In questa poesia, ispirata alla situazione di pandemia che viviamo ormai da due anni, vi è la tematica dell’attesa e della speranza in un futuro migliore, privo di dolore e ricco di gioia. Alla poesia segue un commento effettuato dalla poetessa e scrittrice di racconti Annalisa Potenza.
“Riprende la vita”
Disteso sul ciglio di un fiume
osservo le foglie che ruotano al vento,
pensieri negativi svolazzanti come piume
liberano la mente da ogni tormento.
Ritorneranno tempi migliori,
l’allegria albergherà nei nostri cuori.
Oggi son giorni d’attesa e speranza,
uno spiraglio di luce s’intravede in lontananza.
Man mano le nubi si diradano in cielo,
il vento si placa, l’attesa è finita,
il sole risorge, è ripresa la vita!
“Quando tutto sembra precipitare, quando ogni cosa appare perduta, l’uomo si rivolge alla speranza in un estremo sussulto, invocandone l’aiuto”.
In questa poesia l’autore tratta una tematica cara a ciascuno di noi, quella della speranza, un sentimento che pervade l’uomo nel momento in cui si trova coinvolto in situazioni estreme, che non consentono di trovare una immediata soluzione.
Di fronte al pericolo di cedere e soccombere, quando tutte le strade sono state battute e le possibili soluzioni praticate, non resta che appellarsi all’aiuto di una dea a molti cara. “Spes ultima dea est” è una frase spesso utilizzata dagli antichi Romani, ma anche dagli uomini di oggi, in riferimento al vaso scoperchiato da Pandora.
Tante volte, nella nostra storia, questa dea è stata pregata, implorata affinchè portasse luce nelle tenebre di un’oscurità spesso provocata dalle stesse azioni dell’uomo oppure da cause naturali come terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche o epidemie.
Il poeta, in questo componimento, fa riferimento alla pandemia causata dal coronavirus, al tormento provocato dai suoi effetti nefasti, alla voglia di tornare a vivere e alla concretizzazione, sia pure ancora parziale, di tale desiderio; un virus che si è diffuso in breve tempo in tutto il pianeta e che, per sopravvivere, non risparmia nessuno. Da un giorno all’altro si è insinuato nelle nostre vite come un ladro indesiderato, venuto a rubare la nostra salute, a sconvolgere esistenze rese già incerte da altri problemi non meno gravi, come la povertà di tanti popoli, l’inquinamento e le guerre. Talvolta, la natura, come sostiene Giacomo Leopardi, da madre benigna può diventare matrigna e incutere timore, poiché non si hanno sempre a diposizione mezzi affrontarla e calmarla. In poco tempo, un piccolo parassita è riuscito a sconvolgere le abitudini di miliardi di persone, le costringe ad indossare una mascherina che nasconde la loro identità, le induce a rimanere i più possibile dentro casa, a non frequentare più gli altri in quanto potenziali veicoli di contagio. Come un lampo, la paura si è diffusa e con essa l’angoscia generata da interrogativi sulla incolumità propria e altrui, sulla gestione del quotidiano, sulla possibilità di guadagno e sulle sorti future. La medicina e la scienza aiutano a gestire il problema, ma non è facile fronteggiare ciò che è ignoto e pericoloso. Le epidemie sono sempre esistite, tuttavia il coronavirus, a differenza degli altri agenti patogeni responsabili di contagio e morte, ha avuto la possibilità di diffondersi in modo estremamente rapido per il fatto che siamo tutti interconnessi e gli spostamenti avvengono velocemente. Studi scientifici dimostrano che la sua genesi e proliferazione sia dovuta alla irresponsabilità umana che viola la natura pur di perseguire i propri interessi.
Di fronte a situazioni del genere, è tipico del comportamento umano prima disperarsi, per poi reagire, cercando di correre ai ripari e aprendo la porta ad una rinnovata fiducia.
Ma, per dirla John con Milton, una volta “perduto”, il Paradiso non è facile da riconquistare se non attraverso grandi sforzi e sacrifici.
Abitavamo in un Eden la cui incontaminata bellezza è stata danneggiata, nel corso dei millenni, da una sfrenata brama di conquistare, di possedere, di consumare.
La natura non è né benigna, né matrigna, semplicemente, segue il suo corso.
Se noi ne sconvolgiamo l’equilibrio, lei prima o poi restituisce ciò che noi creiamo, costringendoci agli estremi tentativi di appellarci alla cara e amata Speranza.



