però richiede anni di ricostruzione della fiducia reciproca.

​È una posizione che cerca di intercettare il voto del centro e della sinistra moderata, consapevole che in Israele la parola "pace" è stata troppo a lungo associata al trauma piuttosto che alla speranza.


​Il ritorno alle radici della democrazia

​Il punto focale del programma dei Democratici è il ripristino dei valori democratici. Israele ha vissuto mesi di agonia istituzionale a causa della tentata riforma giudiziaria di Netanyahu, che ha portato centinaia di migliaia di persone in piazza. Golan vuole chiudere quella ferita, blindando l'indipendenza della magistratura e garantendo che il Paese non scivoli verso un modello illiberale.

​"Non possiamo essere una nazione forte se non siamo una nazione giusta," afferma Golan nel silenzio del suo studio.


​Per i sondaggi, la sua formazione è accreditata di una forbice tra i 10 e i 12 seggi. In un sistema proporzionale dove la soglia per governare è 61, Golan si candida a essere l'ago della bilancia, il perno attorno al quale costruire una coalizione di salvezza nazionale che escluda le ali più estreme della destra religiosa e nazionalista.


​L'eredità di Peres e Rabin

​Golan si presenta come l'erede naturale di quella stagione politica rappresentata da Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Ma è un'eredità aggiornata al ventunesimo secolo, priva dell'idealismo talvolta ingenuo degli anni '90 e forgiata dalla durezza dei conflitti recenti. Il suo obiettivo non è solo vincere le elezioni, ma cambiare la narrativa: passare dalla "gestione del conflitto" alla "risoluzione progressiva".

​La sfida è enorme. Il populismo di Netanyahu ha radici profonde e una capacità di resilienza che ha già smentito molti analisti in passato. Tuttavia, la sensazione è che qualcosa si sia rotto in modo definitivo. Le famiglie degli ostaggi, i riservisti che chiedono chiarezza, i giovani che temono per il loro futuro democratico: è a loro che Golan parla.


​Conclusione: un autunno decisivo

​L'appuntamento elettorale dell'autunno 2026 si preannuncia come il più importante degli ultimi trent'anni. Non si tratterà solo di scegliere un primo ministro, ma di decidere quale anima debba avere lo stato di Israele. Yair Golan ha lanciato il guanto di sfida. La sua ricetta — un misto di fermezza militare, pragmatismo diplomatico e rigore democratico — è pronta per essere testata dal giudizio degli elettori.

​Resta da capire se il Paese sarà pronto a compiere quel salto nel futuro che Golan propone, o se la paura continuerà a essere il principale motore della politica mediorientale. Ma una cosa è certa: la voce dei Democratici è tornata a farsi sentire, chiara e potente, nel cuore della Knesset.

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