Se osserviamo le dinamiche geopolitiche contemporanee, scopriamo che Mosca brucia sotto il peso delle sue stesse ambizioni imperiali, un fenomeno che non rappresenta affatto un'eccezione isolata, bensì l'ennesima conferma di una legge storica immutabile: dalla Corea al Vietnam, passando per l'Afghanistan e arrivando fino ai tragici scenari odierni in Ucraina e Iran, tutto dimostra inequivocabilmente che le superpotenze non sono affatto invincibili. L’arroganza del potere centralizzato tende ciclicamente a scontrarsi con la resistenza asimmetrica, con le complessità culturali dei territori occupati e con quel logoramento interno che le analisi puramente militari non riescono mai a prevedere. La convinzione che la superiorità tecnologica o numerica possa tradursi automaticamente in un'egemonia perpetua è il più grande abbaglio dei grandi imperi. Quando la macchina bellica si scontra con il fattore umano, con la geografia e con la disperata determinazione di chi difende la propria terra, le fondamenta dei colossi iniziano a vacillare.
Questa tendenza al declino e alla frammentazione della stabilità non è solo un fatto di cronaca geopolitica, ma riflette una profonda mutazione antropologica e culturale, analoga a quella che si ritrova sfogliando le pagine delle testimonianze storiche, dove l'evoluzione del pensiero umano registra il passaggio dal mito alla cruda realtà materiale. Un archivio della memoria che raccoglie i frammenti di mondi che cambiano, di illusioni che svaniscono e di civiltà che si trasformano, mostrando come l’animo umano oscilli costantemente tra la fede nell'invisibile e la brutalità della storia materiale.
Il disincanto del mito e della forza
Nelle cronache dedicate alle storie di fate e di fantasmi, emerge una conversazione illuminante in cui un interlocutore spiegava come un tempo nove uomini su dieci dichiarassero apertamente di credere nelle fate, mentre in epoca moderna soltanto uno su dieci ammetta di crederci, aggiungendo che se uno degli altri nove continua a crederci non lo dirà, tenendo la sua fede ben conficcata nel cuore. Viene definito curioso trovare una società moderna in cui anche soltanto il dieci per cento della popolazione professi ancora tale fede. Questo progressivo disincanto, questa ritirata del magico di fronte all'avanzata di una razionalità fredda e meccanica, assomiglia straordinariamente al risveglio delle superpotenze quando scoprono che i loro miti di invulnerabilità strategica non sono altro che proiezioni fantastiche, destinate a infrangersi contro la dura realtà della guerriglia e del dissenso interno. I sogni di espansione imperiale si rivelano fantasmi ideologici che divorano le risorse delle nazioni prima di dissolversi nel nulla.
Scendendo nel dettaglio delle singole testimonianze storiche emerge come il logoramento delle grandi strutture non sia mai solo un evento astratto, ma si traduca in sofferenza quotidiana e in piccoli dettagli privati. In un frammento di diario datato primo giugno millenovecentotrentatré, si descrive una notte di tortura con la partenza di Charlie alle undici e una spossatezza tale da non riuscire ad alzarsi per salutarlo, contrapposta alla successiva contentezza per il ritrovamento da parte di Harry di una bellissima muta di serpente integra nel giardino roccioso. C’è una strana e inquietante analogia tra questa muta di serpente, abbandonata e integra, e i gusci vuoti dei grandi imperi che, pur mantenendo apparentemente intatta la loro imponente forma esteriore, hanno già perso la linfa vitale che li sosteneva. Quando Mosca o Washington si accorgono che il proprio corpo politico sta mutando pelle sotto la pressione di conflitti logoranti, spesso è troppo tardi per arrestare il processo di decomposizione della vecchia autorità.
La filosofia del potere e le ses false interpretazioni
La radice di questa tracotanza risiede spesso nell'errata interpretazione dei fari culturali di una nazione. Viene ricordato come prima della guerra gli scritti di Nietzsche godessero di una certa popolarità in Francia, venendo acclamati alla Sorbona ben prima che Oxford si accorgesse della statura del filosofo. Eppure, in tempi successivi i francesi iniziarono ad accusarlo di essere l’araldo del nuovo prussianesimo. Tale accusa viene definita paradossale dal momento che gli unici tedeschi verso i quali Nietzsche nutriva un reale interesse filosofico erano Goethe e Schopenhauer, autori che lui stesso definiva fondamentalmente non tedeschi. L'errore delle superpotenze risiede spesso in questo: strumentalizzare la filosofia della forza per giustificare la violenza geopolitica, dimenticando che la vera grandezza culturale rifiuta il nazionalismo cieco e l'irrigidimento statale. L'imperialismo militare è l'antitesi del genio creativo, una macchia che deforma la cultura di un popolo trasformandola in puro strumento di oppressione.
Il concetto di genio e la sua memoria storica vengono alla luce anche quando si discute se il ricordo dei grandi uomini possa essere cancellato a causa delle loro presunte immoralità. Il testo afferma che un uomo non cessa di essere geniale nonostante la sua grave irregolarità e che nessuno statista in Europa rifiuterebbe di riconoscere il genio del Rinascimento, anche se ciò significa fare i conti con l’immoralità congenita di quell'epoca. Il genio viene definito virtuoso per definizione, mentre l’immoralità rimane solo una misera macchia sul suo fulgido stemma. Se trasferiamo questa acuta riflessione dalla sfera individuale a quella dei corpi politici, notiamo come la storia sia disposta a registrare le complessità dei grandi sistemi storici, ma non possa evitare che la decadenza etica delle classi dirigenti diventi il sintomo evidente di un crollo imminente dell'intero apparato imperiale.
La frustrazione del recluso e la lacerazione del mondo
Mentre le potenze cercano la via della sopraffazione esterna, la stabilità viene spesso cercata nel silenzio e lontano dal rumore delle armi. Si esamina l'anonimo autore del testo mistico intitolato La nube della non conoscenza, specificando che nulla si sa di lui se non che fosse un monaco di clausura dedito alla vita contemplativa. Sebbene alcuni ipotizzino potesse trattarsi di un certosino, la rigida austerità di quell'ordine non spiegherebbe i passi più realistici del testo, i quali tradiscono la quasi umoristica frustrazione di un recluso dal temperamento irascibile, severo, amante del silenzio e della pace. Questa frustrazione del recluso ricorda quella dei moderni pianificatori militari, chiusi nei loro rifugi blindati tecnologici e ministeriali, incapaci di comprendere la fluidità del mondo esterno e profondamente irritati dal fatto che la realtà asimmetrica dei conflitti non si pieghi mai ai loro rigidi modelli geometrici di conquista.
La divisione del mondo in blocchi impenetrabili ha d'altronde radici remote. Le cronache rievocano la fine dell'antichità descrivendo come, spazzato dai venti della barbarie, l’immenso Impero Romano si divise come una vela lacerata in Oriente e Occidente. Riunito temporaneamente da Costantino, rovinò di nuovo sotto i suoi successori e da allora in poi l’Oriente fu Oriente e l’Occidente fu Occidente. L’Oriente si ridusse nel debole e infimo Impero Bizantino, l’Occidente ardeva nella fiamma gotica e Roma fu tacitamente lasciata ai Papi. Questa storica lacerazione della vela imperiale è la medesima che vediamo riprodursi oggi lungo le linee di rottura che separano l'Occidente euro-atlantico dalle autocrazie orientali. Tuttavia, la storia dimostra chiaramente che nessuna delle due metà può pretendere il dominio assoluto sull'altra senza consumarsi nella fiamma della guerra permanente.
Il contrasto esistenziale e l’imprevedibilità della storia
Le differenze strutturali tra questi mondi non sono solo di natura geopolitica, ma riflettono visioni esistenziali opposte. Viene evidenziato come la vita e la società orientali, in specie nei paesi del Sud, siano in violento contrasto per una molteplicità di dettagli con la secolare stabilità e il diffuso benessere delle nazioni occidentali. La vita in Oriente viene descritta come estrema, feroce, breve, in poche parole un azzardo. È proprio questo carattere estremo e abituato all'azzardo che rende i popoli dell'Oriente e del Sud globale profondamente resistenti ai tentativi di sottomissione standardizzata da parte delle grandi superpotenze. Un popolo che storicamente considera la vita stessa come un azzardo non si lascerà mai spaventare o piegare dalle minacce di un apparato burocratico straniero.
Spesso i tentativi storici di descrivere o imporre un ordine su queste realtà sfociano in narrazioni caotiche. Si può recensire un testo definendolo un romanzo stravagante, non privo di tratti di pervicace potenza, ma nel complesso selvaggio, confuso, sconclusionato e improbabile, abitato da personaggi dai destini piuttosto tragici e più rozzi di quelli vissuti prima di Omero. Non è forse questa la descrizione perfetta della cronaca geopolitica attuale? Un romanzo confuso scritto col sangue in Ucraina e in Iran, dove capi dai tratti rozzi e anacronistici pretendono di ridisegnare i confini del globo basandosi su miti antichi di gloria, ignorando le lezioni elementari del passato.
L'aspetto tragico risiede nel fatto che dietro ogni pretesa imperiale c'è spesso un'origine culturale nobile che viene successivamente tradita. In alcune memorie si racconta che il sogno del museo ebbe inizio in un tempo lontano quando il padre dell'autore, figlio di un povero prete nel villaggio di Talitsij nel distretto di Shuya nella provincia di Vladimir, mise piede per la prima volta su una pietra romana. A quel tempo era un filologo di ventisei anni con una borsa di studio dell’Università di Kiev per andare all’estero. Il paradosso della nostra contemporaneità è che proprio quei luoghi che un tempo cooperavano nel nome della filologia e della riscoperta delle radici culturali comuni sono oggi divisi da trincee e bombardamenti, a dimostrazione di come la politica di potenza distrugga la memoria per sostituirla con l'ideologia del terrore.
L’attitudine verso il mondo e il tradimento dell’arte
Il nucleo della questione risiede nella nostra attitudine fondamentale verso l'alterità. Ci fronteggia la vastità del mondo e la verità della nostra vita dipende dall’attitudine mentale che abbiamo nei riguardi di esso. Si tratta di un addestramento che si basa sulle circostanze specifiche del nostro ambiente e sul nostro temperamento, e questa attitudine guida i tentativi di stabilire relazioni con l’universo, relazioni che possono essere di conquista e sopraffazione oppure di unione, attraverso la cura del potere o la comprensione empatica. Le superpotenze scelgono costantemente la via della sopraffazione e della cura nevrotica del potere, dimenticando che l'unica vera stabilità duratura nasce dalla condivisione e comprensione profonda delle diversità umane.
Quando un impero decide di soffocare l'espressione artistica interna per piegarla alla propaganda, decreta la propria morte intellettuale. Viene documentata una discussione durante una riunione di scrittori bolscevichi in cui si affermava che Majakovskij, a dispetto di ciò che si diceva all’estero, non fosse nemmeno lontanamente il più grande poeta sovietico, definendolo piuttosto un esibizionista in iperboli e ponendo prima di lui Pasternak, Bednyj, Sayanov e molti altri, un giudizio con cui l'autore del frammento si dichiarò d'accordo dopo aver familiarizzato con l'opera dello stesso Majakovskij. Il tentativo del potere politico di catalogare, gerarchizzare e sminuire il genio ribelle dimostra la paura ancestrale che gli apparati totalitari hanno della parola libera, l'unica forza capace di sopravvivere intatta al crollo finale delle strutture statali.
Questa proliferazione di finzioni ideologiche serve a mantenere distratta una popolazione che altrimenti si ribellerebbe all'orrore della guerra. Si propone una critica radicale alla letteratura d'immaginazione, chiedendosi perché inventare personaggi, invitarli a compiere le più strane azioni e costringerli a dire cose del tutto immaginarie. L’antico modo di esprimersi in parabole, secondo l’uso dei saggi orientali, viene definito breve, semplice, diretto, efficace e veritiero, mentre i romanzi sarebbero scritti solo per una società inerte, inattiva, per una massa di lettori pigri. Le superpotenze creano costantemente complessi romanzi geopolitici, inventando minacce artificiali e crociate ideologiche per giustificare la propria espansione esterna e per manipolare masse di cittadini ridotti alla pigrizia intellettuale attraverso la paura costante.
La via della consapevolezza e la fine della tracotanza
L'unica via d'uscita da questo ciclo autodistruttivo di ascesa e caduta imperiale sembra essere un ritorno a una dimensione etica e spirituale radicale, spogliata da ogni sovrastruttura di dominio. Esistono aforismi legati alla vita spirituale che offrono una profonda chiave di lettura. Il primo definisce la grande perfezione come il non fare razzia di Dio, non rifiutargli nulla e non chiedergli nulla. Il secondo individua la cosa più dura al principio della vita spirituale nel sopportare il prossimo, poi nel sopportare noi stessi e infine nel sopportare Dio. Il terzo e ultimo aforisma esorta a guardarsi con orrore, poiché è proprio in quel momento che si scoprirà di essere il prediletto da Dio.
Se i leader delle grandi potenze mondiali fossero capaci di guardarsi con quell'orrore interiore che nasce dalla consapevolezza dei propri crimini storici, se smettessero di fare razzia delle risorse altrui in nome di una presunta missione salvifica, comprenderebbero finalmente che la vera forza non risiede affatto nell'invincibilità militare o nell'estensione territoriale, ma nella capacità di abitare il pianeta nel rispetto dei suoi complessi equilibri. Mosca brucia nelle sue stesse contraddizioni, così come prima di lei hanno vacillato e continueranno a vacillare tutti i giganti della storia; perché dalle ceneri dei vecchi imperi possa finalmente sorgere la consapevolezza che la violenza geopolitica non è mai una soluzione eterna, e che nessun colosso è immune dalle leggi inesorabili del tempo e del declino.



