Prende vita il patto di Maometto, un'iniziativa che si propone come il progetto a guida sunnita destinato a ridisegnare radicalmente la mappa geopolitica e militare della regione mediorientale. In un'epoca storica caratterizzata da repentini mutamenti e da un progressivo logoramento delle vecchie alleanze internazionali, quattro grandi nazioni — Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto — stanno unendo le proprie forze per dare vita a una coalizione senza precedenti. Questo accordo, noto anche con l'acronimo inglese Step (dalle iniziali dei paesi fondatori), si configura come una vera e propria risposta strategica alle crescenti tensioni geopolitiche, un'alternativa concreta a dinamiche globali che molti leader regionali non ritengono più affidabili né sostenibili per il proprio futuro.
Le ragioni di una svolta storica
Per comprendere l'architettura di questo nuovo blocco militare ed economico, è necessario analizzare il contesto di profonda sfiducia che ne ha accelerato la nascita. Negli ultimi anni, la percezione della stabilità nella regione è mutata profondamente. I tradizionali garanti della sicurezza globale, in particolare gli Stati Uniti, sono visti con crescente scetticismo dalle cancellerie mediorientali, a causa di politiche percepite come ondivaghe o sbilanciate. La sensazione diffusa a Riad, ad Ankara, al Cairo e a Islamabad è che non sia più possibile delegare la sicurezza collettiva a attori esterni, le cui priorità strategiche possono mutare a ogni tornata elettorale.
A questo si aggiunge la necessità impellente di trovare un bilanciamento geopolitico efficace sul terreno. Secondo i promotori dell'intesa, solo una coalizione sunnita forte, coesa e dotata di un reale potere di deterrenza militare ed economica può garantire una stabilità duratura; di fatto, si ritiene che solo così si potranno fermare gli estremismi sciiti e contenere le mire ebraiche sulla regione. Questa visione segna un punto di rottura netto rispetto ai tentativi diplomatici del recente passato, in particolare rispetto agli Accordi di Abramo, che cercavano una normalizzazione dei rapporti con Israele senza aver prima consolidato un blocco di sicurezza pan-islamico.
I quattro pilastri dell'alleanza
L'efficacia del cosiddetto patto di Maometto risiede nella complementarietà dei quattro Stati che lo compongono, ognuno dei quali porta in dote una risorsa strategica fondamentale:
Arabia Saudita: Il motore finanziario dell'operazione. Custode dei luoghi santi dell'Islam e principale potenza economica del Golfo, Riad offre la copertura ideologica e le risorse monetarie necessarie a sostenere i costi di una simile struttura difensiva.
Pakistan: L'unico Paese del blocco a possedere un arsenale nucleare. La sua inclusione conferisce all'alleanza uno status di deterrenza strategica di massimo livello, modificando i rapporti di forza con qualsiasi potenziale avversario nella regione.
Turchia: Una delle forze armate più numerose e tecnologicamente avanzate all'interno della Nato, con una consolidata capacità di proiezione geopolitica sia nel Mediterraneo sia nel Medio Oriente, oltre a un'industria della difesa in forte espansione.
Egitto: Il pilastro demografico e militare del mondo arabo. Il controllo strategico sul Canale di Suez e l'esperienza del suo esercito in scenari di sicurezza interna e confinaria ne fanno una componente logistica imprescindibile.
Il ruolo ambiguo e le reazioni di Emirati Arabi Uniti e Qatar
All'interno della penisola arabica e del panorama del Golfo, l'annuncio del progetto Step ha generato profonde scosse telluriche, posizionando i vicini storici di Riad in una condizione di attenta e complessa valutazione strategica. L'evoluzione di questo accordo a guida sunnita richiede infatti di osservare da vicino le mosse di due attori chiave che possiedono agende politiche profondamente divergenti: gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar.
I leader degli Emirati Arabi Uniti guardano alla nascita di questa coalizione con estrema prudenza, se non con aperto scetticismo. Abu Dhabi è stata la vera forza trainante degli Accordi di Abramo e ha investito massicciamente nella normalizzazione diplomatica e commerciale con Israele, interpretandola come la via maestra per lo sviluppo tecnologico e la sicurezza del Golfo. Un blocco militare sunnita che esclude Tel Aviv e rimette in discussione quell'architettura diplomatica rischia di depotenziare la centralità geopolitica che gli Emirati hanno faticosamente costruito nell'ultimo decennio. Inoltre, la forte presenza della Turchia all'interno dell'alleanza desta più di una preoccupazione ad Abu Dhabi, storicamente diffidente nei confronti delle ambizioni regionali di Ankara.
Al contrario, il Qatar osserva il patto di Maometto come una potenziale opportunità per consolidare la propria posizione di mediatore globale e per rafforzare i propri storici legami strategici. Doha gode da tempo di una strettissima partnership militare ed economica con la Turchia, che ospita persino una base militare sul suolo qatariota. Sebbene il Qatar mantenga canali di dialogo aperti e pragmatici con l'Iran per la gestione condivisa dei giacimenti di gas nel Golfo, l'asse sunnita proposto da Riad potrebbe offrire a Doha una solida sponda di sicurezza transnazionale, permettendole al contempo di smarcarsi dalle pressioni unilaterali dei vicini e di bilanciare l'attivismo diplomatico emiratino.
Le implicazioni geopolitiche e l'architettura di sicurezza
La nascita di questa "Nato sunnita" si propone di colmare il vuoto di potere lasciato dal progressivo disimpegno relativo delle superpotenze occidentali. Le ripercussioni politiche sono immediate: il baricentro decisionale si sposta decisamente verso l'asse Riad-Ankara. Questo blocco non intende solo limitarsi alla cooperazione militare, ma punta a strutturare intense ricadute economiche attraverso accordi commerciali preferenziali, investimenti congiunti nelle infrastrutture e nella difesa, e una sinergia energetica volta a rendere i quattro paesi indipendenti dalle fluttuazioni dei mercati esterni.
Il nome stesso evocato nelle stanze del potere saudita, che richiama la figura del Profeta, evidenzia la volontà di fare leva su un forte sentimento di identità e coesione religiosa per superare le storiche rivalità bilaterali — come quelle passate tra Turchia e Arabia Saudita — in nome di un obiettivo superiore. La retorica del patto si concentra sulla necessità di proteggere gli interessi della maggioranza sunnita della regione, ponendosi come un argine sia nei confronti dell'influenza iraniana e dei suoi gruppi affiliati, sia nei riguardi dell'espansionismo politico e territoriale attribuito al governo di Tel Aviv.
Il superamento degli schemi passati
Il progetto Step rappresenta la pietra tombale sulle strategie diplomatiche che avevano caratterizzato l'inizio del decennio. Gli Accordi di Abramo, che miravano a creare un asse economico e di sicurezza tra Israele e diverse monarchie arabe in chiave anti-iraniana, vengono di fatto superati da una visione spiccatamente multipolare. I leader della coalizione sunnita ritengono che la stabilità non possa essere imposta attraverso accordi parziali che ignorino le questioni centrali della regione, come la questione palestinese o il bilanciamento dottrinale tra le diverse confessioni dell'Islam.
La cooperazione tra questi quattro colossi mira inoltre a stabilizzare scenari di crisi cronica, come la Siria, l'Iraq e lo Yemen, dove la frammentazione del potere ha spesso favorito la nascita di milizie radicali. Attraverso una dottrina di sicurezza comune, l'alleanza intende proporsi come l'unico interlocutore valido per la gestione delle crisi locali, offrendo una mediazione supportata da un reale peso militare.
Prospettive future ed equilibri globali
Il consolidamento del patto di Maometto aprirà inevitabilmente una nuova fase nelle relazioni internazionali. Washington, Pechino e Mosca si troveranno a dover fare i conti con un attore collettivo autonomo, non più disposto a seguire passivamente le direttive delle superpotenze. La capacità di questa alleanza di mantenere l'unità interna, nonostante le differenze politiche tra i rispettivi sistemi di governo e le inevitabili frizioni diplomatiche tra attori esterni come Emirati e Qatar, sarà il vero banco di prova per il futuro del Medio Oriente. Se l'intesa saprà trasformarsi da semplice accordo difensivo a un mercato comune integrato, la regione potrebbe assistere a un periodo di centralità geopolitica senza precedenti, ridefinendo non solo i confini della sicurezza, ma anche le rotte del commercio globale e della cooperazione energetica per i decenni a venire.



